Quarta puntata: il III secolo a.C.

All’inizio del secolo Roma è ancora in lotta con i sanniti per il controllo dell’Italia centro meridionale. Alla fine del secolo alla città si offre uno sterminato campo di conquista, cioè l’intero mare Mediterraneo, destinato a divenire “mare nostrum”.

La fine delle guerre sannitiche, per sfinimento ed esaurimento dei sanniti, durate circa un secolo con aggiunta di lotte tra Roma e le altre bellicose popolazioni dell’Italia centrale, tutte vinte dai romani, porta Roma ad affacciarsi sulle zone dell’Italia meridionale, e questo determina il conflitto con la potente colonia greca di Taranto. Chiamato dai tarantini, dall’Epiro sbarca Pirro, re di quella regione, con legami familiari con Alessandro il grande, e spinto dall’ambizione di costruirsi un regno in Italia, nel quale inglobare tutte le città greche della Magna Grecia, ricche e discretamente potenti. Il conflitto con Roma ha esiti contraddittori: in due battaglie (Eraclea ed Ascoli Satriano) Pirro ha la meglio, anche per l’apporto degli elefanti, ignoti ai romani (li chiamarono buoi lucani), ma subisce tali perdite, che le sue vittorie divennero esemplari in quanto rovinose (vittorie di Pirro).

Visto che Roma era un osso più duro del previsto, Pirro cambiò progetto, e mirò a costituirsi il regno in Sicilia, mettendosi alla testa delle città greche dell’isola nella secolare contesa con Cartagine, attestata nella zona occidentale, di fronte a Cartagine. Per coprirsi le spalle, doveva però chiudere la faccenda con Roma. Ma i romani respinsero le offerte di pace. Come mai?

In primis perché Cartagine, informata delle mire siciliane di Pirro, da una parte incoraggiò Roma a proseguire la lotta contro Pirro, promettendo aiuti; dall’altra la minacciò, esibendo nel mare di Ostia una poderosa flotta a scopo intimidatorio. Inoltre a Roma si stava formando un importante partito politico (o, per meglio dire, una fazione, perché un partito come lo intendiamo noi è roba moderna), di personaggi e famiglie che ambivano a lanciare Roma in una politica imperialistica, di cui poi essere i protagonisti assoluti. Uno di questi, Appio Claudio Cieco, si fece accompagnare in senato, dove si stavano discutendo le profferte di pace di Pirro, ed avrebbe proclamato: “Esca Pirro dall’Italia, e poi parleremo di pace!”. Capito? Dall’Italia, mica dal territorio romano. E’ evidente che nella sua mente l’Italia intera rientrava nel panorama politico attuale e futuro. Solo nella sua?

Appio Claudio è personaggio interessante, una bella spia su quanto si stava verificando a Roma. Aveva promosso la costruzione della via Appia, regina viarum, destinata ad arrivare fino a Capua. Ma la costruzione di una strada, e con i criteri romani poi, implicava la convinzione di una conquista definitiva di certe zone, anche perché il primo utilizzo è quello militare. Aveva poi incaricato un suo liberto, Gneo Flavio, di redigere i codici di procedura: la legge, anche scritta, senza le norme di procedura (lasciata all’arbitrio dei patrizi) si rivelava un’arma spuntata per la plebe. Dunque l’opera di Flavio (ius flavianum) va a vantaggio della plebe, ed è curiosa questa iniziativa di uno che apparteneva ad una famiglia di solito polemica verso la plebe. Ne deduco che si trattava di una mossa politica, volta a procurarsi il favore della plebe. Per questo – dicevano i patrizi – gli dèi lo avevano reso cieco, per aver tradito la propria fazione. Cataratte? A mio avviso cercava l’appoggio dei plebei per la sua politica e dei settori a lui collegati.

A lui si attribuisce anche una sentenza rivelatrice di una mentalità in evoluzione: “Quisque suae fortunae faber est!”. (OGNUNO è artefice della propria sorte: ognuno individualmente, pensiero in contrasto con il senso comune e tradizionale romano, che dava larga importanza agli dèi ed al collettivo della città).

La guerra con Pirro proseguì, ed a Maleventum ci fu la battaglia decisiva, stavolta vinta dai romani, e Maleventum cambiò nome, e divenne Beneventum. Fine del sogno di Pirro, e Roma è ormai padrona di tutta l’Italia peninsulare, Padania (ma che d’è ‘sta Padania?!) esclusa, ma non per molto ancora. E’ fatale che Roma inizi ad interessarsi della Sicilia, ed i rapporti con i cartaginesi, finora eccellenti, erano destinati a rovinarsi.

