CALLIMACO

 

Non amo la poesia comune e odio
la strada aperta a chiunque.
Odio un amante goduto da tutti
e non bevo ad una pubblica fontana.
Odio ogni cosa divisa con altri.
Certo, Lisània è bello! Bello! E ancora
non l’ho detto che un’eco già ripete:
“E’ anche d’un altro.”

Ant. Pal. XII, 43:

La traduzione è di Salvatore Quasimodo, che si dilettò con eccellenti risultati alla traduzione dei lirici greci. E’ un epigramma contenuto nell’Antologia Palatina, così chiamata perché ritrovata nel 1600 ad Heidelberg, nel Palatinato, basata su una raccolta di epoca bizantina.

E’ evidente la metafora: Callimaco proclama la propria volontà, il proprio programma poetico, con la ricerca dell’originalità avanti a tutto. Callimaco è di Cirene, colonia greca in Libia, e da Cirene proviene anche la regina Berenice II, moglie del faraone Tolomeo III Evergete (=Benefattore). E Berenice introdusse a corte e negli ambienti colti il suo concittadino, Callimaco.

Capitale dell’Egitto allora era Alessandria, una della ventina di città, tutte con lo stesso nome, fondate da Alessandro Magno, un raro esempio di modestia. La città era stata fondata sulla riva del Mediterraneo, sulla base di un progetto generale, elaborato su carta, sul modello della ricostruzione di Mileto, ad opera dell’architetto urbanista Ippodamo, dopo la fine delle guerre persiane, in cui Mileto era stata distrutta.

In precedenza le città greche nascevano intorno all’acropoli, un tempo residenza del re, ma poi divenuta area sacra e fortificata, come estremo baluardo in caso di attacco. Intorno al nucleo primitivo andavano aggiungendosi gli altri elementi urbanistici, con il criterio di armonizzarli all’esistente. Con Mileto prima, ed ora con Alessandria si afferma un nuovo modo di sviluppare una città: disegno su carta, con spazi ben individuati, e sua concretizzazione materiale, sulla base della razionalità e della funzionalità. I romani faranno la medesima cosa, partendo però dal modello del loro accampamento militare (vedi Torino ed Aosta, ad esempio).

Ad Alessandria regna la dinastia dei Tolomei, iniziata da Tolomeo I. questi era un luogotenente di Alessandro, che a lui aveva affidato il compito di regnare pro tempore sull’Egitto, con il progetto di riprenderselo, insieme a tutti gli altri territori conquistati, per la costituzione dell’impero universale. Ma Alessandro era morto prematuramente a Babilonia, forse di malaria, ed i suoi luogotenenti si tennero i regni ricevuti pro tempore. E Tolomeo I era divenuto faraone d’Egitto. Si formarono così i regni ellenistici, che si logorarono a vicenda in lunghe dispendiose ed inutili guerre, ed ebbero il solo risultato di indebolirsi a vicenda. Ed i romani ebbero gioco facile a sottometterli tutti.

Tolomeo si proclamò faraone, per inserirsi nella millenaria tradizione d’Egitto, ed essere accettato dai sudditi, ma l’elemento guida del regno era greco: funzionari di corte, dignitari sacerdoti, categorie produttive, alti gradi militari, élite culturale erano tutti greci, ed la lingua greco- ellenistica divenne l’inglese del tempo.

Ad Alessandria fu istituita la prima biblioteca dell’antichità, e sul suo modello si innalzarono dappertutto – Roma compresa – biblioteche pubbliche. L’immagine più comune che oggi si ha di una biblioteca, almeno da noi, è quella di un edificio destinato a contenere una gran quantità di volumi, nella consultazione dei quali c’è la ragione prima della sua esistenza. Ma allora non era così: ad Alessandria (ed altrove) la biblioteca aveva due funzioni principali: a. la raccolta la sistemazione e l’elaborazione della versione ufficiale delle opere che venivano dall’antichità (Omero ed Esiodo, ad esempio); b. elaborazione di nuovi prodotti, specialmente poetici.

Titolo di prestigio era quello di Bibliotecario di Alessandria: era la patente di uomo di immensa cultura e di grande carisma. Callimaco non rivestì mai questo ruolo, ma fu uno degli animatori della vita culturale di Alessandria, e la sua opera era destinata ad avere una enorme importanza nella cultura del tempo, e poi a Roma e poi nel mondo occidentale.

Mega biblìon mega kakòn: grosso libro grosso guaio. Questo detto è una delle chiavi principali per entrare nella produzione di Callimaco: negli ultimi decenni la letteratura si orientava verso il manierismo imitativo dei grandi poeti del passato, con inevitabile isterilimento della creatività. “Odio il poema del ciclo”, dice ancora Callimaco, che ama l’espressione condensata, sintetica, ma che nella sintesi contenga tutti i dati essenziale della narrazione di un tema. Dunque compito del poeta è di sfrondare l’espressione, rivedendo, correggendo, limando: ecco, nasce quello che a Roma si chiamerà ‘labor limae’.

