Molte sono state le morti in Garfagnana nel passato a causa del lavoro, morti dovute a turni estenuanti, alla poca sicurezza e all’avidità di datori di lavoro senza scrupoli. Fra le più gravi nella nostra valle si ricordano i morti per realizzazione della ferrovia Lucca- Aulla, nelle cave di marmo garfagnine e alla SIPE Nobel di Gallicano. Ma ce n’é una poco conosciuta e che ancora oggi lascia dei dubbi, dato che molti al tempo dissero:”avrebbero potuto fare di più per salvarli”. Era il 24 novembre 1939 quando a Bolognana nella costruzione di una galleria di dieci chilometri che doveva portare acqua alla diga di Turritecava il terreno all’interno della tunnel franò, chiudendo di fatto ogni via d’uscita a otto operai garfagnini . Saranno sei giorni di vera e propria agonia…Ecco la loro storia

Morire lavorando, la cosiddetta“morte bianca”” Le chiamano “morti bianche”, come avvenissero senza sangue.Le chiamano “morti bianche”, perchè l’aggettivo bianco allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’accaduto, invece la mano responsabile c’è sempre, più di una.
Le chiamano “morti bianche”, come fossero dovute alla casualità, alla fatalità, alla sfortuna.
Le chiamano “morti bianche”, ma il dolore che fa loro da contorno potrebbe reclamare ben altra sfumatura cromatica.
Le chiamano “morti bianche”, tanto non meritano che due righe sui quotidiani, si e no una citazione nel telegiornale.  
Le chiamano “morti bianche”, ma non sono incidenti, dipendono dall’avidità di chi si rifiuta di rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro”.

Centrale SELT Valdarno Gallicano 1938
Centrale SELT Valdarno Gallicano 1938

Questo è un brano di uno scritto di Mauro Bazzoni, operaio metalmeccanico di Firenze, da sempre in prima linea per la sicurezza sul lavoro. Leggevo questa bella lettera proprio in questi giorni e fra le tante frasi  mi è rimasta nella memoria la parte in cui dice: Le chiamano “morti bianche”, tanto non meritano che due righe sui quotidiani, si e no una citazione nel telegiornale”. Niente di più vero, di solito queste notizie passano in secondo piano e ben presto ci si dimentica di coloro che la mattina sono usciti da casa, hanno salutato moglie e figli recandosi al lavoro e di li non hanno fatto più ritorno e i numeri di quelli che non hanno fatto più ritorno a casa nei primi sette mesi del 2016 sono agghiaccianti.

Analisi statistica e incidenze sulla popolazione occupata degli infortuni mortali nel territorio nazionale
Analisi statistica e incidenze sulla popolazione occupata degli infortuni mortali nel territorio nazionale 2015
Secondo l’osservatorio di sicurezza sul lavoro Vega Engineering di Mestre sulla base degli elementi forniti dall’I.N.A.I.L i morti sono 562, una media di 80 morti al mese, 20 a settimana…una mostruosità!Non dimentichiamoci allora dei morti sul lavoro che anche la Garfagnana ha avuto e purtroppo ha ancora, le disgrazie che in questo ambito questo lembo di Toscana ha avuto sono molteplici: dai morti di inizio ‘900 per la realizzazione della ferrovia Lucca- Aulla, alle disgrazie avvenute nei decenni alla S.M.I (società metallurgica italiana) di Fornaci di Barga, alle tremende morti nelle cave di marmo garfagnine, fino ad arrivare alle due più gravi e pesanti (in quanto a perdita di vite umane) che sono accadute entrambe nel territorio comunale di Gallicano. Impossibile quindi dimenticarsi dello scoppio della polveriera S.I.P.E NOBEL, era il febbraio 1953 e nell’esplosione dello stabilimento gallicanese di polvere pirica trovarono la morte dieci persone(per questa storia clicca qui:http://paolomarzi.blogspot.it/esta-del-lavorola-tragedia-che.html).
Bolognana (foto Giro-Vagando)
Bolognana (foto Giro-Vagando)
Ma c’è ancora un’altra strage di lavoratori, ormai quasi dimenticata e tornata agli onori della cronaca nel 2002, quando qualcuno nel piccolo paese di Bolognana si ricordò che sulla vecchia strada che conduceva a Lucca, dietro ad una folta vegetazione c’era ancora un piccolo monumento neoclassico che ricordava l’estremo sacrificio di alcuni uomini, oramai la boscaglia l’aveva nascosto alla vista dei passanti e per di più anche la sua stabilità era quasi compromessa. Ma finalmente dopo 63 anni E.N.E.L (colei che al tempo commissionò l’opera), con la piena collaborazione e disponibilità sia della provincia che del comune decisero di restaurare il monumento e riportare alla memoria collettiva la storia di questi valorosi uomini. Sono passati oggi settantasette anni da quella disgrazia, era il 1939, era il periodo delle grandi opere fasciste e in un articolo sul “Popolo d’Italia” il primo luglio 1926 Mussolini scriveva: “Ho ancora una battaglia da vincere: è la battaglia per la restaurazione economica dell’ Italia. Nelle altre battaglie che il regime fascista ha dovuto combattere, la vittoria è già stata conseguita…”. La cosiddetta restaurazione economica passò attraverso opere di grande utilità, in tutta Italia presero il via progetti imponenti: costruzione di scuole, di edifici pubblici, di dighe e bonifiche di aree urbane altrimenti inutilizzabili. Parte di queste opere furono intraprese anche in Garfagnana e una di queste era proprio la costruzione di una galleria che era destinata a portare l’acqua dalla centrale di Gallicano all’impianto idroelettrico di Turritecava. Il cantiere dei lavori era appena fuori il paese di Bolognana, precisamente sulla vecchia strada provinciale Lodovica all’altezza di Rio Forcone, torrente che sfocia nel Serchio.
Centrale di Turritecava, cerchiato in rosso l'uscita della galleria di Bolognana
Centrale di Turritecava, cerchiato in rosso
l’uscita della galleria di Bolognana

