La Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio o Compagnia del Tempio.

Le sotto-compagnie:

Compagnia de’ Battuti Neri, i Buonomini delle Stinche e lo spedale del Tempio

Esiste molta confusione nella storia della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio detta anche Compagnia del Tempio (da ora detta Compagnia); confusione dovuta a mal interpretazione di eventi storici di date e per l’uso spregiudicato dei nomi. Per i fiorentini è famosa la Compagnia de’ Neri o Battuti de’ Neri o anche solo i Neri che è una sotto-compagnia, come anche lo spedale al Tempio e i Buononimi delle Stinche della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio. Questa Compagnia si è distinta per molte opere pie e per una nascita davvero singolare come anche di una rinascita come Arciconfraternita nel 1912.

Lo stemma

stemma

Disegno dello stemma della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio

Lo stemma della compagnia era, secondo il Migliore di Vanni, una croce rossa in campo argento con una S e una M da un lato e la T dall’altro. Questo stemma è ancora presente nell’architrave del portone dell’oratorio ed anche se consunto dal tempo e privato dei colori originali si riconosce la croce centrale tipica templare e le lettere che alla sinistra della croce sono SM e alla destra della croce è la T.

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Stemma presente sull’architrave della porta dell’oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio

Secondo Gio. Battista Uccelli (A) era invece una scritta latina rossa in campo azzurro o bianco, nel mezzo una croce in campo di stelle con i monogrammi SM e T, la frase latina era “ S. Societatis S. Marie de Cruce ad Templum Fiorente” (A pag. 8).

Due stemmi sono presenti anche sul portone in legno dell’Oratorio, nei due lobi superiori. In quello di sinistra è rappresentato lo stemma della Compagnia e in quello di destra lo stemma della Famiglia Torrigiani.

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I due stemmi sul portone dell’Oratorio

Storia della nascita della Compagnia

La Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio nasce a Firenze il 25 Marzo del 1347. La storia della nascita è singolare, dovuta ad alcuni giovinetti del Popolo di San Simone che si radunavano presso l’angolo di via de’ Macci (già via San Francesco) con via de’ Malcontenti (oggi via San Giuseppe e prima del 1333 via del Tabernacolo e prima ancora via del Tempio) di fronte ad un tabernacolo con un’immagine della Madonna per cantarne le lodi (A pag. 8/9).

All’epoca a Firenze i tabernacoli agli angoli delle vie erano frequenti tanto che erano più gli incroci delle vie che avevano un’immagine religiosa di quelli senza. Oggi ne restano pochi conservati ed ognuno ha una storia da raccontare. ( https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Tabernacoli_di_Firenze )

La Vergine sembra avesse concesso molte grazie e sulla scia di queste erano tante le persone che si fermavano per una preghiera. Probabile che sia stato il desiderio di rendere grazia alla Santa Maria che accese il desiderio dei giovani fedeli di riunirsi in una Compagnia che potesse portare in cambio gentilezza, preghiera e aiuto a chi era meno fortunato.

Il Tabernacolo della Vergine oggi non esiste più e taluni, sbagliando, credono che si tratti del Tabernacolo della Vergine o di Sant’Onofrio all’incrocio fra via de’ Malcontentie via delle Casine, tabernacolo che invece è stato eretto più tardi.

https://it.wikipedia.org/wiki/Tabernacolo_di_via_dei_Malcontenti

Secondo il Fioretti (E) la Vergine del tabernacolo cui ci si riferisce doveva essere della Maria Vergine del Giglio che indusse anche la formazione della Confraternita di San Giuseppe. (E pag. 87)

I Giovani decisi a creare la Compagnia si organizzarono per mettere insieme dei fondi e fra gli scopi il più sentito era il desiderio di erigere un luogo dove i condannati potessero pregare e chiedere perdono per l’ultima volta prima che si eseguisse la sentenza. Si accordarono per tassarsi e mettere da parte 4 denari ogni settimana con lo scopo di creare una cappelletta o una chiesetta possibilmente in prossimità dei Prati della Giustizia. Durante i loro incontri ognuno proponeva idee per delle opere pie. Due si affermarono maggiormente, una era alleviare materialmente e spiritualmente il supplizio dei condannati a morte, e l’altra portare conforto materiale e preghiera ai condannati del Carcere delle Stinche ( https://it.wikipedia.org/wiki/Carcere_delle_Stinche ) .