Prendendo a pretesto la situazione politica difficile nella città di Messina, i romani passano lo stretto ed inizia così la prima guerra punica. A Cartagine la politica è egemonizzata dalla famiglia Barca, l’equivalente cartaginese dei gruppi imperialistici ed espansionistici romani. Benché meno esperti in mare dei cartaginesi, i romani alla fine impongono una sorta di blocco navale, anche con espedienti ingegnosi, come i ponti corvo, grazie ai quali non affondano le navi nemiche, ma le catturano, ne tagliano i rostri (le punte corazzate atte a sfondare le murate nemiche), e ne fanno delle colonne (rostrate) da sistemare nel foro nella zona dei comizi popolari (assemblee elettorali).

I cartaginesi, sotto la guida di Amilcare, sono asserragliati nella parte occidentale della Sicilia, ed i romani non riescono a farli sloggiare di lì. Finché a Cartagine non cambia il quadro politico: i settori sociali legati all’economia terriera, sotto la guida della famiglia degli Annoni, prendono il potere, ed ordinano ad Amilcare Barca di tornare in patria, lasciando campo libero ai romani (fine della prima guerra punica (264-241 a.C.), e la Sicilia diviene la prima provincia (=territorio d’oltremare) romana. Destinata ad essere governata da un governatore venuto da Roma.

Segue un periodo di torbidi interni a Cartagine, di cui i romani approfittano, impossessandosi dei territori punici in Sardegna e Corsica. I Barcidi poi tornano a guidare la politica cartaginese, e, sotto la guida di Amilcare, iniziano a penetrare in Iberia. I romani impongono loro di non oltrepassare il fiume Ebro, e per un pò la cosa funziona. Diviene poi egemone Annibale, figlio di Amilcare intanto morto in battaglia, ed Annibale coltiva il sogno della rivincita con Roma. Parte quindi per l’avventura, con la nota impresa del passaggio dei Pirenei e delle Alpi, con alcuni elefanti al seguito. Arriva in Italia (218) ed inizia a tartassare i romani con sanguinose disfatte (vi moriranno più persone che non nella prima guerra mondiale): battaglia della Trebbia, del Ticino e soprattutto del lago Trasimeno. . Ma la sconfitta più grave i romani la subiscono nel 216 a Canne: 60 mila morti e 10 mila prigionieri. E’ il momento più nero per Roma.

Annibale non osa attaccare Roma, temendo di essere accerchiato dagli italici, rimasti praticamente in blocco fedeli a Roma, contrariamente alle sue aspettative. Quindi aspetta che suo fratello Asdrubale arrivi in Italia con i rinforzi, ed insieme attaccare l’odiata nemica. Ma Asdrubale è intercettato presso il fiume Metauro, il suo esercito è sterminato, ed anch’egli ci lascia la vita.

Intanto sull’orizzonte romano sta nascendo un astro straordinario, P. Cornelio Scipione, il futuro Africano. Per prima cosa taglia la via dei rifornimenti in Spagna (per mare domina la flotta romana), conquistando la città di Cartagena; poi passa in Sicilia, dove mette a punto la spedizione in Africa. Vi sbarca con un forte contingente, e sistematicamente si mette a conquistare tutte le roccaforti puniche, finché non si presenta sotto le mura di Cartagine. I cartaginesi, specialmente gli avversari politici dei Barcidi, alla fine richiamano in patria Annibale. Questi, sacramentando come un turco (ha vinto tanto, ma poi alla fine non ha vinto nulla!) lascia l’Italia e torna in patria. Fa un estremo tentativo con Scipione per arrivare ad una composizione onorevole del conflitto, ma Scipione lo inchioda alle sue responsabilità. E fu la battaglia di Zama (202 a.C.). FINE!

All’inizio del secolo Roma è impelagata in una guerra regionale snervante, ed è ancora formidabile la spinta del SPQR. Alla fine del secolo ormai Roma è la potenza delle potenze, ma il POPULUS inizia ad essere distante, per condizione economica, potere politico e peso nelle decisioni

Roma ha ormai campo libero nel Mediterraneo, Cartagine è ridimensionata a potenza regionale sotto la guida dei proprietari terrieri, che promuovono una politica di espansione all’interno dell’Africa. Ma a Roma iniziano a prendere piede politiche diverse da quelle tradizionali: culto della personalità, immense ricchezze concentrate in poche mani, progressivo abbandono delle campagne con conseguente fenomeno deleterio dell’urbanesimo. Ed intanto il POPULUS perde importanza, ed inizia quel progressivo distacco tra base e classe dirigente, che si rivelerà la radice più velenosa per l’edificio romano. Più o meno come sta capitando in Italia in particolare e nell’occidente decadente in generale, con il jobs act diffuso ad impestare la nostra vita.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.