IL SECONDO SECOLO A.C.
parte quinta

Il II secolo a.C. è un secolo cruciale sia per la Storia romana che per quella del mondo occidentale, 2018 compreso. Conviene procedere per settori.

1. Politica estera. Roma intraprende una serie di guerre, che la portano ad estendere il suo dominio, diretto o indiretto, su tutte le regioni rivierasche del Mediterraneo. Sconfigge Filippo V di Macedonia e poi suo figlio, e, smentendo la solenne proclamazione dell’indipendenza greca fatta dal console Tito Quinzio Flaminino a Corinto, sottomette tutta l’area greca, riducendola a provincia, chiamandola Acaia, con la sola eccezione formale di Atene, in omaggio alla sua storia ed alla sua cultura. Infligge una dura sconfitta ad Antioco III di Siria, e crea un’altra provincia denominata Asia. Distrugge Cartagine con la terza guerra punica (vedi oltre), e crea la provincia d’Africa nel nord del continente. Attacca e distrugge Numanzia, sottomettendo l’Iberia e la Lusitania, creando alcune province in Spagna. Tutto il nord Italia era stato sottomesso prima dell’arrivo di Annibale, ed anche Marsiglia -. antica colonia greca – entra a far parte del sistema provinciale romano, ed il nome moderno ne porta evidente traccia (Provenza). N.B.: per provincia si intende un territorio fuori dell’Italia, al quale si lascia larga autonomia amministrativa ed il diritto di vivere secondo i propri costumi e tradizioni, rinunciando alla politica estera (ceduta ai romani) ed a farsi delle forze armate autonome. In cambio accetta la presenza e l’autorità di un governatore designato da Roma, che solitamente diviene ricco sfondato. Però per i provinciali i vantaggi erano molti: i romani si occupavano della sicurezza regionale, perseguendo banditi da strada e pirati (famoso un rastrellamento del mare a pettine stretto operato da Pompeo, con impiccagioni in gran quantità di pirati); costruivano strade per tutto il territorio dell’impero, e strade e sicurezza nei viaggi erano alquanto gradite al ceto più prestigioso già diffuso in oriente dopo Alessandro Magno in particolare, quello dei mercanti e degli affaristi; dotavano le città di porti teatri fori anfiteatri acquedotti circhi (strepitose le rovine romane di Baalbek in Siria, a Palmira, a Leptis Magna in Libia e nella stessa Cartagine); realizzavano numerose saline in tutto il territorio dell’impero, ed il sale era materiale prezioso (si pensi al vocabolo salario) per il nutrimento e per la conservazione degli alimenti. Insomma i provinciali si vedevano trattati non diversamente dagli italici e dai romani stessi. Dunque la Pax romana comportava enormi vantaggi agli abitanti dell’impero. Il re Attalo III di Pergamo, piccolo ma prestigioso regno dell’Asia Minore (si pensi alla famosa ara, oggi al Pergamon museum di Berlino), morendo lasciò il suo regno in eredità al popolo romano, ed a Roma arrivò una quantità enorme di ricchezza. Pareva allora che si realizzasse il sogno coltivato nei secoli precedenti, che noi chiameremmo globalizzazione, e pareva una realtà grazie ad Alessandro: un unico immenso Paese, in cui si parlava inglese (greco).

2. Politica interna. A fronteggiarsi, per il dominio politico di tutto ciò, erano due fazioni, entrambe di collocazione patrizia: i tradizionalisti (conservatori), che avevano in Catone il censore l’elemento di punta, fautori di uno sviluppo economico centrato sull’agricoltura ed il possesso delle terre, ostili all’arricchimento tramite il commercio e l’attività monetaria; ed i fautori del cambiamento, con gli Scipioni in primis, favorevoli ad una politica imperialistica di conquiste, che nel mercato e nei traffici valutari vedevano la scelta da operare per la città. Non si impegnavano di solito direttamente in tali attività, considerate poco dignitose, ma sostenevano le ragioni di mercanti ed agenti monetari, ricevendone a loro volta appoggi materiali ed elettorali per l’ascesa politica, che voleva dire potere e ricchezza. Catone, constatando che Cartagine a dispetto del mostruoso conto pagato a Roma come indennizzo della guerra annibalica s’era ripresa alla grande, non cessava mai di ripetere “Carthago delenda” (Cartagine è da distruggere). Ed alla fine fu accontentato, Cartagine fu distrutta, ma a compiere l’impresa fu mandato Publio Cornelio Scipione Emiliano, nipote adottivo del vincitore su Annibale, detto quindi Africano Minore, minore in quanto più giovane dell’altro. In questa temperie storica sociale e politica spiccano tre provvedimenti di legge: 1. Il senatus consultum de bacchanalibus, con cui si faceva divieto di culto dionisiaco, all’interno del territorio italico, culto ammesso per la disperazione al tempo dell’attacco di Annibale: la religione doveva restare sotto il controllo del senato; 2. Abrogazione della legge Oppia: sempre al tempo di Annibale in Italia, su iniziativa del tribuno della plebe Oppio si erano stabiliti limiti stretti e severi per il lusso femminile: le ricchezze dovevano essere destinate a fronteggiare il pericolo punico. Finito il pericolo, le donne, chiaramente sobillate dagli speculatori, si scatenarono in manifestazioni pubbliche, che fecero disperare Catone, ma portarono all’abrogazione della legge. 3. Fu abolita la schiavitù per debiti per i cittadini di Roma, ormai giunta a livelli intollerabili.