I canti e le voci dei fanciulli che in fronte al Tabernacolo si battevano in penitenza attiravano molto il popolo facendo aumentare il numero dei membri della Compagnia che si arricchi non solo di giovani ma anche di adulti. Allo stesso tempo aumentarono le elemosine e le donazioni dati i buoni propositi dei confratelli (A pag. 9).

La Compagnia crebbe cosi tanto da doversi radunare sotto le volte di Santa Croce (sul lato di via Largo Piero Bargellini), si dice riferendosi presso Santa Maria Maddalena (ndr. forse si intende la cappella Rinuccini ( http://www.santacroceopera.it/it/ArchitetturaEArte_SagrestiaEMedici.aspx

) che è consacrata a Maria Maddalena iniziata a costruire nel 1333) (A pag. 9).

Sotto le volte di Santa Croce fu redatto il primo statuto ed eletto il primo Sindaco; nello statuto fu stabilito che il loro officio principale, ma non unico, era confortare i rei condannati a morte e ricondurli al pentimento. Fu deciso inoltre di allestire uno spedale, di far visita caritatevole ai carcerati delle Stinche ed aiutare le partorienti (A pag. 9).

A causa della pestilenza che appestava Firenze in quel periodo solo il 10 Maggio 1355 furono approvati gli statuti della Compagnia da Matteo da Narni vicario di Francesco vescovo di Firenze. In seguito approvati nel 1366 dal Cardinal Pietro Corsini Vescovo di Firenze ( https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Corsini ) e infine approvati nel 1369 da Papa Urbano V ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Urbano_V ) che li arricchi di privilegi e indulgenze ( A pag. 10).

Gli statuti dell’epoca sono andati persi, ma Uccelli (A) nel suo libro da pag. 33 a pag. 58 riporta i capitoli degli statuti redatti da Benedetto Titi e tratti dal Codice 43 (ndr: o 45), Cl. VIII Magliab (ndr: Biblioteca Magliabechiana).

La Compagnia assunse il nome di Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio. Il nome non fu inventato ma derivava in parte da uno spedale presente in via de’ Malcontenti (indicato nei pressi della Porta San Francesco) che nel 1332 era diretto da Sor Giovanni. Spedale chiamato appunto di Santa Maria della Croce e come vedremo in seguito era forse nell’attuale via San Giuseppe presso i civici 12 e 14.

La parte “al Tempio” invece è incerta nella sua origine ed ha più versioni (A pag. 7).

Prima di illustrare le ipotesi, da più studiosi formulate, e trarne le mie conclusioni vorrei ricordare che tutta l’area che da Santa Croce si estendeva verso Piazza Piave era chiamata al Tempio, taluni sostengono per la presenza ti un grande tempio templare identificato con la Cappella dei Pazzi ( http://www.e-archeos.com/articoli/la-rotonda-templare-di-firenze.html ). Questo avvalorerebbe la presenza templare nell’area in oggetto e quindi la possibilità concreta anche della presenza di uno spedale con relativa cappella. Questo è scritto anche dall’Uccelli citando una provvisione della signoria del 30 Giugno 1318 in cui si ordina di terminare il Carcere delle Stinche (A pag. 8).

Una prima versione vuole che “al Tempio” derivi dal fatto che l’area scelta per costruire la chiesetta atta all’ultima preghiera dei condannati e alla loro successiva sepoltura fosse fuori delle mura ai Prati della Giustizia (ndr: oggi piazza Piave). Il luogo in oggetto era fuori da porta San Francesco o Porta della Giustizia (ndr: in antichità chiamata anche Porta San Candida) a ridosso delle mura di fortificazione e sembra che in quell’area ci fosse un tempio dedicato agli idoli e da questo derivi la scelta al Tempio. Ancora oggi è presente il Lungarno del Tempio che da piazza Piave arriva sino al ponte da Verrazzano. Questa è la versione creduta da Tozzetti e Targioni ed anche dall’Uccelli (A) (B pag. 28). Questa versione sembra però inverosimile, sarebbe il primo caso e mai ci sarebbe stato un caso analogo, in cui una Compagnia religiosa assuma una denominazione pagana.

