In prossimità de “Il Giorno della Memoria” ecco le emozionanti pagine del memoriale di Leo Kienwald ebreo internato forzatamente a Castelnuovo Garfagnana. Il memoriale mi fu donato gentilmente dal dottor Eli Kienwald, figlio di Leo. Oggi propongo alcuni stralci di quel diario dove si racconta le mille peripezie della famiglia Kienwald in fuga sulle Apuane, braccati dai nazisti cercando di scampare alle camere a gas di Auschwitz. Fra le mille avventure passate ricorderanno sempre l’aiuto fraterno che i garfagnini diedero loro, saranno anche testimoni dei fatti più salienti della guerra in Garfagnana…fino a che…

 

Leo Kienwald…un nome che ai più non dirà niente, ma è un nome legato a doppio filo con la Garfagnana e con una delle pagine più crudeli della storia dell’umanità. La famiglia Kienwald composta da papà Oscar, mamma Rachele Nadel e dai figli Erwin e Leonard (detto Leo), proveniva dalla Polonia occupata e faceva parte di quelle famiglie ebree internate coattivamente dalla Germania nazista a Castelnuovo Garfagnana dal 1941 al 1943.
Chi è un mio assiduo lettore avrà comunque già letto più di un mio articolo riguardante questa famiglia, infatti ogni tanto nella mia mente riecheggiano le parole che a suo tempo mi disse Eli Kienwald (figlio di Leo) e che sono le stesse del filosofo George Santayana: – “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, quindi- continuò il dottor Eli, riferendosi a me- nei suoi articoli, ogni tanto continui a scrivere di questa tragedia, perchè la gente non dimentichi mai quello che è accaduto – e così puntualmente mi appresto a farlo.
Il rapporto fra me ed Eli Kienwald cominciò qualche anno fa, quando da Londra lo stesso Eli mi contattò dopo aver letto un mio articolo sulla tragedia della sua famiglia internata a Castelnuovo.

L’articolo pubblicato sulla rivista ebraica Hamaor: Escape from Castelnuovo Garfagnana (Fuga da Castelnuovo Garfagnana)

Mi propose di condurre ricerche più approfondite su quello che successe a suo padre Leo in quei terribili anni in Garfagnana, la nostra collaborazione sfociò poi in un bellissimo articolo pubblicato su una rivista ebraica a maggior diffusione (Hamaor), in più mi inviò un vero pezzo di storia, unico e toccante: il memoriale di suo padre che racconta la sua fuga per la libertà attraverso le nostre montagne, un diario bellissimo, particolareggiato, ricordi vivi e nitidi di quei tremendi giorni scampati al rastrellamento, evitando così di finire nelle camere a gas di Auschwitz.
Tutto cominciò quel maledetto 4 dicembre 1943 quando arrivò l’ordine dall’Oberkommando der Whermacht, dove si diceva che tutti gli ebrei stanziati in confino coatto a Castelnuovo Garfagnana si dovevano presentare il mattino seguente presso la caserma dei carabinieri. Grazie ad una soffiata di un maresciallo dell’arma si capì presto il perchè di questa convocazione: l’indomani tutti gli ebrei residenti sarebbero stati arrestati e condotti nel campo di concentramento di Bagni di Lucca, per essere poi trasferiti nei campi di sterminio del nord Europa.

Una pagina del memoriale di Kienwald in mio possesso

Il maresciallo avvertì tutti  gli interessati e consigliò di darsi immediatamente alla fuga. Nonostante tutto a questa soffiata pochi vi credettero, fra questi pochi la famiglia Kienwald fu una di queste, cominciò così la sua fuga attraverso le Apuane.
Quelle a seguire sono stralci salienti del memoriale di Leo Kienwald, scritti nel 1996 poco prima che lasciasse per sempre la vita terrena.

