L’assedio a Veio, che concludeva un dissidio tra romani e veienti ormai quasi secolare, si stava trascinando da anni (dieci ci dicono le fonti: ma posso mettere in dubbio questo numero? Mi fa pensare subito ai dieci anni dell’assedio di Troia). Lungo, deve essere stato lungo, con seri riflessi economici e sociali su Roma: fare il soldato per un romano era più che un dovere un diritto, siamo d’accordo, ma chi coltivava i campi? Chi badava alle case? Un diritto? Pareva più un lusso.

Un soldato romano va ad acquattarsi tra i cespugli, per spiare la città assediata. Quand’ecco che esce uno da Veio vestito proprio come un ….. indovino, ed in quei tempi gli indovini erano presi molto sul serio, tramite irrinunciabile tra cielo e terra. Al romano passa per la testa un’idea geniale: lo aspetta al varco, e, appena a tiro, lo cattura e lo trascina nel campo romano. E non è un’impresa farlo parlare. A guidare i romani è Furio Camillo, uno dei personaggi preferiti di Livio lo storico, che sarà protagonista militare e politico per diversi decenni, procurandosi con ciò una grande fama in patria ed all’estero, tanto che la sua sola presenza dava panico ai nemici e stimolo ai romani.

Così l’indovino racconta che Veio cadrà, solo dopo che i romani avranno sistemato il lago Albano. Il lago di Albano? Certo, proprio quello! Misteriosi, ‘sti dèi! Alimentato nelle sue sorgenti da piogge copiose, il lago, di origine vulcanica, tracimava dal suo orlo, dilagando a valle e devastando tutto. Mandarono anche una missione ad interpellare l’oracolo di Delfi, che – pare – disse la medesima cosa: sistemate il lago, e Veio cadrà! A qualcuno la cosa doveva proprio premere! Che miscredente che sono!

Decidono di scavare un tunnel ad una certa altezza del cono vulcanico, una specie di valvola di sfogo, perché defluisca l’acqua in eccesso, al raggiungimento di quell’altezza. Una squadra all’interno, ed una all’esterno, inizia il traforo, e, per non sbagliare direzione, usano sapientemente la scia luminosa dei raggi del sole. E si incontrano a metà strada dello scavo: l’opera è fatta! Non ci credete? Controllate, allora, in internet, e rifatevi gli occhi: il tunnel è ancora là, anche se noi moderni l’abbiamo ridotto ad una discarica. In America o in Germania sarebbe un polo d’attrazione turistica sfruttato come si deve. Che stupidi, che sono! Noi, intelligentoni, sappiamo tutto sui vaccini, facciamo spallucce sulla Storia, siamo figli delle stelle venuti a miracol mostrare…..
Ecco allora Furio Camillo decidere di rompere gli indugi con l’assedio: ordina che si scavi (ancora scavare!) una galleria, che parta da dentro l’accampamento romano e sbuchi al centro di Veio. Fine dell’assedio: la città è presa intatta. Trionfo! (396 a.C. circa). Ma la festa dura poco: dalla Padania (la Padania è quella zona d’Italia del nord dove indossano l’elmo cornuto, agitano lo spadone, bevono nelle ampolle l’acqua delle sorgenti del Po, festeggiano con gare di rutti, e sono per lo più dei vergognosi razzisti, ed il razzismo è l’apripista del fascismo) scende a valanga un’orda barbarica, che non è un esercito organizzato, non ha un piano strategico, ed ha come unico obiettivo quello di razziare e fare bottino. Uomini donne vecchi bambini carri animali, scendono ed abbattono tutti gli ostacoli. I romani gli mandarono incontro delle truppe regolari, evidentemente inadeguate, se in una battaglia campale presso un fiumiciattolo, di nome Allia, nel 391 furono travolte.

E Roma cade, forse con l’eccezione del Campidoglio. I barbari distruggono tutto, compresi i documenti ufficiali della città: quando si tratterà di ricostruire la memoria storica, fin dove rimanevano ancora, furono usati i documenti; poi, man mano che si risaliva nel tempo passato, furono inventate le leggende, a partire da Romolo e Remolo (così disse il Berlusca, uomo di vasta cultura, che ne ha fatte di tutti i colori, ed ancora lo stanno a sentire! Gli italiani!). Per un attimo si pensa di trasferire la città nell’intatta Veio, poi però prevale il parere di ricostruire Roma e restare là. Si dà tempo un anno, ed ognuno con le proprie forze ricostruisca la propria casa dove e come vuole. Ne viene fuori un caos organizzato, l’idea dell’abusivismo che ancora ci accompagna, ed una città che sta in piedi per miracolo, frane della Balduina escluse.