Una seconda versione vuole che la dicitura “al Tempio” derivasse dalla vicina Chiesa di Santa Croce e D’indico (C) ne è sostenitore affermando che anche il vicino Convento di San Francesco nella via omonima (oggi de’ Macci) era chiamato S. Francischi a Templo de Maccis (C pag. 4). Anche questa versione sembra alquanto improbabile.

https://it.wikipedia.org/wiki/Ex_convento_di_San_Francesco_de%27_Macci

Una terza versione vuole che esistesse uno spedale fuori dalle mura in prossimità di Porta San Francesco di appartenenza templare. In attesa della costruzione della chiesetta della Compagnia sembra fosse usata, provvisoriamente, per l’ultima preghiera dei condannati la cappella dello spedale templare e da cui il nome “al Tempio”. Esiste però un controsenso nelle date infatti sappiamo che l’ordine templare fu abolito da Clemente V ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Clemente_V ) nel 1307 ed è quindi improbabile che sia stata usata la cappella dello spedale in oggetto dalla Compagnia che nasce invece nel 1347.

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Giungiamo alla quarta versione, forse la più probabile. La sede prima e principale della compagnia fu l’Oratorio, ancora esistente, in via San Giuseppe. Consideriamo che all’epoca anche questo tratto di via si chiamava de’ Malcontenti e ancora prima si chiamava via del Tabernacolo e prima ancora via del Tempio. Il nome antico della via del Tempio deriva con buone probabilità dal fatto che in quella via era presente un Tempio Templare e con buonissima probabilità si trattava appunto dell’Oratorio che rimasto libero dopo il 1307 fu affidato alla Compagnia formatosi nel 1347 e da qui deriva quasi certamente il nome al Tempio.

Non solo, ma lo spedale templare di cui parlavamo prima potrebbe essere stato proprio al fianco dell’Oratorio infatti il Fioretti (E) afferma in una nota sul suo libro a pag. 59 che in un codice del Lami n°3212 fasc. V n° 29 si leggono queste parole “Xenodochium Sanctae M. Templi, pro pauperibus mendicantibus. Haec olim erat Mansio aequestris Ordinis Templariorumquae nomen Templi adhuc retinet”. Quindi se ne deduce che lo spedale Templare non era fuori dalle mura fiorentine ma entro le mura e dove poteva essere se non in una via dedicata ai templari stessi, appunto via del Tempio e dove se non in prossimità del Tempio stesso.

Inoltre sempre il Fioretti afferma che la sede della Compagnia era una cappella o chiesetta sita in via de’ Malcontenti fra via de’ Macci e via dei Pelacani (oggi via delle Conce), vicino alla Chiesa di San Giuseppe e che era di antica struttura con una tettoia (ndr: tetto) sporgente sopra la porta (E pag. 75/76).

Questo spiegherebbe anche la presenza della croce templare inclusa nello stemma della Compagnia magari per rendere omaggio al luogo che ospitava la Compagnia stessa.

L’oratorio, oggi sconsacrato, assumeva quindi il nome Chiesa di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio. Anche questo nome ha indotto spesso in errore in quanto è presente una variazione rispetto al nome della Compagnia e cioè l’appellativo “Vergine”. Questa chiesetta, un Oratorio, svolgeva la funzione di chiesa privata in quanto di pertinenza solo della Compagnia come luogo di riunione e di preghiera.

Ragionando in questi termini si comprende anche perchè sia stato incluso la gestione di uno spedale nelle opere più della Compagnia che si trovavano a gestire oltre l’Oratorio anche lo spazio che un tempo era lo spedale templare.

Infine che la sede ufficiale della Compagnia fosse l’Oratorio trova concorde anche il Cappelli (B pag. 35) il quale evidenzia come fosse inadeguata la chiesetta al Tempio (terminata nel 1366) per le riunioni e le preghiere della Compagnia e di come fosse inadeguato come luogo per i raduni dato che si trovava fuori dalle mura cittadine; gli incontri si dovevano svolgere necessariamente entro le mura.

Ruolo diverso assume la chiesa ancora da costruire fuori dalle mura. Una piccola anticipazione, per dissipare altri dubbi, la chiesetta fuori dalle mura, sede dell’ultima preghiera per i condannati è sempre stata chiamata al Tempio.

https://curiositasufirenze.wordpress.com/2012/03/15/i-templari-a-firenze-tutte-le-mansioni-dell-ordine-del-tempio/

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Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio

Queste incertezze per la provenienza del nome “al Tempio” sono alla base di tanti errori nel riportare la storia della Compagnia, dell’Oratorio e della chiesetta al Tempio.

Organizzazione della Compagnia e le opere pie.

La struttura organizzativa della Compagnia si modificò molto nel corse del tempo dato che le opere pie aumentavano sia in diversificazione sia in attività sul campo e necessitando quindi di nuovi elementi questo ha portato a modifiche successive dello statuto.