 

Verbale della Prefettura del 1942 Corrispondenza censurata degli ebrei di Castelnuovo

L’inizio della fuga 

(N.D.R: i titoli dati ai paragrafi non fanno parte del diario stesso, sono stati aggiunti da me per dare ordine all’articolo).

Era il 5 dicembre 1943. Il cielo era grigio quasi un segno della tragedia incombente. Perchè gli altri sono tutti finiti ad Auschwitz. E sono morti. Noi, padre madre e due ragazzi camminavamo su una strada sterrata, nella Valle della Turrite, nella direzione opposta a quella della caserma dei carabinieri. Il giorno prima era stato impartito un ordine: presentarsi quella mattina alle otto. Un’ora prima ebbi ancora un fuggevole incontro con Elisabeth (N.D.R: Elizabeth era l’innamorata ebrea confinata anche lei a Castelnuovo)Tentai di convincerla a seguirmi. Non poteva abbandonare la madre. Qualche anno fa la ritrovai nel “Libro della Memoria”. Ebbi così la conferma del tragico destino suo e degli altri internati a Castelnuovo Garfagnana. Che sarebbe stato il mio, il nostro.

 

Vecchia foto L’Alpe di Sant’Antonio

 

 


La paura,le bugie e la prima sistemazione

Raggiungemmo infine alcuni casolari. Era Colle Panestra. Ci presentammo come sfollati. Non avevamo documenti ne soldi. Solo le ultime carte annonarie di Castelnuovo. Trasformai il cognome Kienwald scritto a mano in “Rinaldo”. Un nome straniero poteva destare sospetti. Fummo infine accolti da una famiglia nei pressi di Fontana Grande a Piritano di Sotto. Allora sapevo solo che ci trovavamo sull’Alpe di Sant’Antonio. Mio padre e mia madre dormivano in una camera messa a loro disposizione. A noi ragazzi diedero una capanna nel bosco dove si raccoglievano le foglie secche di castagno. Ricevemmo una lampada ad acetilene e due coperte.

La fuga continua: una nuova sistemazione


Ricordo con commozione la bontà di quelle persone.

Rifugio Rossi

Ma non potevamo approfittare a lungo dell’ospitalità. Ci mettemmo quindi in cerca di un casolare disabitato. E lo trovammo a Pasquigliora, non lontano da Colle Panestra. Era il casolare di un pastore, che prima della guerra portava su le pecore dalla Versilia. Il casolare era giusto attrezzato per quattro persone, non mancavano materassi, coperte e cuscini. Il custode del Rifugio Rossi, sotto la Pania della Croce, abitava a Pirano di Sotto. Si offrì di salire al rifugio con noi ragazzi per prelevare quanto occorreva.

Il ritorno a Castelnuovo e il recupero dei vestiti per affrontare il rigido inverno

Castelnuovo nel 1930. Nel cerchio rosso l’appartamento dove abitavano i Kienwald in Piazza Umberto I

 

A Castelnuovo vivevamo abbastanza tranquilli fino all’ordine

impartito dai carabinieri. Quando fuggimmo da Castelnuovo portammo quasi nulla con noi. Gli effetti personali erano rimasti in un baule lasciato nella casa a Castelnuovo. Non si poteva superare l’inverno senza quegli indumenti e bisognava in qualche modo recuperarli. Un abitante di Castelnuovo, con il quale mio padre si mise misteriosamente in contatto, andò in quella casa, ruppe i sigilli applicati dai carabinieri, prese il baule, lo caricò su un mulo e ce lo portò su. Mio padre gli regalò una parte del contenuto

La nuova vita e le nuove abitudini

Vivevamo dunque in quel casolare a circa mille metri di altitudine.

