Poeta greco di epoca arcaica, testimone inconsapevole di una fase di tumultuoso cambiamento: dall’epoca aristocratica a quella democratica.

Chi era costui (citando il Manzoni)? Ce lo dice lui stesso: “Io sono un seguace di Ares (Marte), e conosco l’amabile dono delle Muse.”. Soldato di professione, quindi, ma anche poeta. Un D’Annunzio ante litteram, ma di ben altra tempra, come vedremo. A proposito di D’Annunzio, il vate dell’Italia fascista: il suo cognome vero era Rapagnetta. Esatto, Rapagnetta. Ma poteva mai un vate nazionale, di una nazione gloriosa e lanciata a rinverdire i fasti ed i fasci romani, chiamarsi Rapagnetta? Lo aveva preso in affido un suo zio senza figli (è un uso non ancora del tutto tramontato), che si chiamava D’Annunzio, e, per via dell’affido, aveva assunto quel cognome, Ma senza perdere quello di nascita. Ma Gabriele D’Annunzio suona proprio bene, e, per un poeta vate decadente il suono delle parole aveva il suo peso. Poi, se dentro non c’era un gran che, non aveva importanza. Ma l’Italia non ha perduto il vizio di farsi affascinare dai tribuni, dagli affabulatori, dai vendifumo, che magari si esprimono anche in inglese de noantri. O parlano a pera di vaccini.

Quando è vissuto? E’ sempre lui a dircelo, certamente senza volerlo: “Non mi interessano le ricchezze di Gige pieno d’oro,/ né mai mi ha preso la voglia di emulare/ le opere degli dèi, e non amo una grande tirannide:/ è tutto così lontano dai miei occhi!”. Gige, re della Lidia, è vissuto tra il 687 e il 652: in questo lasso di tempo, non prima, va collocata la poesia di cui ho riportato il frammento residuo. C’è da rilevare una parola, “tirannide”, che va intesa come “signoria”, secondo il loro modo di usarla. E’ la prima volta che la troviamo in un testo letterario greco. Ricordo che la tirannide è la fase intermedia tra potere aristocratico e potere democratico. Nel margine orientale del mondo greco (vedi il post di domenica scorsa), si fanno le prime prove dei regimi tirannici, ed Archiloco è nativo dell’isola di Paro, anche se poi vive in quella di Taso. Un aristocratico non si sarebbe mai espresso così verso le ricchezze la gloria ed il potere. Archiloco, dunque, dà voce ad un sentimento popolare, facendolo oggetto di poesia e con tono orgoglioso: indizio dei tempi in trasformazione.

In un altro frammento dice così: “Tra tutte le cose nulla è insperabile più, né non giurabile,/ né fonte di stupore, da quando Zeus padre degli Olimpi/ da mezzogiorno che era ha fatto notte fonda nascondendo la luce/ del sole splendente. Un terrore sudato è arrivato sugli uomini……..”. Il 6 aprile 647 (secondo i calcoli degli astronomi moderni), nella zona di Taso si ebbe un’eclissi totale di sole. Eccola qui una seconda data per la cronologia del poeta. A parlare è un vecchio, che lamenta il mutamento dei costumi a cui deve assistere. Sulla testimonianza di Aristotele sappiamo che qui Archiloco ci rappresenta Licambe, il padre di Neobule, la ragazza di Archiloco. Ma il poeta era uno di quelli che amano la famiglia, ed aveva pensato bene di portarsi a letto anche la sorella della sua fidanzata. E poi tutto era andato a monte: di qui il lamento di Licambe, povero padre! “Nessuno tra voi si stupisca nel constatare,/ nemmeno se con i delfini le bestie selvatiche scambiassero il pascolo/ marino, ed a queste piacessero le rumorose onde del mare/ più della terra ferma………”. Ma la famiglia è uno dei valori più esibiti da certi uomini politici, i quali sono così amanti dell’istituto familiare, da metterne in piedi anche tre. E brandiscono il Crocifisso, e lo danno sulla testa agli estranei: conoscono molto bene la dottrina cristiana, ma non l’applicano a se stessi.

