ANNO 510 a.C.

Rivolta ionica antipersiana, distruzione di Sibari, cacciata dei re da Roma

Nel corso del VI secolo a.C. le “colonie” greche di Asia minore sono tributarie dei re della Lidia. Cosa vuol dire ciò? I greci coloniali sono sotto il controllo della Lidia, e pagano un tributo. In cambio di questo, godono di una sostanziale autonomia rispetto al potere centrale: possono, cioè, continuare a vivere come hanno sempre vissuto, con i loro usi costumi e schema politico ed economico, centrato sul mercato e sulla libera iniziativa individuale. In cambio del tributo, il re si fa garante dell’ordine e dello status quo, e a proposito dei rapporti con l’estero orientale.

Nel 547 il regno di Media diventa regno persiano sotto la guida di Ciro il vecchio, e Creso, re di Lidia, comincia a temere che i nuovi vicini non ci metteranno molto ad aggredire la Lidia, in una prevedibile politica di espansione territoriale. E dichiara guerra a Ciro, ed in men che non si dica si ritrova sconfitto a sistemato sul rogo, da cui solo il caso lo salva. Forse lo racconteremo più in là. La situazione dei coloni greci cambia radicalmente: erano autonomi sotto Creso, ma Ciro li vuole inglobare in una delle tante satrapìe (i romani avrebbero detto province, e noi moderni colonie) del suo immenso regno. Fine dell’autonomia, e inserimento forzoso nell’organizzazione persiana, fortemente centralistica e ad ECONOMIA ANTICO ORIENTALE.

Economia antico orientale: è caratterizzata da una forte pianificazione dal centro, che stabilisce il tipo e la quantità di prodotti che ogni singola zona deve fornire. Il prodotto viene ammassato al centro, e poi redistribuito sulla scorta dei meriti e delle possibilità. Il residuo viene trasferito in altre satrapie, così che il sistema garantisce a tutti la possibilità di approvvigionarsi del necessario. In classe ho sempre fatto questo esempio: una zona produce grano e quindi farina, un’altra pomodoro, un’altra ancora mozzarella, un’altra olio, e nessuna è in grado di farsi una bella pizza napoletana. Scambiandosi i prodotti tramite il centro, ci si mette nelle condizioni di farsi la pizza, tutti. E poi arriva quello che produce la birra… La proprietà privata dei MEZZI DI PRODUZIONE della vita quasi non esiste, se non per premio da parte del re o del satrapo, ma non incide sul sistema centralizzato. La proprietà di tutto è comune, e la comunità si incarna della persona del re. In assenza di proprietà privata dei mezzi di produzione, parlare di schiavitù è fuori luogo, essendo lo schiavo parte di una proprietà privata, che in questo sistema – vagamente comunistico – non esiste. Tutti, se precettati, sono tenuti a prestare la loro opera, specie per altri lavori di interesse collettivo: i canali in Mesopotamia ed in Egitto per regolare i flussi di Tigri Eufrate e Nilo, o edificare piramidi e templi egizi. E questo non è schiavitù ma LAVORO COATTO. Tutte le realtà statali, anche quella micenea, erano organizzate così. Ma poi i greci……Il faraone non voleva fare schiavi gli ebrei, ma omologarli agli egizi: fine della stirpe ebraica! E Mosè se li portò via.

I greci, qualora si fossero integrati nel sistema antico orientale, come Ciro esigeva, avrebbero perduto l’identità culturale, il modo di vivere, l’autonomia in tutto e per tutto. Voleva dire per loro quasi morire. E, morti per morti, tentarono la via dell’insurrezione. E Mileto ne fu a capo. Nelle poleis greche d’Asia minore viveva una popolazione di varia provenienza, che, con nome collettivo chiamiamo Ioni, con forte prevalenza attica, ma anche robusta presenza di altri ceppi greci, ad iniziare dagli eoli. Questi erano ciò che restava di una iniziale colonizzazione d’epoca micenea (la guerra di Troia probabilmente fu opera di questi micenei ed alcuni provenienti dalla madrepatria). Nel 510 la tensione strisciante tra coloni e persiani si fece ribellione aperta, che si concluse nel 499 con la distruzione di Mileto. Solo Atene aveva provato ad aiutare i compatrioti, ma questo servì a dare ai persiani il pretesto di progettare la sottomissione della Grecia. Dopo le guerre persiane Mileto fu ricostruita, ed allora per la prima volta nella storia ci si servì di un piano regolatore, cioè una sistemazione urbanistica ex novo, razionale, geometrica, elaborata a tavolino da Ippodamo.

Ma la caduta di Mileto provocò uno straordinario effetto domino qui da noi in Italia. Sulla Calabria ionica si affacciava la città ionica di Sibari, in perenne contesa con i greci di Crotone. Era ricca Sibari, ed il suo tenore di vita lussuoso e raffinato divenne proverbiale: “Ricco e raffinato come un sibarita”, si diceva. Donde traeva la sua ricchezza? Da due fonti: il suo territorio, irrigato dal fiume Crati, era una piana fertile e produttiva; ma, soprattutto, Sibari era uno straordinario snodo di scambio mercantile tra occidente ed oriente. Facciamo un itinerario standard: dalla Britannia, attraverso i fiumi (Senna e Rodano), argento stagno ambra e lana raggiungevano la colonia greca di Marsiglia, alla foce del Rodano; le navi costeggiavano l’Etruria o anche Sardegna e Corsica, arrivavano a Pixunte (nel golfo di Policastro), scaricavano e le merci erano trasferite a Sibari in un percorso terrestre dal Tirreno allo Ionio (si risparmiavano la navigazione intorno a Calabria e Sicilia). Da Sibari riprendevano il mare, destinazione Mileto, nodo di scambio mercantile tra Mediterraneo ed interno dell’Asia, fino all’India. Va da sé che altre merci andavano in senso contrario. La guerra tra Mileto e la Persia interruppe questo flusso e reciproco sostegno con Sibari. Crotone approfittò della debolezza di Sibari, deviò il corso del fiume Crati, e distrusse la rivale.

