Il secondo secolo dopo Cristo si era chiuso con la grande anarchia militare, durata tre anni, e che alla fine aveva lasciato sul trono Settimio Severo, imperatore di natali africani, che dà inizio alla dinastia dei Severi, comprendente Caracalla ed Alessandro Severo. E’ sempre più evidente che il destino del millenario impero romano è nelle mani dei militari, non solo perché a loro per dovere istituzionale spetta la difesa, ma anche perché sempre più gli eserciti acclamano gli imperatori.

Caracalla emana un editto, con cui è concessa la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell’impero: a me pare una prova inconfutabile dell’esistenza di un problema nelle terre romane, quello della tendenza al decremento nella demografia. Guerre pestilenze e crisi di natalità (del resto con quali prospettive per loro mettere al mondo dei figli?) ormai croniche ostacolano la crescita numerica degli abitanti dello Stato romano. Il problema era stato già acutamente avvertito al tempo di Augusto, caratterizzato da ripetuti censimenti, locali e generali, con coinvolgimento – a quanto pare – anche della sacra famiglia.

Il terzo secolo vede una teoria interminabile di imperatori acclamati dalle truppe, ad occhio e croce uno l’anno. Dalle frontiere, specie settentrionali ed orientali, è un continuo premere di popolazioni assetate di terre e di preda. Nascono così delle realtà nuove, inedite nella storia romana: ad esempio l’impero romano di Gallia; o il regno di Palmira, il cui personaggio più illustre fu la regina Zenobia. Franchi, burgundi, goti, vandali fanno scorrerie in lungo ed in largo, malamente tamponate dagli imperatori di turno. Questo in occidente, ed in oriente non va meglio, là dove i parti seguitano ad essere una spina nel fianco.

Ai soldati l’oneroso compito di provvedere alla difesa del glorioso impero romano, ma per loro diviene sempre più un luogo comune, vuoto di contenuto, se non la mercede percepita per militare. E proprio per pagarli, vari imperatori si inducono ad una feroce politica fiscale ed anche monetaria, con svalutazioni sempre più dirompenti del patrimonio monetario. E’ un rimescolamento di carte, una redistribuzione della ricchezza che fa pensare ai nostri tempi, nei quali il 10% delle famiglie italiane fruisce del 70% della ricchezza prodotta nel Paese. La soglia di povertà era (ed è) sempre più vicina per un sacco di gente: ci si vende tutto, oro, macchine, case, beni messi da parte per i tempi difficili, che sono arrivati, ma sembrano più difficili del prevedibile e del previsto. Allora alienavano da sé soprattutto le terre, con abnorme incremento del latifondismo, fenomeno già abnorme di suo. Cresceva il numero degli schiavi, specialmente prigionieri di guerra. Ma, quando per la debolezza ormai strutturata dello Stato, il nemico esterno – da cui lo schiavo derivava – tendeva ad assottigliarsi, fino a sparire (molte popolazioni barbariche furono ammesse all’interno dei confini romani), ecco allora che la manodopera diviene per lo più salariata, ma con salari di sopravvivenza. Chi ne era capace e ne aveva le possibilità o il coraggio, fuggiva dalle campagne, per cercare la vita nelle città. Vari imperatori promossero interventi di legge, per impedire urbanesimo e spopolamento delle campagne, fino al regno di Diocleziano, che strutturò in via definitiva un istituto socio-economico, che nel medio evo sarà la norma, e si chiamerà servitù della gleba: il figlio del contadino, ed i suoi figli, ed i figli dei figli potranno svolgere solo un’attività nella vita, il contadino.

La tremenda crisi dinastica, a cui accennavo prima (un imperatore l’anno in media) trovò in Diocleziano una fase di interruzione: mise in piedi la tetrarchia (un Augusto ed un Cesare – che gli succederà – in occidente, ed un Augusto ed un Cesare in oriente). In mezzo lui, nel suo palazzo a Spalato (Split). Per un po’ funzionò, ma già dopo di lui si riscatenarono le guerre per il potere. Alla fine restò il solo Costantino I il grande: spostò la capitale dell’impero a Bisanzio, che ristrutturò e denominò da se stesso – modestamente – Costantinopoli. La sua dinastia sarà destinata a durare fino alla conquista turca nel 1453, quando l’ultimo imperatore della serie bizantina, Costantino XIII fu sconfitto ed eliminato da Mehemet II. La chiesa ortodossa lo celebra come santo, benché le sue mani grondassero sangue in abbondanza, compreso quello di suo figlio Crispo.