Il linguaggio, il frasario, è omerico, ma la materia è del tutto nuova. Ogni greco si formava alla lettura o all’ascolto dei poemi omerici, che erano uno dei fattori ed una delle prove dell’appartenenza dei greci ad un’unica stirpe, al di là della estrema frammentazione politica. Archiloco è il primo – a quanto ci risulta – a poetare narrando se stesso. Ma egli è un soldato mercenario, ed anche figlio di una schiava, dunque non apparteneva proprio alla crema della società. E’ uno del demos, del popolo, che rompe gli schemi canonici e narra, narra se stesso ed afferma i diritti della sua mentalità, che è comune a tutti i popolari. Il demos sta alzando la testa, ed ai valori della tradizione ha l’ardire di opporre i propri, nuovi, valori. Si legge in un frammento: “Non mi invaghisco di un comandante grande e grosso né ben piantato per terra/ né per i riccioli fiero né ben rasato:/ possa io averne invece uno piccoletto e nelle gambe stortignaccolo che ci si veda/ in mezzo, ma che cammini con passo deciso, e sia pieno di coraggio.”. Mai avremmo potuto trovare espressioni simili verso un capo in Omero, cantore dei valori dei kalòi kài agathòi, belli e buoni, gli aristocratici, insomma. Chi se ne frega dell’aspetto, stiamo alla sostanza! I tempi stanno proprio cambiando.

Un’altra prova? Dice Archiloco: “Uno dei Sai si pavoneggia con il mio scudo, che presso un cespuglio/ arma di valore ho abbandonato contro voglia, / ma io ho evitato un destino di morte. Me ne infischio/ di quello scudo, ne comprerò presto un altro non peggiore.”. Insomma per scappare meglio, ha buttato lo scudo in un cespuglio, ed ha salvato la pelle. Nella mentalità omerica un gesto simile avrebbe provocato un sentimento di umiliante vergogna. Nulla di tutto ciò qui, anzi….

E’ tutto anti omerico il Nostro? No, perché in un altro frammento ci dice: “Una cosa so bene, rendere il male in cambio del male.”. Occhio per occhio, dente per dente. E ancora: “Apollo signore, anche segnala i colpevoli,/ e distruggili, come sai fare.”. E poi: “Sette ne sono morti, che avevamo raggiunto con la corsa,/ ma a vincere siamo in mille..”. Cambiamento sì, ma mica si può pretendere tutto insieme! C’è un naufragio, e molti cittadini vi muoiono in mezzo. La ferita è sanguinante, ma – esorta il poeta – mettete da parte il dolore femmineo, perché la vita è fatta così, ora sprofonda ora si innalza, e passerà. Al proprio cuore, non sappiamo in quale occasione, Archiloco dice di non eccedere nella gioia, quando le cose vanno bene, né nel dolore in caso contrario. “Impara qual è il ritmo delle cose umane.”. Ecco, anche questa voglia del giusto mezzo è un superamento dei comportamenti estremi degli eroi omerici e del mito in genere. Nell’Iliade Achille, per il torto subito per mano di Agamennone, si siede sulla riva del mare, e piange, e le sue grida riempiono il cielo il mare e la terra: non è proprio archilocheo!

Ma parliamo ancora di donne. “Magari mi capitasse di toccare la mano di Neobule!”. Un momento di nostalgia? “Con un ramoscello di mirto si deliziava,/ ed un bel fiore di rosa……. Ed a lei la chioma/ ombreggiava le spalle ed il seno.”. Ancora un ricordo malinconico?

“Fico selvatico che nutre molte cornacchie,/ disponibile ed ospitale con gli estranei, Pasifile.”. Pasifile è un nome di donna, o piuttosto un soprannome, che alla lettera vuol dire “Amica di tutti”. Si narra di una tale Pasifile, rinomata meretrice di Mileto, non lontano da Taso: si riferisce a lei? Ovviamente le cornacchie sono una metafora, ed il loro becco non è proprio il becco. Per prestigiosa che poteva essere, fu sfortunata a vivere in quei tempi: oggi un seggio in parlamento non glie lo negava nessuno, e magari era pure ministro.

Cari amici, che avete ed avete avuto la pazienza di starmi appresso, ci avviamo alla conclusione anche di questo ciclo, che penserei di chiudere domenica prossima, e siamo a giugno. Ho avuto il piacere della vostra unanime approvazione, e questo mi ha incoraggiato. So che alcuni di voi hanno fatto la stampa volta per volta, per poter leggere meglio ed eventualmente rileggere. Se penso di avervi fatto cosa gradita, credo di non peccare di presunzione. Viviamo tempi difficili, di sicuro il periodo più nero dopo la seconda guerra mondiale (eppure in mezzo a tutto quello sfascio si mettevano al mondo bambini, compreso il sottoscritto: oggi c’è crisi di natalità, e viene da pensare che l’animo della gente è oggi più confuso di allora). Ieri il papa (ed io non sono credente) ha detto una cosa da comunista: ma quale reddito di cittadinanza? LAVORO ci vuole, non elemosina!

Ciao ciao, come cantava melodiosa Petula Clark

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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