(per principianti e per nostalgici del sussidiario delle elementari)
parte seconda

Nel 510 a.C., dunque (vedi post precedente), i romani in un sol colpo si sbarazzano della presenza degli etruschi (i romani erano latini e sabini) e del sistema di governo monarchico. La rivoluzione è guidata da Giunio Bruto, noto poi come Bruto Maggiore, e Lucio Tarquinio Collatino, che diventano i primi due consoli di Roma. Si decide anche l’espulsione dalla città di tutti gli etruschi, e quindi l’esilio tocca anche a Tarquinio Collatino, etrusco come dice il suo nome. Al suo posto diviene console Valerio Publicola.

Come mai i romani proprio in questo momento si liberano degli etruschi, che avevano affermato il loro predominio sulla città, trasformando in forma assolutistica il potere monarchico, che a Roma invece era di caratura democratica? Nel corso del VI secolo a.C. gli etruschi hanno una fase espansiva molto pronunciata, tanto da arrivare ad essere egemoni, anche se non territorialmente, in aree non loro, fino alla Campania compresa. Si avvalgono dei buoni rapporti con Cartagine, concorrente insieme a loro contro i greci nei traffici marittimi del Tirreno. Ed anche con alcuni greci, segnatamente Marsiglia (la più antica e settentrionale colonia greca, alla foce del Rodano), e poi con Sibari, a sua volta in collegamento organico con Mileto, sulle coste dell’Asia Minore. Tutto procede alla grande per gli etruschi, finché Mileto e le colonie greche di Asia Minore non devono fare i conti con i persiani, che li sottomettono e li vogliono amalgamare al loro sistema di vita, del tutto estraneo a quello greco, ormai semi millenario, di iniziativa privata e di democrazia. La crisi in Asia Minore fa sentire presto i suoi contraccolpi anche in Italia: dopo lunga contesa Sibari cade sotto Crotone, e gli etruschi perdono il loro ganglio mercantile. Siamo nel 510 a.C. , proprio l’anno della cacciata degli etruschi e della monarchia da Roma.

Si cambia tutto: non più il potere in mano ad uno solo, ed infatti tutte le magistrature sono collegiali d’ora in poi, così da creare una situazione di controllo reciproco; non più il potere a vita, ed infatti una carica dura un anno. E tra una investitura e l’altra di norma devono passare cinque anni. Anche la religione viene scorporata e regolata a parte, con un pontefice massimo designato per via elettorale, con collegi di sacerdoti vari e per varie divinità, nonché di sacerdotesse. Una investitura religiosa, ma con modalità politiche e laiche.

Anche in politica estera vi sono interessanti sviluppi. La città, infatti, comincia a contare diverse migliaia di abitanti, ed è una presenza ingombrante per i vicini laziali. I latini infatti sono riuniti nella Lega Latina, che ha sede nel santuario di Diana Aricina (di Ariccia). Con questa va allo scontro armato Roma, e nella battaglia del Lago Regillo (496 a.C.) sbaraglia le forze della Lega. Ne deriva il Foedus Cassianum, il patto cassiano (dal nome del magistrato romano), che non solo inserisce Roma nella Lega, ma il suo peso da solo vale tutto quello degli altri messi insieme. Al 509 a.C. lo storico greco Polibio fa risalire anche il primo trattato (ma forse il testo riportatoci è di un trattato successivo) tra Roma e Cartagine. La città punica era una potenza già ragguardevole in quell’epoca: perché allora si lega con un impegno ad una ancora piccola città? I cartaginesi hanno capito che Roma ha una marcia in più rispetto alle altre comunità del centro Italia, e non è dedita ai commerci, quindi non è una sua concorrente. Poi sta piazzata proprio nel punto di divisione tra area etrusca ed area greca, concorrenti commerciali e politici di Cartagine. E questa ha tutto l’interesse di potenziare un nemico sia contro gli etruschi a nord, sia contro i greci a sud, e questo è Roma. Segue tutta una serie di guerre da Roma combattute contro i nemici circostanti, tutte vittoriose, ed è già difficile stabilire se si tratti di guerre difensive o offensive. E’ un lungo e duro apprendistato contro Volsci, Equi, Latini, Sabini, Sabelli, Etruschi meridionali, che affina la tecnica militare, potenzia lo strumento, e porta Roma ad essere egemone in centro Italia.