Le prime modifiche risalgono al 27 Gennaio 1442, poi una nuova riforma degli stessi il 26 Ottobre 1488. Il 20 Gennaio del 1572 ad opera del Granduca Cosimo I ( https://it.wikipedia.org/wiki/Cosimo_I_de%27_Medici ) furono eletti dei riformatori che rielaborassero gli statuti della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio (A pag. 20/21).

Anche se la Compagnia era una al suo interno esistevano delle divisioni dovute alla ripartizione dei compiti per lo svolgimento delle opere pie. Queste componenti pur rifacendosi sempre alla Compagnia del Tempio godevano di una discreta autonomia (A pag. 18).

I confratelli erano eterogenei la Compagnia si componeva di nobiluomini e professionisti ma anche di artigiani e bottegai e pur nella differenza delle classi sociali il lavoro era svolto in equità di funzione. I confratelli provenivano da tutti i vari quartieri fiorentini ed anche da aree fuori dalle mura. Nei primi anni di attività della Compagnia venivano eletti ogni sei mesi sei Capitani ed un certo numero di consiglieri e ufficiali. Tutti, ogni due mesi, si radunavano presso l’Oratorio per decidere gli uffizi da compiere. Ogni 5 anni veniva eseguito un censimento degli appartenenti alla Compagnia (A pag. 18).

Le sotto-compagnie all’interno della Compagnia erano varie, si conosce:

I “Buonomini delle Stinche”, la “Compagnia de’ Neri o Battuti Neri” chi si occupava della gestione dello spedale del Tempio, cioè lo “Spedalingo”. Erano presenti poi altre figure come i Consiglieri, dei Provveditori, due persone con il compito di Maestri dei Novizi ed altri con svariate mansioni.

Buononimi delle Stinche

La Compagnia eleggeva a sorteggio quattro persone dette i “Buononimi delle Stinche” le quali si occupavano di gestire l’opera pia presso il Carcere delle Stinche ( https://it.wikipedia.org/wiki/Carcere_delle_Stinche ).

All’epoca i carcerati vivevano di privazioni e stenti e solo chi poteva permettersi di pagare otteneva un trattamento migliore, chi non aveva agiatezza economica era abbandonato a se stesso. Insieme ai Buononimi delle Stinche prestavano servizio altri 4 uomini scelti per meriti dallo steso Granduca.

Il Carcere fiorentino delle Stinche si trovava al posto dell’attuale Teatro Verdi ed occupava l’intero isolato, ancora oggi la via dietro il teatro prende il nome di “Isola delle Stinche”.

La Confraternita mediante i Buononimi delle Stinche cercava di alleviare queste sofferenze prestando la sua opera all’interno delle carceri cioè forniva oltre ad assistenza spirituale anche un’assistenza materiale ai prigionieri. Questi confratelli si occupavano di amministrare le donazioni e i lasciti che provenivano dai fiorentini di buon cuore e usavano il denaro per migliorare il vitto e per le cure mediche dei prigionieri.

L’ammirazione dei fiorentini fece loro assumere nel tempo tanta autorità addirittura gli fu concesso di scegliere fra i detenuti per debito persone che potevano essere rilasciate, liberare dalla prigionia, con la promessa di vigilare se i debiti contratti dai rei fossero correttamente ripagati, assumano quindi un ruolo di garanti ( A pag 17).

Nel 1428 la Repubblica Fiorentina autorizzò la Compagnia ad assumere del personale che i Buonomi delle Stinche potevano usare presso le carceri per migliorare la loro opera pia; furono assunti un medico, un cappellano, un custode ed un barbiere (A pag. 13/14). Questa opera meritoria, svolta con solerzia e abnegazione rese la Compagnia talmente benvoluta dalla gente da indurre la Repubblica ad emettere delle sovvenzioni pubbliche pari a 112 fiorini d’oro all’anno che si integravano alle donazioni ed ai lasciti dei fiorentini.

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Il Carcere delle Stinche, olio di Fabio Borbottoni (1820-1902)

Alcune di queste donazioni sono riportate come quella di Michele di Donato pianellaio che il 28 Aprile 1413 lasciò incarico allo spedale di Santa Maria Nuova che per ogni 25 Marzo doveva fornire due staja di pani fatti e un barile di vino alla Compagnia la quale li girava ai carcerati delle Stinche e in caso di mancanza Santa Maria Nuova perdeva il diritto su un podere in val di Greve (A pag. 13).

