Appio Claudio, Figlio di Caio, Cieco , Censore Console due volte, Dittatore, Interré tre volte, Pretore due volte, Edile Curule due volte, Questore, Tribuno Militare tre volte, tolse molte città fortificate ai sanniti, sconfisse l’esercito di sabini ed etruschi, impedì la pace con il re Pirro, durante la censura fece costruire la via Appia, portò l’acqua a Roma, ed edificò il tempio di Bellona

(CARRIERA POLITICA ISCRITTA SU UNA LASTRA DEDICATORIA)
350-271 avanti Cristo

Una carriera politica, come si vede da questa lastra celebrativa, di tutto rispetto. Benché importante, però, la carriera da lui percorsa non fu rara a Roma, non diversa da quelle di alcuni Scipioni, Metelli, Messalla, Giulii eccetera. La sua collocazione nella storia romana è importante per altro. Intanto il soprannome, Cieco. Lo divenne in età avanzata (cataratte?), ma i suoi antagonisti politici divulgarono la voce che fosse stato accecato dagli dèi. Perché? Le versioni sono due su questo: lo castigarono, perché gli attribuivano l’intenzione di mescolare divinità greco-latine con divinità germano-galliche, e gli dèi mediterranei lo punirono per questo. La seconda versione, che appare più credibile (ma non si può escludere una sintesi tra le due), parla di accecamento per aver tradito la sua parte politica, il patriziato, a vantaggio della plebe. LA MACCHINA DEL FANGO NON L’ABBIAMO INVENTATA NOI! Rinnegato! Come? E perché? Le lotte dei plebei negli anni della prima fase repubblicana (dal 510 in poi) contro lo strapotere dei patrizi avevano portato ad una prima conquista: le leggi delle XII tavole. Molto dure, ma con un enorme pregio: erano scritte. Dunque venivano sottratte una buona volta all’arbitrio dei patrizi, che le raccontavano come pareva a loro comodo. Però le leggi scritte non bastano, perché le norme di procedura ed applicazione delle leggi sono rilevanti anch’esse del pari.

Anche oggi vediamo che qualche delinquente è rilasciato per un vizio di forma. La procedura è una garanzia di giustizia, che rende più attendibile una condanna o un’assoluzione. Quindi non la si può trascurare. Dunque le leggi delle XII tavole, se erano un gran passo in avanti, non risolvevano il problema dei soprusi dei patrizi, unici a conoscere le norme di procedura. Ecco che Appio Claudio incaricò un suo liberto, Flavio, di fare la redazione scritta delle norme di procedura (definito come ius flavianum), con ciò togliendo un’arma micidiale dalle mani dei patrizi. Per questo sarebbe stato accecato. Questo per quanto riguarda il COME. Quanto al PERCHE’, la spiegazione è tutta politica. Appio aveva iniziato a percorrere la strada dello sviluppo economico della città, fondato non più sul possesso della terra (per lo più in mano ai patrizi, e per questo erano potenti nella città), ma sullo sviluppo dei commerci, come chiarirà qualche altra iniziativa del Nostro. Aveva quindi bisogno dell’appoggio e del sostegno delle masse: facendo scrivere le norme di procedura, sottraeva una parte del potere ai patrizi, mettendo i plebei nelle condizioni di richiedere e ottenere maggiore giustizia. Ma altro ancora fece. Fu il primo a costruire un acquedotto (Aqua Appia) per il rifornimento idrico della città, che fino ad allora si era servita del Tevere e dei pozzi, ormai inidonei a soddisfare le necessità di una città in forte crescita demografica. Fu il primo di una serie di 13 acquedotti, capaci di portare a Roma (e da lontano) una quantità d’acqua superiore a quella che arriva oggi (2014) nella capitale d’Italia. E l’ingegneria fu straordinaria, tra bacini di raccolta, tunnel, vasche di decantazione, sifoni inversi, e pendenza costante e ben calibrata: il tutto solo sulla scorta dell’osservazione e della LOGICA, supportata ed alimentata da una lingua dalla logica ferrea, come nessuna altra lingua mai. E senza le nostre prodigiose macchine. La lapide ci dice poi che fece costruire la via Appia, che da lui prende il nome, e tante suggestioni evoca ancora oggi, se la si percorre (un’ottima scampagnata!). Le strade i romani le facevano con il criterio ed il progetto per una lunga durata, quindi sulla base di strutture ragionate e studiate perché durassero, e non come oggi, quando la manutenzione delle strade è fatta in modo tale da doverci rimettere le mani di continuo. E sono soldi! E cresce il PIL! (ma è il gioco delle tre carte il nostro). Era il primo tratto di una via che portava a Brindisi, porto d’imbarco per Grecia ed oriente, e terminava a Capua. Ma una strada, impegnativa e costosa, non la costruisci su un territorio, se non lo ritieni definitivamente tuo. E per i romani, sia i pro che i contro Appio, ormai quelle terre erano romane in via definitiva, e la prima, ma non unica, destinazione d’uso era quella militare: una strada per i trasferimento rapido delle truppe da Roma. Sull’esempio dell’Appia, l’intero territorio dell’impero dai romani è stato dotato di uno straordinario reticolo viario. Poi in Italia venne Pirro dall’Epiro (Albania), con l’intenzione di costituire un regno in Magna Grecia. Era inevitabile quindi che si scontrasse con Roma, anche se non tutto il meridione era sotto Roma (mancavano Lucania, Puglia, Calabria). In quell’occasione i romani per la prima volta videro gli sconosciuti elefanti (li chiamarono buoi lucani), e furono sconfitti ad Ascoli Satriano ed Eraclea. Ma Pirro ci rimise molti uomini (le famose vittorie di Pirro!) e si convinse che con Roma non l’avrebbe spuntata. Cambiò allora disegno, e voleva conquistare la Sicilia. Ma, per coprirsi le spalle, doveva fare la pace con Roma. Mandò quindi degli ambasciatori a parlare con il senato romano. Appio Claudio, ormai vecchio e cieco, si fece accompagnare in senato, fece una potente orazione (fonti antiche ce lo tramandano come oratore trascinante), che concluse più o meno così: “Se Pirro vuole la pace, esca prima dall’Italia! “. Dall’Italia? Non ha detto “dal territorio romano”, ma dall’Italia. Insomma questa uscita è rivelatrice di una convinzione che evidentemente girava a Roma, cioè che l’Italia (intesa come parte centro-meridionale, comprese Emilia Romagna, Marche, Umbria e Liguria), se non era tutta romana, era destino che lo diventasse. Chiara impostazione imperialistica.

