Per una ragione o un’altra, se uno si deve occupare della storia tedesca, è quasi automatico che la sua attività parta dall’opera dello storico latino Cornelio Tacito. Per incarico della Res Publica romana dovette occuparsi di quelle terre e delle genti che le abitavano. E la sua esperienza l’ha fatta confluire in un’opera etnografica, nota con il titolo di “Germania”. Ciò che colpisce nello scritto di Tacito sono le due facce della medaglia: da una parte un atteggiamento di superiorità dell’acculturato romano nei confronti del primitivo germanico; dall’altra il presentimento abbastanza esplicito del pericolo, che proprio quella condizione primitiva faceva temere ad un romano, consapevole dell’infiacchimento della propria gente. Leggiamo il seguente brano:

“In mezzo ad una popolazione così numerosa gli adultèri sono molto pochi, di cui la punizione è immediata e affidata al marito: dopo averle tagliato i capelli, la spoglia completamente ed alla presenza dei familiari la caccia di casa, e la costringe a fare il giro del villaggio a colpi di frusta. Per una donna così spubblicata non c’è alcuna speranza di indulgenza: un altro marito non lo troverà più, per bella ricca e giovane che possa essere. PRESSO DI LORO, infatti, non si ammicca al vizio, né si incolpano i tempi per la corruzione corrente. Meglio, molto meglio per quelle comunità, in cui a sposarsi sono solo le vergini, ed una sola volta si passa per la speranza e la promessa del matrimonio. [………………]. E’ considerato infamante limitare il numero dei figli o sopprimerne qualcuno. I BUONI COSTUMI VALGONO LI’, PIU’ DI QUANTO ALTROVE NON VALGANO LE BUONE LEGGI.”. (Germania, XIX).

Alcuni passaggi li ho scritti in maiuscolo di proposito: quel PRESSO DI LORO appare una notazione superflua, a meno che non si voglia alludere a comportamenti severamente giudicati da Tacito, praticati altrove. Già, ma dove? A Roma, è ovvio! Non c’era altro al mondo allora conosciuto: a Roma si ammicca al vizio e si dà ai tempi la colpa dei cattivi costumi. E’ chiaro l’atteggiamento critico verso i suoi concittadini da parte dello storico. La conferma giusto poche righe oltre: i buoni costumi valgono LI’ (in Germania), più di quanto ALTROVE (e dove, se non a Roma?) non valgano le buone leggi. Insomma se ne può dedurre che più i codici sono ponderosi, più i costumi sono corrotti. E cosa giova ad una comunità, i buoni costumi o i codici giuridici pesantissimi? chi promulga le leggi, lo fa per dirimere situazioni che turbano, quando i buoni costumi individuali non funzionano più. Una cinquantina d’anni fa, dare la propria parola d’onore o impegnarsi con una stretta di mano erano sufficienti a garantire i contraenti; oggi non si è sicuri nemmeno in presenza di carte bollate e ribollate davanti a notai ed avvocati. Per non parlare delle vessazioni, ad esempio dei gestori di telefonia ed internet: contratti scritti fitti fitti e con caratteri di stampa piccoli piccoli, ti fanno impegnare con grande facilità, ma poi per disimpegnarsi……Insomma, più un codice è voluminoso, più è chiara la corruzione del costume.

“LI’ i matrimoni sono severi, eppure non potresti elogiare di più alcuna parte dei loro costumi. Infatti sono praticamente i soli tra i barbari ad accontentarsi di una sola moglie, con pochissime eccezioni, di alcuni che si acconciano alla poligamia, non per libidine ma come prova della propria condizione di nobili. La dote non la porta la moglie al marito, ma il marito alla moglie. Assistono i genitori ed i parenti della ragazza, i quali esaminano i doni, destinati non ad assecondare i capricci femminili né all’ornamento della nuova sposa, ma buoi un cavallo domato ed armi. . In mezzo a tali doni viene accolta la moglie, che a sua volta porta anch’essa delle armi al marito: stimano questo come massimo legame, queste le cose più intime e sacre, questi sono gli dèi coniugali……”.