Compagnia de’ Neri o Compagnia de’ Battuti Neri

I “Battuti Neri” erano coloro che si occupavano del conforto spirituale e religioso dei condannati a morte. Si caratterizzavano per l’uso di abiti neri e per un cappuccio, anch’esso nero, calato sulla testa con lo scopo di celare la loro identità, chi compiva un’opera buona non lo faceva per tornaconto personale ma per carità cristiana e questo era legge per i Neri. Quest’abito prendeva il nome di buffa.

Gli uomini della quale (Compagnía del Tempio) dato che s’è il comandamento dell’anima ad alcuno, che dee esser giustiziato, vanno a confortarlo tutta notte, e il dì l’accompagnano a uso di battuti, colla tavoluccia in mano, sempre confortandolo.” ( A pag. 6)

Da considerare che all’epoca la giustizia negava ai condannati ogni benevolenza ed anche ogni tipo di sacramento, non solo in vita ma anche nella morte privandoli anche di una degna sepoltura in terra consacrata, i corpi venivano gettati semplicemente in fosse comuni se non ceduti per ricerca scientifica (A pag. 10).

Per la Compagnia questa mancanza dei sacramenti che riconducessero il reo al pentimento in grazia di Dio erano intollerabili e il loro impegno per rendere le ultime ore del condannato meno dure e per riavvicinarlo a Dio erano encomiabili.

Il 28 Aprile 1356 la Compagnia de’ Neri per la prima volta vegliò per tutta la notte e seppellì dopo l’esecuzione un giustiziato. Un codice Riccardiano racconta che la processione post condanna, con i Neri al seguito, passando con il carro che trasportava il cadavere in una viuzza stretta fra Porta Guelfa e Porta della Giustizia ebbero un incidente dovuta al cavallo che imbizzarrito forse per la folla si impennò. Nonostante la tanta gente presente non ci fu danno per nessuno se non per il cadavere del giustiziato che cadde a terra (A pag 10). L’episodio sembrò di malaugurio per la Compagnia che però perseverò nonostante il brusio popolare conquistando nel tempo il plauso dei fiorentini.

La Compagnia de’ Neri all’interno della Compagnia di Santa Maria della Croce al tempio fu però istituita ufficialmente come sotto compagnia il 27 Gennaio del 1442 riformata poi il 26 Ottobre del 1488 e poi in via definitiva il 20 Gennaio del 1572 da Cosimo I.

Il servizio de’ Neri cominciava quando il Magistrato degli Otto condannava a morte un prigioniero. La sentenza veniva inviata al luogo di detenzione che poteva essere il Bargello o anche il carcere delle Stinche ed anche alla Compagnia de’ Neri. Un servo ricevuto l’avviso andava di negozio in negozio e casa per casa ad avvertire i confratelli dell’imminente suplizio. I confratelli della Compagnia de’ Neri si preparavano con la buffa nera con il cappuccio ben calato sulla testa e si radunavano presso la cappella del Bargello cioè la Cappella di Maria Maddalena o Cappella del Podestà ( https://it.wikipedia.org/wiki/Cappella_del_Podest%C3%A0 ) dove era condotto anche il reo. I Neri gli comunicavano sia la sentenza di morte sia il metodo per giustiziarlo. Per tutta la notte lo confortavano facendo dei turni di un’ora, lo invitavano al pentimento e alla confessione (A pag. 18). Non solo sussisteva una carità spirituale, ma anche materiale mediante liquori o dolcetti tipo confetti o altro, rendere quieto il corpo per recuperare lo spirito.

Le sentenze potevano essere eseguite sia al Bargello, di solito con il taglio della testa, sia ai Prati della Giustizia, di solito per impiccagione, ma anche per le piazze o strade di Firenze. Sia che la sentenza fosse eseguita presso il Bargello che fuori dalle mura lo scopo era spettacolarizzare l’evento, infatti si eseguivano le sentenze al Bargello a porte aperte in maniera da renderle monito per le persone.

Un’ora prima della sentenza il suono della Campana Montanina cioè la campana del Bargello ( https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_nazionale_del_Bargello ) avvertiva i fiorentini dell’imminente esecuzione.

L’assistenza spirituale e materiale de’ Neri si protraeva, se la sentenza non veniva eseguita al Bargello ma ai Prati della Giustizia, per tutto il percorso del condannato sino al patibolo.

