La fondazione ed il periodo monarchico tra storia e leggenda.

Sarà stato di sicuro un giovane robusto, uno che si era messo in bella mostra durante i giochi e nelle zuffe con la gioventù degli agglomerati circostanti. Di professione? Dati i tempi poteva essere capraio, o pecoraio, o contadino, o un pò di tutto ciò. Però si era meritato la considerazione di tutti, a partire dagli anziani dei vari clan, in quanto non solo robusto di fisico, ma anche acuto di cervello, diversamente da quello scempio del suo gemello, Remo (o Remolo, secondo Berlusca, colto quanto Giggino). Perché è proprio di Romolo, che sto parlando. Romolo Remo Roma: a me pare evidente la comune origine etimologica dei tre nomi, e la leggenda romana ci narra che la città prese nome dal suo fondatore. E se invece fosse il contrario? Cosa significhi ROMA non lo sapevano nemmeno gli antichi, neanche Cicerone, che è tutto dire: se ne era perduta la memoria. In etrusco esiste un termine, più o meno rhuma, che vuol dire “corrente” (di fiume). Ha forse a che vedere con il Tevere?

Là dove il Tevere, che viene dal nord, fa un’ansa e vira verso occidente, per andare incontro “all’ampio sorriso del mare” (Omero), in mezzo al fiume c’è un’isoletta (l’isola Tiberina), e sulla riva meridionale, proprio lì a ridosso, una serie di collinette di modesta altitudine certo, ma con il pregio di essere tutte accessibili per una via soltanto, mentre il resto delle pareti è a strapiombo, quindi sono facili da difendere, e ad una certa distanza dalla palude sottostante malarica, a due passi dal fiume, acqua dolce e via di comunicazione. A partire dall’anno mille a.C. con arrivi scaglionati si sono insediati clan familiari di varia provenienza: da quel tempo a Roma e per tutta l’antichità gli arrivi ci sono sempre stati, e nessuno ha mai badato al colore della pelle, all’abbigliamento ed al credo religioso. L’unico limite stava nella legge, che dovevi accettare e rispettare, se no c’era chi provvedeva, a differenza di oggi. Nel clan vige un ordinamento patriarcale, ed il potere, tutto il potere, compreso quello di vita e di morte, sta nelle mani del vecchio pater familias, a cui è dovuta l’obbedienza totale ed assoluta. Alla sua morte il primo figlio maschio ne eredita ruolo e funzioni, meritandosi l’appellativo di Patricius. Quindi i Patricii sono gli eredi diretti dei capiclan. I plebei sono gli altri, nobili e non nobili, ricchi e poveri. Là sulle collinette ogni clan è autonomo rispetto a tutti gli altri, e le varie famiglie ,che compongono un clan, vivono in capanne di pali frasche e fango usato come calce, e sul Palatino sono visibili oggi i fori di innesto dei pali nel terreno. Vivono di un’economia modesta ma sicura, di tipo agro pastorale. Non esiste ancora la schiavitù, ed ognuno campa del proprio lavoro.

Nel 753 a.C. (anno più, anno meno, ma siamo lì) su quelle collinette, che sono più di sette, si è stanziato un centinaio di clan familiari. Ad un certo punto qualcuno, forse il Romolo di cui parlavo prima, comincia a dire che non sarebbe male federare tutti quei clan, ed i vantaggi che elenca sono convincenti, al punto di vincere qualche resistenza, che di certo non sarà mancata. Si riuniscono i capiclan, discutono, esaminano, considerano, valutano (ci si confrontava allora vis à vis, si parlava e le idee erano dibattute e ci si arricchiva nella mente ascoltando i discorsi altrui: non c’erano ancora i clic!). Ed alla fine decidono per il sì, si faccia la città, aggregando tutti i clan, e a dirigerla saranno tutti insieme i vecchi, i SENES, e l’istituto si chiamerà SENATUS, che prenderà decisioni, e le sottoporrà all’approvazione del POPULUS, e la città si chiamerà Roma, quindi il populus è ROMANUS: Senatus Populus Que Romanus, SPQR, il Senato E (-que) il Popolo Romano!. Nessuno tra loro, nemmeno il più ottimista, avrà neanche lontanamente immaginato quello a cui avevano dato il via: ROMA! La necessità della difesa li aveva mossi, ma poi…

Il senato proponeva, dopo dibattito ed approvazione senatoria, ed il popolo era chiamato ad approvare o respingere. Sì, va bene, ma chi poi eseguiva in concreto? Ecco allora la figura del REX, dal verbo latino règere, una persona dinamica, giovane, capace, energica, nelle cui mani concentrare la direzione della cosa pubblica sia in tempo di pace che in tempo di guerra, essendo egli anche sommo sacerdote: un potere civile militare e religioso. E chi poteva essere uno così, se non Romolo? Remo(lo), poverino, avrà fatto una brutta fine, e suo figlio, Senio, se ne andò in Etruria, dove, dice la leggenda, fondò una città (ma allora era una mania!), che dal suo nome si chiamò Siena. A Roma, quando di uno si voleva dire che era venuto male, si diceva che era un nipotino, un discendente di Remo. Oggi si sono spostati a Rignano.

Morto Romolo, il SPQR acclamò re al suo posto Numa Pompilio. Capito? Mica gli successe il figlio, fu invece scelto un altro a fare il re. Quindi la monarchia romana non è ereditaria, come per abitudine millenaria saremmo portati a pensare, ma elettiva, anche se a vita.