Sfollati in Garfagnana in tempo di guerra

La principale preoccupazione era procurarsi da mangiare e legna per riscaldarsi. Era compito di noi ragazzi. Mio fratello era minore di quattro anni e aveva sempre fame. I contadini erano generosi e la farina di castagne non mancava mai. Imparammo a farci la polenta nel paiolo, a versarla sul piatto di legno, a tagliarla con la cordicella. Non volevamo essere mendicanti. Facevamo vari lavori per loro, il più terribile era caricare sul collo il cesto di letame per andare a spanderlo sui campi. La sera bisognava sottoporsi ad un intenso lavaggio. Passarono i  mesi, passò l’inverno. Non sapevo nulla allora di Auschwitz. Avevo la sensazione di essere scampato, insieme ai miei, ad un terribile destino.

La vita è in pericolo

Nella primavera del 1944 ci trovavamo praticamente al fronte.

Calomini, sul fronte della Linea Gotica (foto Gruppo Linea Gotica Garfagnana)

La linea gotica passava a qualche centinaio di metri da noi. C’era una strada sterrata a mezza costa del Monte Piglionico, che finiva ai piedi della Pania della Croce. Alle Rocchette poco sopra la strada, c’era una postazione. Li dovevamo passare per entrare nella terra di nessuno (N.D.R: Per “terra di nessuno” si intende una porzione di territorio non occupata)

Una battaglia nella notte…bisognava fuggire e salvarsi

N.D.R: Qui si racconta della celeberrima battaglia del Monte Rovaio (o Colle del Gesù), fra i partigiani del “Valanga” e le truppe germaniche, dove i nostri protagonisti furono attenti testimoni, prima, durante e dopo i fatti. Ecco un piccolo brano di quel ricordo:

Sia arriva così alla fine di agosto, esattamente il 29 agosto 1944.

Il Monte del Gesù, luogo della battaglia raccontato da Leo Kienwald

Quella mattina, era ancora notte, si sentì una forte sparatoria intorno a noi. Mi affacciai alla finestra e vidi dei razzi illuminanti salire verso il Monte del Gesù. Avevo la netta sensazione di essere circondati, Ci vestimmo in fretta ed uscimmo. Dovevamo allontanarci. Dietro il casolare una ripida discesa portava in un fosso, che ci copriva dai proiettili e in qualche modo ci nascondeva. Arrivati in fondo ci dirigemmo verso il mulino. Sapevo che il mugnaio aveva preparato una grande buca nel bosco. Egli ci accolse. Solo mia madre ed altre donne rimasero fuori. Entrammo carponi. Eravamo in 12 li dentro, sdraiati su un tavolato, uno accanto all’altro. C’era anche il giovane parroco de L’Alpe di Sant’Antonio. Lì restammo per tre giorni e tre notti. Le donne ci portavano qualche piatto di pasta senza sale. Devo ammirare il coraggio di mia madre. Era una donna fragile e timida. Ritornò al casolare per salvare qualcosa. Ormai bruciava. Si trovò faccia a faccia con i tedeschi. Terminata la battaglia nel corso della mattinata i tedeschi bruciarono infatti tutti i casolari.

La disperazione

A questo punto eravamo veramente soli.

Il sentiero della libertà ripercorre quasi le stesse strade che fecero i Kienwald
(foto Daniele Saisi)

Il nostro casolare, tutti i casolari, erano bruciati. I residenti s’enerano in gran parte andati. I pochi rimasti cominciarono ad aver paura. Avevamo perso tutto. Non sapevamo dove andare. Non potevamo più contare su un eventuale assistenza di chi ancora si aggirava sull’Alpe. Risalimmo Colle Panestra e prendemmo un sentiero a destra, arrivammo a casa di una certa Viola. (N.D.R: Viola Bertoni alias “la mamma dell’Alpe”, nel 1981 gli verrà conferita una medaglia al valore civile per la sussistenza data ai gruppi partigiani)Questa fu la nostra dimora fino alla fine di novembre. Mi chiedo oggi come abbiamo fatto a vivere. Non ricordo i dettagli. Ogni sforzo mentale era concentrato sul modo di come uscire da questa situazione disperata. Intanto l’inverno avanzava 