Ancora una volta c’è quel LI’, che in controluce fa trasparire il costume matrimoniale romano. Una cerimonia nuziale a Roma poteva durare anche tre giorni, con tutta una serie di atti, finalizzati a solennizzare un legame a quei tempi estremamente fragile, compreso un finto rapimento, allusivo del ratto delle sabine. Ma la pompa nuziale non riusciva a coprire un istituto in grave crisi, quello della famiglia. Una tale sensazione mi suscitano i pomposi e costosi matrimoni del nostro tempo. E Tacito non perde l’occasione per proporre un paragone a tutta lode della severità morale dei barbari e primitivi germani. Ed in questo continuo paragone si coglie la sottile angoscia del romano autentico, in pena per lo stato della sua patria.
Ma l’opera per cui Tacito è più famoso ha il titolo di “Annales”. Vi si narra la storia dell’impero romano all’epoca della dinastia Giulio-Claudia, da Augusto a Nerone (31 a.C.- 68 d.C., ma si parte dalla morte di Augusto). Il nome di famiglia di Tacito è Cornelio, dunque lo storiografo appartiene alla più antica nobiltà patrizia, e quindi è apertamente ostile al sistema imperiale, che aveva esautorato il patriziato romano. Ma negli Annales c’è molto di più. C’è il disprezzo per una classe sociale, quella patrizia, che o si inchina vergognosamente alla prepotenza dell’imperatore, o si esibisce in teatrali ed inutili – in quanto mal combinati – tentativi di sovvertimento dello stato in atto, che si concludono con sacrifici e stragi capaci di provocare solo l’effetto contrario al disegno ed al progetto elaborati. Una classe dirigente ormai inetta, servile ed al più dedita a mettere insieme lucrosi affari, dimentica dei valori della libertas e della res publica della tradizione.
Ma ce n’è anche per il populus, ormai ridotto a massa senza volto, inselvatichita appresso alla TV ed ai disvalori divulgati a piene mani dai media, e che non si riconosce più in uno Stato e nella sua classe dirigente, che appaiono sempre più lontani dalla vita della gente comune. Il processo di declassamento del populus, già tragicamente affrontato e non risolto dai Gracchi, appare ormai irreversibile. In uno scenario cupo e sinistro, nel quale la lotta politica è divenuta ormai affare di pugnale e di veleno, il popolo figura come massa anonima, senza volto, e non più in grado di intervenire, se non come muto spettatore, sempre più lontano. Una situazione, questa, per la quale l’impero si riduce mano a mano ad un guscio vuoto, disperatamente fragile a causa della abissale lontananza tra classe dirigente e popolo. Sarà facile per i selvatici ma eticamente forti popoli barbari frantumarlo quel guscio vuoto e tutto apparenza. E sarà la fine di una lunghissima epoca e vicenda storica, come mi viene da pensare per l’Europa e soprattutto per l’Italia di oggi. Ma chi mi capirà?

Caligola, terzo imperatore, aveva fatto senatore il proprio cavallo: tale gesto è valso ad accreditarne la pazzia, e a giustificarne l’uccisione. Si poteva lasciare l’impero nelle mani di un simile pazzo? In realtà il gesto di Caligola significava equiparare i senatori al cavallo ed il senato alla stalla: comandava l’imperatore e solo l’imperatore. Mi viene in mente un fatto recente, quando il parlamento italiano fu declassato e mortificato a pronunciarsi sulla credibilità circa la relazione di parentela tra una fanciulla marocchina allegra ed un capo di Stato estero. Ed il parlamento italiano si pronunciò, e non ne provò vergogna. Là il cavallo fatto senatore, qua un parlamento che regge il moccolo ai pruriti senili di uno pseudo politico, plurinquisito e condannato, ma sempre in sella, a proposito del cavallo! Ma in seguito la situazione è anche peggiorata.