La società elettrica ligure toscana al tempo meglio conosciuta come S.E.L.T Valdarno (n.d.r: la futura E.N.E.L) aveva commissionato i lavori a lotti per tre ditte, la D’Amioli, la Pighini e la Scardovi, era questa un’impresa a più mani dato che il lavoro da fare era piuttosto arduo, c’era d’aprire una galleria attraverso la montagna per quasi dieci chilometri. I lavori procedevano a rilento, a causa proprio delle difficoltà incontrate nel penetrare il monte, la data ultima di consegna dei lavori si stava infatti avvicinando inesorabilmente, la precisione e la disciplina fascista dell’epoca non ammetteva ritardi, perciò bisognava andare svelti e per questo furono organizzati tre turni lavorativi giornalieri. Testimonianze raccolte da Adolfo Moni (n.d.r: docente gallicanese dell’università della terza età)da un vecchio abitante di Bolognana raccontano che già poco prima della tragedia ci si era resi conto della pericolosità dei lavori e già nell’estate di quel maledetto 1939 ci furono due incidenti, uno causato da uno scoppio di glicerina utilizzata per fare le mine che determinò la morte di due persone,l’altro ci fu un po’ più a sud verso Turritecava. Ma quello che successe la sera di quel 24 novembre fu veramente spaventoso.

Sul luogo della tragedia il restaurato monumento neoclassico del 1942
Sul luogo della tragedia il restaurato monumento neoclassico del 1942

Il terreno già di per se poco stabile in condizioni di tempo buono, subì un vero e proprio peggioramento con l’arrivo della stagione delle piogge, tutta quest’acqua formò nella terra una specie di “sacca” che causò lo smottamento nella galleria, un’operaio garfagnino rimase fin da subito sotto il fango, mentre altri sette rimasero imprigionati all’interno della galleria, era una squadra dell’impresa di costruzioni Scardovi di Bologna che era sotto la direzione di Alfredo Lepri di San Benedetto Val di Sambro (cittadina dell’Appennino bolognese)anche lui rimasto bloccato all’interno del

traforo. Furono sei lunghi giorni di agonia nei vani tentativi di liberare le persone dalla morsa del buio, del fango e dei sassi. Ogni secondo, ogni minuto e ogni ora erano preziosi per salvarli da una delle peggiori morti: l’asfissia. In quei giorni alcuni lamentarono che non fu fatto abbastanza per salvare i malcapitati e in molti si domandarono del perchè non furono usate quelle piccole gallerie “di servizio” che erano più a sud del paese utilizzate per movimentare uomini e materiale e ancora, perchè non fu accettato l’appoggio della vicina metallurgica?

La S.M.I si rese disponibile ad aiutare con dei tubi, che avrebbero portato aria all’interno della galleria ma in questo caso il testimone di Adolfo Moni chiude di netto la vicenda con lapidarie parole:– non vollero…non vollero far nulla!-. Le casse da morto arrivarono quando all’interno quei disgraziati erano ancora agonizzanti e dopo sei lunghi interminabili giorni finalmente i corpi furono estratti dal maledetto tunnel, tutti morti e a quanto pare alcuni non avevano ancora ilrigor mortis…Finì così per sempre la vita terrena di quelli che oramai erano considerati dagli abitanti del posto dei paesani “aggiunti”, infatti alcuni di questi avevano stretto amicizia con i lavoratori che per tutta la settimana mangiavano e dormivano in paese e nelle vicinanze. Fu per il piccolo borgo garfagnino e per la valle un vero e proprio dramma.
Nel 1942, a tre anni di distanza dai fatti e nei pressi del luogo della sciagura fu eretto dalla società elettrica un tempietto neoclassico in ricordo di quei morti. Si pensò come era usanza al tempo di scrivere su marmo una pomposa e retorica dedica funeraria:

-NELL’ARDUA OPERA DI ASSERVIRE IL FLUSSO DELLE ACQUE ALLA MAGGIORE POTENZA D’ITALIA, PER ATROCE INSIDIA DELLA NATURA, SACRIFICAVANO LA VIGOROSA GIOVINEZZA.

In memoria di:

  • Bertei Desiderio di Piazza al Serchio
  • Bertozzi Guglielmo di Sassi
  • Giuliani Amelio di Camporgiano
  • Cassettari Giovanni di Piazza al Serchio
  • Grassi Giovanni di San Romano Garfagnana
  • Lepri Alfredo di San Benedetto Val di Sambro (Bologna)
  • Mucci Renato di Bologna
  • Muccini Guerrino da Camporgiano
  • Rocchiccioli Amerigo di Castelnuovo Garfagnana
  • Borgia Antonio di Minucciano
Questa è la fine di questa storia, ma a questa storia nel tempo ce ne sono state purtroppo aggiunte altre, fatte di altrettanti racconti, altrettanti nomi e altrettante facce…

Bibliografia:

  • “Morti Bianche” di Mauro Bazzoni
  • “INCIDENTE DRAMMATICO SUL LAVORO IN GALLERIA DEL 24 NOVEMBRE 1939 a sera” di Adolfo Moni da “L’Aringo-il giornale di Gallicano” n°5 marzo 2016
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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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