Costantino I aveva capito la forza numerica e sociale del cristianesimo. All’inizio questa nuova religione era stata assimilata ad una delle tante sètte dell’ebraismo, e poi vista come non dissimile da molti culti misterici: la promessa di una seconda vita, di certo migliore di quella vissuta; la prospettiva della vita eterna garantita dal dio; la resurrezione procurata attraverso cerimonie mistiche, durante le quali per transustanzazione la vittima sacrificata solo in apparenza non era mutata, ma in realtà cambiava sostanza e diveniva dio, per cui, mangiandola, si diveniva partecipi del destino narrato nella biografia del dio, quello di morire e resuscitare. Queste ed altre promesse, come quella della fratellanza universale, a patto però di fare parte del gregge (per informazioni rivolgersi ad Ipazia), avevano garantito il proselitismo, ma erano elementi e fattori comuni ai culti di Dioniso e di Mitra, di Iside ed Osiride, di Demetra e Kore. Ed anche al cristianesimo. Questo, però, aveva una marcia in più, un fascino più intrigante (basta leggere il discorso della montagna), e, decennio dopo decennio, si rese sempre più importante, anche a dispetto delle persecuzioni anti cristiane, come quella di Decio, di Diocleziano e di Giuliano l’apostata (apostasia è quel peccato di cui si macchia chi, avendo aderito al cristianesimo, poi lo rinnega). E le persecuzioni aggravarono ulteriormente la crisi demografica cronica dell’impero. Ma la cultura pagana e classica non aveva più risposte da dare alle disperate domande degli umani.

Costantino, invece, si fece cristiano, si alleò con i cristiani, si servì dei cristiani nella sua lotta per il potere con Massenzio (poi scaturirono leggende, come quella del sogno e della croce sulle sue armi). Vinse lo scontro decisivo a Saxa Rubra (battaglia meglio conosciuta come battaglia di ponte Milvio). Ai cristiani che ne venne? Il proclama della libertà di culto, un imperatore colmo di gratitudine, che si fece anche battezzare, sia pure tardivamente, e si diede da fare ad organizzare addirittura concili dottrinari, come quello di Nicea, ed entrò anche nelle dispute dottrinarie, come quella contro Ario, padre dell’eresia ariana.

Dopo una cinquantina d’anni l’imperatore Teodosio proclamò solennemente che il cristianesimo era la religione ufficiale dell’impero.

Ma ormai il conto alla rovescia era iniziato. Alarico, generale ufficialmente romano, e capo dei goti, assediò Roma, ne distrusse gli acquedotti per costringerla alla resa, la prese e la saccheggiò: l’ultima volta era stato il saccheggio dei galli nel 391 a.C., ed ora siamo nel 410 d.C., ottocento anni dopo. L’imperatore nominale non era a Roma, ma a Ravenna, ma l’evento che sgomentò anche sant’Agostino certificò la fine di una lunga e luminosa epoca. Le forze centrifughe ormai si fecero prevalenti, specie in occidente, e dell’impero restava solo un guscio vuoto, mentre in oriente se ne andava per fatti suoi l’impero bizantino, anche se non smise di interessarsi almeno all’Italia.

L’atto finale fu nel 476, quando l’ultimo imperatore, Romolo Augustolo, fu deposto da Odoacre. FINE-

Gli studiosi si sono spesi a cercare di evidenziare le ragioni della fine dell’impero (in qualche testo scolastico leggo ancora che la causa e la colpa sono da attribuire ai cristiani, ma è una lettura della storia che non condivido, pur essendo ateo dichiarato). A mio avviso il germe della dissoluzione è stato seminato al tempo dei Gracchi, quando la parola passò dal foro e dall’edificio senatorio alle armi. Iniziava allora a determinarsi una crepa, che con il tempo si è approfondita sempre più, fino a quando dalla repubblica democratica non si è passati alla monarchia ereditaria, con Cesare ed Augusto. In tempi di grandi rivolgimenti politici e sociali, il rimedio sarebbe (stato) uno solo: l’incremento della democrazia. Un grosso pericolo ci sovrasta tutti? Che TUTTI collaborino alla sua soluzione. Ma si affermò l’idea del Salvatore, dell’Uomo della Provvidenza, il quale (chissà perché?) si dedicherà a risolvere i problemi di tutti. Non è mai successo nella Storia: un potere fortemente centralizzato è capace di risolvere qualche problema, FORSE, ma si porta dietro una pecca pesantissima, quella di ragionare con una sola testa. Può essere efficace nel breve periodo o per obiettivi netti (e i romani lo sapevano bene, tanto che avevano creato la magistratura eccezionale della dittatura, a tempo o ad obiettivo). Hitler non ci mise nulla a scatenare la guerra, mentre le democrazie occidentali prendevano lente decisioni. Poi però quelle lente decisioni si rivelarono vincenti, perché appoggiate dalla forza dei popoli.

Finisce qui questa esposizione per sommi capi della straordinaria Storia Romana, spero non prolissa. Prossimamente, sempre nella mia non scalfibile convinzione che Historia magistra vitae, vi diletterò (?) con altri due post: il prossimo sulla fase aristocratica della storia greca, fase cruciale nella storia dell’umanità, dove vedrete quanto di noi ha radici antiche, tuttora vitali; quello successivo, l’ultimo di quelli sistematici di quest’anno, sulla riforma della scuola, in cui cercherò di mettere a fronte la riforma fascista, di Giovanni Gentile, e quella finto democratica dei tempi nostri, e non solo la “buona scuola” (mi vengono i brividi, soprattutto per l’inconsapevolezza e la passività dell’italiano di oggi).

BREVE CORSO DI STORIA ROMANA: Dal secolo d’oro al crollo was last modified: maggio 4th, 2018 by Fulvio Marino

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