Gli imperatori più negativi, a giudizio di Tacito, sono Tiberio e Nerone. Al primo lo storiografo attribuisce la colpa più grave: Augusto aveva posto fine ad un secolo di torbidi e sanguinose guerre civili, e questo in qualche modo poteva rendere accettabile il suo principato, Tiberio, il suo successore, avrebbe potuto restaurare la repubblica, ed invece ha radicalizzato il sistema imperiale. Ha incardinato il reato di lesa maestà, ed ha lasciato a Seiano il compito di governare Roma. Lui controllava tutto da lontano, da Capri, divenuta per la sua presenza isola inaccessibile, quasi uno scoglio lugubre, fucina di nequizie violenze immoralità. Nerone aveva dato ai liberti (ex schiavi) un potere inaudito, al punto che i grandi senatori, eredi delle grandi famiglie superstiti dopo le stragi del secolo precedente, dovevano omaggiarli per ottenere ciò che era sempre stato diritto dei fondatori dell’impero. Il sistema imperiale era illegale: non c’era nell’ordinamento costituzionale romano la magistratura dell’imperatore (imperator, tra l’altro, vuol dire comandante delle truppe). Quindi gli imperatori che, almeno pro forma, mostravano di avere rispetto del senato, sono presentati come positivi, o almeno non negativi, dagli storiografi, quasi tutti di estrazione patrizia. Gli altri sono trattati a nero di seppia. Un solo esempio tra i tanti: l’uccisione di Agrippina ad opera di suo figlio Nerone. Egli, ad un certo punto, si convince che sua madre voglia detronizzarlo, e questo era il più terribile dei timori suoi. Quindi medita di ucciderla. Potrebbe invitarla a cena ed avvelenarla, ma, poiché il suo fratellastro Britannico era morto dopo aver cenato da lui, e girava voce che fosse stato avvelenato, Nerone scarta questa ipotesi, affinché, ciò che era solo una diceria, non divenisse dato certo, se Agrippina avesse fatto la stessa fine. Tanto più che lei s’era immunizzata, assumendo dosi via via crescenti di veleno. Il pugnale! Il pugnale no, perché avrebbe dovuto incaricare qualcuno di farlo: e se il killer l’avesse denunciato? Uno dei tanti liberti della sua casa, legato da mutuo odio con Agrippina, gli dice che si può combinare una nave sabotata, predisposta cioè a sfasciarsi in mare aperto, facendo annegare Agrippina. Ma la cosa non riuscì, ed allora la madre, che aveva capito tutto, cercò di far credere a Nerone di non aver capito nulla. Ma ormai la cosa era troppo avanzata: i sicari si presentarono in una casa, quella di lei, abbandonata da tutti, di notte, con le luci fioche e le porte a sbattere per il vento, con cupi rimbombi. E la uccisero.

Nel secondo capitolo dell’opera intitolata “Vita di Agricola “ (suo suocero e generale di Domiziano), dice: “Di sicuro abbiamo dato un grande esempio di sopportazione. E, come l’età antica vide il punto più alto della libertà, così noi ora vediamo il livello più basso della stessa, constatando che con le inquisizioni siamo stati privati della possibilità sia di parlare che di ascoltare. Perfino la memoria avremmo perduto insieme alla voce, se fossimo capaci di dimenticare così come siamo capaci di tacere……… Così per quindici anni – un periodo lunghissimo nella vita di un essere umano – molti sono morti per cause legate al caso, ma le persone più valide sono sparite per la crudeltà del principe (Domiziano). Siamo sopravvissuti in pochi, e siamo superstiti non solo degli altri, ma addirittura di noi stessi……”. Dopo il periodo berlusconiano e quel che ne è seguito – compresa la situazione di oggi – mi verrebbe di riferire queste parole al nostro stato attuale. Con tanti ringraziamenti ai miei connazionali, che a suo tempo hanno sostenuto Silvio Matteo ed oggi il nuovo che avanza e ci sta portando contro gli scogli.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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