Callimaco narra miti, ma cercando versioni meno note, che gli danno maggiore spazio creativo, sempre proteso verso l’originalità. E’ il fondatore della poesia ‘eziologica’ , vocabolo che discende da ‘àition’ , causa, ed uno degli aition più riusciti e destinati a grande fortuna nella storia della letteratura latina prima, ed europea poi, è “La chioma di Berenice.” , Tolomeo III era partito per una guerra contro la Siria, e sua moglie , Berenice, aveva fatto voto di sacrificare la sua splendida chioma, se il marito fosse tornato incolume. Cosa che avvenne, e lei tenne fede al voto. La chioma recisa fu posta nel tempio di Afrodite, ma misteriosamente scomparve. E l’astronomo di corte disse di averla ritrovata in cielo, sotto forma di costellazione. E tutto ciò è messo in versi da Callimaco, che fa raccontare il tutto dalla chioma stessa.

Brevitas e labor limae: saranno i criteri dominanti dell’elaborazione poetica, in Grecia come a Roma. Il poeta augusteo Orazio ammira l’autore di satire Lucilio, di un secolo prima, ma gli rimprovera la scarsa cura dell’espressione: definisce il suo verso limaccioso come l’acqua di un fiume, da cui molto è da togliere, che appesantisce l’opera. E noi moderni, italiani in particolare, siamo figli di Callimaco: è vero o no, che, quando ci disponiamo a scrivere, automaticamente elaboriamo un’espressione diversa da quella parlata? Labor limae, appunto.

C’era inoltre la novità del libro. Esisteva anche prima: Erodoto, ad esempio, deve aver per forza scritto la sua monumentale Storia, ma la diffusione era orale e fatta in pubblico, nella agorà di Atene, tanto per iniziare, ma per forza di cose l’aveva scritta. Se ne fecero delle copie (a mano, è ovvio), e cominciarono a circolare. Ad Alessandria, nella biblioteca, fu fatta l’analisi delle varie copie reperibili, e si stilò l’opera ufficiale, che è quella arrivata a noi. E così per Omero e gli altri. A fare materialmente il lavoro erano degli amanuensi, degli scribi, persone di buona cultura, che spesso nella zona marginale della pagina eventualmente rimasta libera inserivano i loro commenti, gli scholia marginalia, fonte preziosa per noi di innumerevoli notizie. Erano gli scoliasti.

Il materiale scrittorio era particolarmente costoso, papiro o pergamena che fosse. Perciò, quando si diffuse l’ambizione di avere il proprio libro di proprietà a casa, nella biblioteca familiare, per soddisfare tale desiderio, si doveva essere ricchi, essendo il libro un oggetto di pregio, e tale è rimasto fino all’inizio degli anni 60 del secolo scorso, quando si è diffusa l’editoria tascabile. La libreria domestica era un mobile con varie scansie, in cui si deponevano i rotoli di papiro, e fu un ulteriore elemento e fattore di disuguaglianza sociale. Per permettersi una libreria domestica, infatti, si doveva essere danarosi, avere quindi del tempo libero in abbondanza, e possedere adeguata cultura: tutta roba da ricchi. Lo scrittore, il poeta, questo lo sapeva, quindi doveva porre particolare cura nell’elaborazione dell’opera. Quando questa ha una divulgazione orale, verba volant, quindi non è indispensabile una cura insistita della forma. Invece, quando la sua diffusione è scritta e costa pure, scripta manent, ed il compratore il testo la ha lì, e lo può consultare quando vuole. E, se resta deluso, non comprerà più né consiglierà l’autore.

Ecco allora la precettistica di Callimaco: brevitas, mega biblìon mega kakòn, ed il labor limae, e spesso la citazione o l’allusione ad autori antichi e famosi, una delle cose più divertenti per chi comprava il libro. Ecco allora lo sviluppo della ‘industria’ cartaria, la nascita del mestiere dello scriba, quello del libraio e quello dell’editore. E’ nato il libro in tutte le sue componenti. L’opera è composta per essere diffusa per iscritto. Solo un autore in precedenza aveva scritto per la diffusione scritta delle sue opere letterarie: Platone (e come ti sbagli?!). I suoi dialoghi e le sue lettere sono le prime opere letterarie in prosa della nostra cultura pubblicate per una diffusione scritta. Letterarie ed in prosa, ho affermato, perché quelle di storia pure sono scritte, ma, ribadisco, destinate ad una divulgazione mediante pubblica lettura. Ora la lettura piace privata ed a casa.

Quando si impone un regime totalitario, c’è sempre il rogo dei libri, o materiale o ideale. Infatti anche quando si dice che la cultura non serve, e gli intellettuali sono guardati con sospetto e quasi messi alla gogna; quando si proclama che uno vale uno, e che la competenza in fondo non serve, quando arriva qualcuno che concentra su di sé tutta l’attenzione di un popolo, si torna indietro a passi da gigante. Quando ministri della Nazione diventano ex DJ, ex bibitari eccetera……..

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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