Ed in politica interna? Un fatto tremendo porta al radicamento definitivo del sistema repubblicano a Roma. Tarquinio il Superbo cercherà alleati esterni, segnatamente a Chiusi, ma Roma resisterà; ed anche interni, nel tentativo di una contro rivoluzione. E nella congiura coinvolge anche i due figli di Bruto. Ma la congiura viene svelata, i congiurati processati e condannati da Bruto, che non ha riguardo per i suoi due figli, che sono messi a morte. La loro esecuzione scava un solco incolmabile a favore del sistema repubblicano. E’ da pensare che sia stato soprattutto il patriziato ad appoggiare la cacciata di re ed etruschi. Il suo potere infatti risulta preponderante ed eccessivo, tanto che i plebei si esibiscono in secessioni sociali (noi li chiameremmo scioperi generali) in appoggio alle proprie rivendicazioni (Monte Sacro ed Aventino). Ed ottengono importanti risultati: 1. lex Canuleia de connubiis, la legge sui matrimoni, che abolisce il divieto esistente per matrimoni tra patrizi e plebei; 2. le leggi delle XII tavole, primo codice scritto di Roma: prima la legge era tramandata oralmente, e gli arbitrii si sprecavano, e pertanto si arrivò a scriverle, così che non fosse mai più facile aggiustare le cose a proprio piacimento per i patrizi; 3. la costituzione di una magistratura esclusivamente plebea, a cui potevano essere eletti solo dei plebei e solo dai plebei, inizialmente in numero di due, e poi di dieci: i tribuni della plebe. Erano sacri ed inviolabili (attentare alla loro persona era sacrilegio, con gravissime pene), e presto gli fu attribuito il diritto di veto, con il quale potevano bloccare qualsiasi iniziativa di qualunque magistrato, senato compreso.

Le leggi delle XII tavole erano durissime, ma avevano un pregio nuovo ed enorme: erano scritte! (scripta manent). Quindi non era più possibile aggiustarle a proprio comodo, come prima per i patrizi. Ecco allora l’inevitabile necessità dell’alfabetizzazione. Il primo apporto arrivò dagli etruschi, i quali a loro volta avevano imparato a scrivere dai greci italioti (=d’Italia). Era una scrittura ad andatura sinistrorsa, cioè da destra verso sinistra. In iscrizioni lunghe la scrittura era bustrofedica (alla maniera di come gira il bue quando ara): da destra verso sinistra, poi la riga sotto da sinistra verso destra. Infine si optò per il verso destrorso, da sinistra verso destra. Fate la prova per credere: se scrivete partendo da destra, come fanno ad esempio i bambini che non sanno scrivere, perché questo verso è più naturale se sono destri, la mano che impugna la penna copre e nasconde ciò che si è appena scritto, esponendo ad errori e sbaffature. Se si va da sinistra verso destra, questo non succede. E del resto i romani imparano definitivamente a scrivere dai greci di Cuma, da cui prendono i segni alfabetici e il verso da sinistra verso destra. I dirigenti romani, e con loro il popolo, si rendono conto dell’importanza dell’alfabetizzazione delle masse per la pratica democratica. Se ne rendono conto anche oggi i dirigenti dell’Italia odierna, tanto che varano riforme della scuola tutt’altro che mirate alla formazione di CITTADINI dotati degli strumenti per un approccio logico alla nostra realtà: NON devono capire, ma solo eseguire. E meno se ne rendono conto, più il potere è libero di fare come gli aggrada. E, siccome il potere ha in mano anche i mass media, ecco allora che la fabbrica del consenso funziona a pieno regime. Ed il dissenso? Quel poco che ne resta, viene devitalizzato, con i ricatti economici, la persecuzione e l’emarginazione. Ed anche con le divisioni.

Ma intanto nuvole nere si profilano sul fronte estero. Le bellicose e tenaci popolazioni che vivono intorno a Roma, sono insofferenti del suo predominio sempre più netto, e mettono insieme delle coalizioni anti romane, ma dallo scontro armato Roma esce sempre vittoriosa: ha messo in piedi uno strumento formidabile e vincente, la legione (dal verbo legere, scegliere, cfr l’italiano e-leggere. Polibio, storico greco del secondo secolo a.C. ed ammiratore di Roma, ci dà una descrizione dettagliata sulla maniera di arruolare una legione, in modo che sia perfettamente equilibrata: ne parleremo). La LEGIONE, insieme alla LOGICA ed alla straordinaria LINGUA LATINA, razionale quant’altre mai, sono state i tre strumenti basilari che spiegano la durata della storia romana per più di un millennio. In quest’epoca di prima repubblica e poi per alcuni secoli il cittadino non sente il DOVERE; ma il DIRITTO di far parte dell’esercito: militare è la certificazione indubitabile del suo essere civis romanus. Ed il console, magistratura civile in tempo di pace, ma generale in guerra, impone una disciplina ferrea al contingente armato, che tutti accettano, forti dell’esperienza delle tante vittorie con questo sistema. Proverbiale la durezza degli iussa manliana, gli ordini inflessibili del console Tito Manlio Torquato, che mandò a morte il proprio figlio. Vedremo. Ma in questa epoca Roma getta le solidissime basi della sua storia.

L’evento che permise a Roma di sprigionare tutto il suo potenziale, fu la lunga guerra contro Veio, potente città etrusca a due passi da Roma: dieci anni durò il suo assedio (come quello di Troia: ci possiamo credere?), ed alla fine i romani con uno stratagemma penetrarono in città, sotto la guida di Furio Camillo. Ma lo vedremo alla prossima puntata, perché sforiamo di secolo.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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