Ma Appio si rivela come personaggio proteso verso il cambiamento, a tutto danno dei patrizi tradizionalisti, anche nei rari frammenti a noi giunti della sua produzione scritta. Gli appartiene la sentenza “Quisque suae fortunae faber est.” Ognuno è artefice della propria sorte. A noi sembra una cosa ovvia. Ma, se la collochiamo nel tempo, appare rivoluzionaria. In una città dominata da un formidabile senso di appartenenza e di collettività (non raramente i patrizi avevano costretto all’ubbidienza i plebei, con la scusa di guerre con i popoli confinanti, che essi stessi scatenavano ad hoc: nulla di nuovo sotto il sole!), uno che si alza e dice che OGNUNO, ogni singolo individuo è artefice della propria sorte, mette in dubbio quella granitica convinzione. Inoltre quell’ognuno sgancia il destino dei singoli individui dalla divinità, e per la classe dirigente romana la religione è sempre stata un potente collante per e con il popolo, ma anche strumento di dominio. Dunque un’affermazione rivoluzionaria, in linea con la cultura greca, di cui Appio era propugnatore, che esalta l’individuo, ed apre scenari politici nuovi, verso sviluppi che si affermeranno qualche tempo dopo , con le grandi personalità. Quanto rivela quell’ognuno!!!

La gens Claudia era migrata a Roma nel 504, sei anni dopo la cacciata di Tarquinio il superbo e degli etruschi da Roma, e la fondazione della Repubblica (ne parleremo un’altra volta): s’era portata appresso un seguito di circa 7000 persone, ed aveva ricevuto un buon tratto di terreno a ridosso dell’Aniene. Da dove veniva Attus (Appius), il capostipite? Fonti antiche parlano di Regillo, nel territorio sabino, identificata con molti dubbi con Marcellina, presso Tivoli. I moderni lo fanno muovere da Caere (Cerveteri), anche perché la zona del lago di Bracciano è stata zona particolarmente cara ai Claudii: c’è l’antica via Clodia (=Claudia), e tutto nella toponomastica e nell’onomastica inclina a chiamarsi con questo nome (acqua Claudia, residenza Claudia, forum Clodii, centro principale del lago presso Anguillara nell’antichità……).

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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