Anche per gli etruschi fu un disastro. Nel corso del VI secolo avevano avuto una fase di espansione, che li aveva portati fino in Campania. Si erano collegati a Sibari, e quindi a Mileto, ed il contraccolpo per la caduta dei suoi “soci” in affari si era fatto sentire. Già nel 547 l’arrivo dei persiani in Lidia aveva avuto effetti negativi sui loro traffici. Nel 524 il tiranno di Cuma, Aristodemo, li aveva sconfitti in una importante battaglia nel territorio di Cuma. Ma nel 510 la rivolta di Mileto e la distruzione di Sibari avevano determinato una situazione critica. Una trentina di anni dopo (474), il tiranno Ierone I di Siracusa sconfisse gli etruschi nelle acque di Cuma, e li costrinse ad abbandonare la Campania. Inizia la decadenza degli etruschi.

Gli effetti di questo terremoto politico internazionale si sentirono anche a Roma. Da qualche decennio a Roma regnavano dinastie etrusche, che avevano ridimensionato il ruolo dei primitivi abitatori. L’ultimo dei re, Tarquinio detto il superbo, era fuori città impegnato in una vicenda bellica. A Roma si approfittò della sua assenza, per cacciare gli etruschi e rivoluzionare il sistema. Era il 510, e Giunio Bruto e Tarquinio Collatino si misero a capo di una congiura anti monarchica, e, quando il re tornò, gli chiusero le porte in faccia ed anche l’esercito l’abbandonò. Bruto e Collatino furono, dunque, i primi consoli (anche se ancora non si chiamavano così): basta con il potere assoluto ed a vita dei re, non più magistrature lunghe (un anno la durata normale) e gestite da uno solo (si affermò il criterio della collegialità: due consoli, due pretori eccetera), ed intervallo di tempo tra una carica e l’altra, onde impedire un potere troppo lungo. Si deliberò di cacciare tutti gli etruschi, ed anche Collatino (si chiamava Tarquinio!) se ne dovette andare, benché artefice della rivoluzione, ed il suo posto fu preso da Valerio Publicola. Dura lex, sed lex!

Ma Tarquinio il superbo non si arrese facilmente: ordì una trama per sovvertire il nuovo potere, e coinvolse diversi cittadini romani, che vivevano a Roma. Tra questi anche i due figli di Bruto. Quando la congiura fu scoperta, i congiurati furono condannati a morte, compresi i due figli di Bruto. Il magistrato prevalse sul padre: con la morte nel cuore fece eseguire la sentenza capitale, perché l’interesse della repubblica deve prevalere sull’interesse privato (non vi pare di stare al giorno d’oggi?). Da quel fatto in poi, quale magistrato mai sarebbe stato indulgente con i colpevoli di reati gravi, visto il comportamento di Bruto? DURA LEX, SED LEX, sentenziarono i nostri antenati. La durezza colpisce e fa ribrezzo, ma la legge sancisce un contratto sociale infrangibile, se non si vuole minare il rapporto di fiducia tra i contraenti. Più di cento anni dopo, ad Atene, fu eseguita la condanna capitale contro Socrate: avrebbe potuto fuggire e salvarsi, ma lui, proprio per rispetto delle leggi, rifiutò e morì. La legge si può modificare, in tutto o in parte, la si può abrogare, ma finché esiste, è la pietra angolare della società civile, e non la si può infrangere. E le leggi ad personam sono un insulto al diritto: peculiarità della legge, infatti, è che mette tutti su un piano di parità, com’era nell’agorà greca e nel foro romano. La legge ad personam è la negazione della parità e della legalità, e la comunità è a rischio. Anche una sola eccezione distrugge la democrazia. E l’eccezione non la può sancire nemmeno un plebiscito (un plebiscito mandò a morte Cristo!!!). Per queste prime vicende della neonata repubblica romana mi affido al racconto di Tito Livio.

Nei secoli immediatamente seguenti due personaggi, il già citato Manlio Torquato e Papirio Cursore (durante la lotta con i sanniti), tennero il comportamento di Bruto, a ribadire la sottomissione di tutti alla legge, crisma della democrazia. La repubblica, con le sue leggi, è il bene più prezioso tra tutti.

Nel 509 tra romani e cartaginesi fu stipulato il primo trattato: Cartagine era già potente e Roma una piccola città. Ma i cartaginesi la volevano potenziare, perché facesse da tappo all’espansione etrusca verso sud, e greca verso nord. Etruschi e greci, i concorrenti mercantili dei cartaginesi. Mai potevano immaginare che si stavano allevando la serpe in seno!

DOVE SONO LE DIVERSITA’ CON I GIORNI D’OGGI?

 

di Fulvio Marino

Fulvio Marino

 


 

Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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