Seguì una serie interminabile di guerre contro i popoli circonvicini, tutte con esito favorevole ai romani, ma durissime, in particolare contro i latini, i volsci, gli etruschi più e più volte. Ma soprattutto contro i sanniti. Duri montanari, fieri ed orgogliosi, impegnarono i romani per circa un secolo, ed alla fine dovettero cedere, non tanto perché sconfitti, quanto perché i romani seppero resistere di più . Per tradizione si parla di tre guerre sannitiche, e l’oggetto del contendere era la Campania allora felix. La più nota delle tre guerre fu certo la seconda, grazie all’episodio delle Forche caudine. L’esercito romano, con una buona dose di incoscienza e presunzione, s’era infilato in un canalone lungo lungo, ma, giunti dall’altra parte, lo trovarono ostruito da massi e tronchi scaricati dai sanniti. Dietro front ,ma, quando arrivano all’imbocco, trovano ostruito pure questo: una azione da far invidia ad un film western. In trappola! L’artefice di tale prodezza si chiama Gaio Ponzio. Questi, sorpreso lui stesso dalla facilità con cui ha messo in scacco il nemico, domanda al padre un consiglio sul da farsi. E quello: “Lasciali liberi!”. Dopo tutta questa fatica? “Allora ammazzali tutti!”. Al giovane Ponzio pare un’enormità. “Se li liberi, acquisisci benemerenze e prestigio ai loro occhi; se li ammazzi tutti, per un po’ se ne staranno buoni a leccarsi le ferite!”.

Il giovane scelse una terza via: piantò per terra una specie di porta per il calcio molto bassa, e umiliò i romani, costringendoli a passarvi sotto in mutande. Era il passaggio sotto il giogo, le forche. Prima però si fece giurare dai consoli che avrebbero perorato presso i romani la causa della pace. Umiliati, ma salvi; salvi, ma umiliati! Quando Ponzio si recò a Roma per incassare la vincita, il senato rispose picche: “A Roma comanda il senato, mica i consoli. Quindi quello che hai concordato con loro, non vale.”. Ed a Ponzio non restò che rassegnarsi.

Altro personaggio di grande tempra fu Lucio Papirio Cursore nel corso della seconda guerra sannitica. Cinque volte console, due volte dittatore (ricordo che la dittatura era una carica prevista dalla Costituzione romana: se le magistrature ordinarie non funzionavano, e c’era bisogno di una direzione energica, si eleggeva un dittatore, a tempo o a faccenda), si distinse per la determinazione, con cui gestì le cariche. Il dittatore sceglieva un suo vice, magister equitum, a cui poteva affidare questo o quel compito. Accadde che il nemico si schierasse a battaglia, e Papirio (dittatore) era pronto. Ma gli auspici religiosi non erano favorevoli. E questo capitò per più giorni. Alla fine Papirio, facile a perdere la pazienza, decise di andare a fare gli auspici a Roma (io la interpreto così: gli stavano segando le gambe, e volle vederci chiaro). Chiamò il suo vice, Q. Fabio Massimo Rulliano, gli comunicò la decisione di andare a Roma, ma gli intimò di tenere l’esercito nel campo e di non muoversi fino al suo ritorno. Ma, mentre lui era a Roma, il suo vice attaccò battaglia e sbaragliò i sanniti. Papirio andò su tutte le furie, a tappe forzate (lo chiamavano Cursore) tornò all’accampamento, e mise sotto processo Rulliano e lo condannò a morte. I soldati si misero di mezzo, ma ottennero solo che il processo fosse ripetuto a Roma. E Papirio non cedette di un millimetro, e non valse a nulla l’intervento del padre di quello, uomo di prestigio, e ribadì la condanna a morte. Ormai non c’era più spazio per mediare, e padre e figlio si presentarono in abito dimesso, si prostrarono ai piedi del dittatore, invocando clemenza e la grazia. A quel punto Papirio si mostrò generoso: “La grazia te la concedo, è nelle mie prerogative di legge. Ma, quando un dittatore dà un ordine, questo va eseguito, e da tutti. Se vogliamo che la disciplina dell’esercito, sua caratteristica essenziale, resti integra e tutti obbediscano agli ordini.”.

Papirio abolì pure la schiavitù per debiti dei cittadini romani: molti, a causa delle ripetute guerre, si erano indebitati ed erano ridotti in condizione di schiavitù. Papirio emanò una legge contro quest’uso. Ai plebei fu poi concesso l’accesso a certe cariche religiose, ed un’altra legge stabilì un intervallo di dieci anni per rivestire ancora una carica già rivestita. La plebe fornisce le schiere armate, la plebe deve avere i suoi spazi politici. Ancora!…. quando tra popolo e classe dirigente si avvererà il distacco, allora sarà l’inizio della fine, e solo la struttura straordinaria di Roma, unita alla sua lingua, allontanerà nel tempo la fine. Ma succede sempre così: il distacco tra classe dirigente e popolo è il seme della dissoluzione di un organismo politico. Come oggi da noi….

Alla fine i romani la spuntano sui sanniti, ed entrano in rotta di collisione con Taranto, potente colonia greca. Ma ormai siamo prossimi all’altro secolo.

Ne parleremo alla prossima puntata.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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