3. Scipione Emiliano. Figlio adottivo del figlio dell’Africano Maggiore, ebbe come precettore Polibio, il più importante storiografo greco del tempo, e fu educato alla greca. La sua casa divenne centro di diffusione e di irradiazione dell’ammodernamento della cultura latina. Orazio dirà: “Graecia capta cepit ferum victorem, et artes intulit agresti Latio” (la Grecia conquistata conquistò il rozzo vincitore, ed importò le arti nel contadino Lazio). Le famiglie abbienti compravano uno schiavo greco istruito, perché facesse da precettore ai loro figli, o li mandavano a scuola a pagamento. Raggiunta l’età adulta, andavano in Grecia a fare l’”università” presso retori e filosofi prestigiosi. Loro, che erano stupidi tanto da fondare un impero che per certi e numerosi aspetti ancora dura, non pensavano alla cervellotica ed anti popolare “buona scuola”, né tanto meno alla farneticante esperienza scuola lavoro. Volevano che i figli esercitassero le facoltà logiche, che poi avrebbero aperto loro tutte le strade. Del “circolo degli Scipioni” fece parte il meglio degli intellettuali del tempo, greci (Posidonio, Panezio, Polibio), e romani (Lucilio, Terenzio, Ennio), che diedero alla cultura romana una energica sterzata in direzione della cultura ellenistica (cultura greca post Alessandro). Ma non furono abbandonate le forme tradizionali, specie nel teatro, dove persistettero a livello popolare la atellana (farsa italica, senza copione e con le maschere fisse) ed il mimo. Iniziò allora con loro quel modo di porsi davanti ad un foglio o alla tastiera, che ci induce a scrivere in maniera diversa rispetto a quando parliamo, fin dai pensierini delle elementari. Ma plebe e patriziato iniziarono a parlare due lingue diverse.

4. E il populus? Nell’Italia peninsulare furono fondate alcune colonie (dal verbo còlere, coltivare) in porzioni di territorio sottratte ai nemici vinti e confluite nell’ager publicus. Questo veniva distribuito ai plebei, specie se veterani militari, per avere una presenza potenzialmente armata in loco, e per dare sfogo alla popolazione romana in continua crescita. Ma le continue guerre, a cui si aveva il diritto/dovere di partecipare, rendevano difficile il lavoro nei campi, che non ammette intervalli. Inoltre dall’oriente, per iniziativa dei mercanti, romani e non, arrivavano prodotti agricoli in grande abbondanza e con prezzi altamente concorrenziali con il prodotto italico. Fu inevitabile che molti cedessero il possesso del loro podere a chi aveva denaro da spendere, e si trasferissero in città, specialmente a Roma. Si combinarono così due fenomeni sociali ed economici deleteri, il latifondismo e l’urbanesimo. I latifondisti a loro volta peggiorarono la situazione con l’immissione senza limiti di mano d’opera servile (schiavi), prigionieri di guerra e frutto dei mercati di schiavi diffusi in oriente. Era la loro maniera di delocalizzare. Ricordo che la schiavitù è la proprietà di un uomo verso un altro uomo, come con un cane o un mulo, è privata, e fu inventata dai coltivatori della vite nell’isola greca di Chio nell’VIII secolo a.C.

5. Un jobs act ante litteram. Cosa facevano a Roma le masse di plebei nullatenenti? Alloggiavano in case fatiscenti, dette insulae, uno due piani in muratura e due tre di legno (frequenti gli incendi, essendo molto stretti i vicoli), in condizioni igieniche deprecabili, clientes al servizio del buon cuore e delle necessità del patronus, il notabile che viveva nella sontuosa domus patrizia. Oggi e domani lavori, quindi mangi, dopo domani non si sa.

6. Tiberio e Caio Gracco. La dipendenza economica di larghi strati plebei privava della necessaria dignità moltissimi cittadini romani: masse sempre più cospicue di diseredati e bisognosi da una parte, e dall’altra gruppi sempre più ristretti di famiglie ed individui vergognosamente ricchi. L’unità cittadina e l’equilibrio dei poteri, che avevano consentito a Roma di divenire ROMA, iniziavano ad incrinarsi ed a mandare i primi sinistri scricchiolii. Tra base popolare e vertice dirigenziale comincia a formarsi quel solco, approfonditosi nei secoli a venire, per cui il Populus di sPqr sentirà il potere sempre più lontano e sempre meno autorevole e rappresentativo. Arriveranno le invasioni, tra l’indifferenza della gente. Un pò come sta capitando oggi in Italia e non solo. Soltanto la formidabile tempra della struttura dello Stato romano e la micidiale efficienza delle forze armate riuscirono a ritardare l’epilogo del tramonto, insieme ad uno strumento di ineguagliabile capacità formativa, la lingua latina, la più vicina alla logica ferrea dell’informatica odierna. Restituire autonomia ed indipendenza economica, e quindi DIGNITA’ CON IL PROPRIO LAVORO ai plebei fu l’obiettivo strategico dei fratelli Gracchi, nipoti carnali di Scipione l’Africano Maggiore. Tiberio ebbe a dire: “Ecco i romani: sono padroni del mondo, ma non hanno un metro di terra dove farsi seppellire!”. Gli era ben chiaro il fattore economico della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociali, nonché della piega presa dalla politica romana, sempre più incline verso la ricerca dell’Uomo della Provvidenza. I due fratelli Gracchi finirono uccisi, Tiberio addirittura a colpi di sgabello. E gli artefici del misfatto non potevano sospettare che il loro delitto stava aprendo la strada ad un secolo tondo tondo di torbidi, guerre civili, liste di proscrizione, confische, un secolo violento che per sfinimento porterà a desiderare l’avvento di un individuo prodigioso, capace di riportare la pace in terra. Tiberio morì nel 133, ed Augusto chiuse le guerre civili un secolo abbondante dopo, nel 31 a.C. (battaglia di Azio). Ma chiuse anche definitivamente la storia gloriosa della Repubblica democratica di Roma.

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