Nella leggenda a Romolo seguono altri sei re, quindi sono sette, come i colli, come i saggi, come le meraviglie del mondo, come le porte di Tebe, come i giorni della settimana, come….. Insomma il numero 7 è cabalistico, e la cabala è diffusa per tutto il Mediterraneo, ed inverosimile a mio giudizio. I colli erano più di sette, e così i re. Faccio un semplice calcolo: 753 (più o meno) inizio della storia, 510 (data sicura) fine del sistema monarchico, sua durata 243 anni, che, diviso sette re, fa circa 35 anni a testa. Ora, considerato che la durata media della vita era intorno ai quaranta anni, che Romolo secondo la leggenda fu assunto in cielo (mica solo la Madonna!) e divenne dio con il nome di Quirino, che Tarquinio Prisco fu ammazzato e Tarquino il Superbo cacciato, tre su sette non hanno regnato per trentacinque anni, ed agli altri quattro sarebbero toccati gli anni di questi!

Sono del parere che per almeno i primi quattro re della leggenda si tratta di nomi e personaggi inventati per personificare alcune importanti scelte fatte dalla città. Numa Pompilio è indicato come il re che ha dato ai romani la religione con i suoi culti e riti, ispirandosi all’evoluta (per quei tempi) religione etrusca, da cui avrà attinto anche per la tecnica di costruzione, dando il via all’abitudine tutta romana di non essere spocchiosi verso gli stranieri, partendo dal presupposto che c’è sempre da imparare dagli altri. Quindi niente muri, né materiali né mentali. Serviva una armonizzazione tra i culti praticati dai clan, e questo è stato fatto. Da chi? Da Numa Pompilio, dicono e ripetono. A lui segue Tullo Ostilio, di cui si dice che si è dato da fare sul piano militare, guerreggiando con i popoli vicini. Ritengo che sia la personificazione della fase in cui la nuova città si dà delle strutture organizzative sul piano militare, la prima messa a punto di quel formidabile strumento, che è stato l’esercito romano, autentica colonna portante per un millennio e più, insieme ad altre colonne, come il diritto e soprattutto la lingua. Anco Marzio viene dopo di lui, e gli si attribuisce la fondazione di Ostia: insomma Roma comincia ad uscire dal guscio, si affaccia sul mare e in quella direzione si estende., Ad opera di chi? Di Anco Marzio. Insomma Romolo fonda la città, Numa Pompilio la organizza sotto il profilo religioso, Tutto Ostilio sotto quello militare ed Anco Marzio per gli scambi commerciali. Segue poi Tarquinio Prisco, il cui nome indica chiaramente l’origine etrusca.

Nel VI secolo gli etruschi dell’Etruria meridionale hanno una fase di prodigioso sviluppo ad opera di Cere e Chiusi soprattutto, che li porta non tanto ad espandersi territorialmente, ma a divenire fortemente influenti fino alla Campania compresa. Di qui il trono romano ad un etrusco. Gli succede Servio Tullio, etrusco pure lui anche se bastardo (Servio: figlio di una serva!) a cui si deve il primo importante circuito di mura di Roma (ma non sono quelle dette serviane vicino a Termini), e soprattutto una radicale ristrutturazione della società romana (la si può consultare in internet).

Settimo ed ultimo dei re è il famigerato Tarquinio il superbo, un altro etrusco, che ad un certo punto fu cacciato da Roma, e con lui tutti i cittadini romani di origine etrusca, compreso Collatino, che pure con Bruto Maggiore aveva ordito la congiura. Siamo nel 510 a.C., e questa è una data sicura da varie fonti certe. Fine del sistema monarchico: le magistrature d’ora in poi saranno annuali e collegiali, per evitare una nuova e pericolosa concentrazione di potere nelle mani di uno solo e per un tempo rischioso, ed il magistrato più alto in grado è la massima autorità civile in pace e militare in guerra. Ma il cuore pulsante della città resta il senato, i patricii, che però è tenuto a consultare il Populus ed ottenerne l’approvazione. E’ la repubblica, sostanzialmente democratica per quei tempi e lo sarebbe anche oggi da noi, se il popolo fosse consultato sul serio e non con le parodie del voto. E fino a quando questo legame tra classe dirigente e popolo non si è scollato, Roma è diventata sempre più forte e grande ed anche colta. Ma i primi scricchiolii si avvertono già con i Gracchi (140 a.C. circa), e non se ne rendono conto: si stanno per infilare in un imbuto, che li porterà alle guerre civili ed al sistema monarchico imperiale, con scandalosa e crescente distanza tra ricchi e poveri, dirigenti e popolo, acculturati e ignoranti, diversi perfino nella lingua. “Ecco i romani, sono padroni del mondo, ma non hanno un metro di terra per la tomba!”, dirà Tiberio Gracco.

Come mai la prima fase è leggendaria e non storica? Nel 391 a.C., provenendo dalla Padania (ma che d’è sta Padania?) i galli cornuti fecero una scorreria di rapina fino in Campania, e travolsero tutto, Roma compresa (ma forse non il Campidoglio), razziando e distruggendo. Così tutti gli atti ufficiali della città andarono perduti. Successivamente fin dove ci si riuscì, fu fatta una ricostruzione con le memorie superstiti, ma per il resto fu dato corpo alle ombre delle leggende.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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