I primi tentativi verso la libertà

Partigiani del Valanga (foto tratta da il libro “L’altra faccia del mito”)

Mi decisi di andare a chiedere aiuto ad una grossa formazione  partigiana, comandata da un maggiore inglese, che si trovava sui monti di fronte, dall’altro lato della Turrite…[continua]...Mi incontrai con il maggiore Oldham (N.D.R: il maggiore Oldham fu fatto prigioniero dagli italiani, fuggi dal carcere e si mise a capo della Brigata partigiana Lunense), al quale diedi informazioni sulle Rocchette, da dove poteva congiungersi con la V armata[continua]…All’occupazione della postazione sulle Rocchette mi avrebbero dovuto mandare una staffetta per passare il fronte. [continua]. Passarono i giorni e nulla successe.

Il terrore e poi…libertà, libertà !!!

L’attesa diveniva insopportabile e giorno dopo giorno la situazione peggiorava.

Castelnuovo bombardata

Un giorno decisi con mio padre di recarci direttamente sul posto consapevoli ovviamente del rischio. Ma non avevamo ormai scelta. Ci incamminammo e raggiungemmo la strada che passava sotto le Rocchette. C’era nebbia quella mattina e camminavamo in un silenzio irreale. Improvvisamente sbucarono dalla nebbia tre militari con i fucili spianati: alto là. Portavano l’elmo dei bersaglieri. Siamo proprio capitati male, pensai. Uno di loro urlò: “Sono ebrei, li conosco”. Dopo qualche secondo si rivelarono. Erano partigiani, che avevano occupato la postazione e si erano messo in testa l’elmo dei prigionieri. Forti abbracci, profonda emozione. Quello che aveva urlato era di Castelnuovo e ci aveva riconosciuto. Chiedemmo se potevamo passare [continua]

N.D.R: Le peripezie dei Kienwald continuarono, adesso bisognava recuperare il resto della famiglia, passare il fronte e consegnarsi nelle mani della V armata americana. Nella stessa notte però imperversò un’ennesima battaglia che mise a repentaglio la loro vita e il lieto fine di questa tragica avventura. La descrizione di quelle decisive e fondamentali ore è precisa e minuziosa, ma finalmente…

 

La quinta armata americana

Ci trovammo nella terra di nessuno e ci fermammo in un piccolo villaggio, dove passammo la notte dormendo sul pavimento in una casa vuota. Era il 20 novembre 1944. Al mattino riprendemmo il cammino. Grande fu l’emozione quando incontrammo una pattuglia di americani che ci diedero della cioccolata e ci portarono al loro campo. Mio padre tolse dalle spalline della giacca il suo vecchio passaporto polacco. Ci portarono a Gallicano, nell’immediata retrovia poi a Viareggio.

N.D.R: Il diario continua con quello che accadde dopo la liberazione, le varie sistemazioni in altre parti della Toscana, la fame patita più da liberi che da ricercati e sopratutto la ricerca di una nuova Patria e di una nuova vita, ma comunque non era niente a confronto di quello che successe agli altri ebrei “castelnuovesi”. Il diario si chiude con il perchè di questo scritto:

 

Auschwitz. Una mia foto. Le scarpe degli ebrei uccisi.

Qui finisce la nostra piccola odissea che, posso dirlo, è stata splendida se paragonata a quella che sicuramente sarebbe stata senza il mio modesto atto di coraggio, prodotto da quella fiammella di Dio che, credenti o non credenti, c’è in ognuno di noi e che guida la nostra mente. Dopotutto, a dispetto della soluzione finale, sono qui con figli e nipoti. I genitori riposano nella terra d’Israele. Mio fratello vive in Israele, ha un figlio e tanti nipoti. Ho raccontato questa storia perchè la memoria non vada persa.

 
Leonard Kienwald
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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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