Si formava una processione formata dagli sbirri e dai Neri seguiti dalla popolazione e il condannato veniva accompagnato al luogo del supplizio; i confratelli durante il percorso recitavano i salmi. La processione si soffermava davanti ai vari tabernacoli e l’ultima sosta era alla chiesetta al Tempio, fuori dalle mura, dove i rei ricevevano gli ultimi sacramenti per poi essere condotti innanzi al patibolo dove i Neri chiedevano suppliche per l’anima del condannato.

Possiamo leggerne testimonianza nella “Storia Fiorentina” di Benedetto Varchi ( https://it.wikipedia.org/wiki/Benedetto_Varchi ):

Evvi eziandio la memorabile Compagnia del Tempio, chiamata de’ Neri, gli uomini della quale, dato che s’è il comandamento dell’anima ad alcuno, che deve esser giustiziato, vanno a confortarlo tutta notte…”

L’opera della Confraternita non cessava nemmeno terminata l’esecuzione ma proseguiva anche dopo in quanto provvedevano a seppellire i giustiziati (A pag. 18) che avveniva presso il cimitero della chiesetta al Tempio.

Proprio questa carità cristiana e per l’aspetto nero e cupo i fiorentini conoscevano bene ed apprezzavano molto i Neri che divennero cosi famosi da generare confusione sul fatto di essere una compagnia indipendente e non una parte della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio.

Questo impegno solenne divenne nel tempo l’opera pia principale della Compagnia, addirittura con l’approvazione degli statuti del 1360 da parte dal Cardinal Pietro Corsini ( https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Corsini ) questa opera di assistenza materiale e spirituale dei rei divenne lo scopo principe della Copagnia.

Da ricordare che fra i loro assistiti ci fu anche il Savonarola che nel 1498 rinchiuso nella torre di Arnolfo in Palazzo Vecchio fu confortato da Jacopo Niccolini facente parte dei Neri.

(http://gruppoarcheologicofiorentino.blogspot.it/2015/04/le-compagnie-fiorentine.html)

I percorsi

Il percorso dei condannati a morte fino al luogo delle esecuzioni fu lo stesso per diversi secoli. Il corteo composto dagli sbirri e dai Neri partiva dal Bargello e percorsa via Dei Leoni entrava in via de’ Neri, svoltava verso sinistra per raggiungere piazza San Remigio, proseguiva in via Magalotti per svoltare a destra in Borgo de’ Greci e da cui accedeva a Piazza Santa Croce che attraversata per la sua lunghezza conduceva il corteo a Largo Pietro Bargellini che poi diveniva via de’ Malcontenti sino alle antiche mura. Oggi il tratto da Largo Bargellini a via de’ Malcontenti si chiama via San Giuseppe. Il corteo usciva dalle mura cittadine da Porta San Francesco o anche detta Porta della Giustizia, accedendo a quella che oggi è Piazza Piave e che all’epoca era conosciuta come “Prati della Giustizia” dove veniva eretto il patibolo e compiuta la sentenza ad opera del boia.

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Percorso dei condannati a morte dal Bargello ai Prati della Giustizia

Lo spazio ai Prati della Giustizia si prestava molto bene per le esecuzioni capitali in quanto permetteva alla popolazione di assiste in massa all’evento. La tradizione fiorentina di appendere i giustiziati a morte sul muro del Bargello come esempio per il popolo proseguiva nel rituale del percorso dei condannati lungo le vie fiorentine e poi nello spettacolizzare l’evento ai “Prati della Giustizia”, sempre con lo scopo di rendere pubblica e monito la giustizia stessa. L’ultimo tratto del percorso spiega il nome della via detta appunto de’ Malcontenti in quanto era l’ultimo tratto percorso da coloro che andavano a morire; la strada all’epoca si caratterizzava per la presenza di uno spedale e un orfanotrofio, luoghi altrettanto popolati da persone non contente. Alla testa del corteo che accompagnava i detenuti veniva usavano un crocifisso che oggi è conservato nella Chiesa di San Giuseppe ( https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Giuseppe_(Firenze) ).

FOTO DEL CROCIFISSO (da recuperare)

Dei tanti membri della Compagnia solo alcuni erano autorizzati a confortare i condannati a morte e il loro nome doveva restare segreto pena l’espulsione, per questa ragione si coprivano il volto con il cappuccio nero. La buffa aveva proprio lo scopo di nascondere l’identità di chi compiva buone opere. Da questo aspetto rituale deriva il nome che in termini popolari fu assegnato ai confratelli, “La compagnia de’ Neri” o anche i “Battuti de’ Neri” in quanto era rituale che gli incappucciati accompagnando il giustiziato al patibolo si battessero con una tavoluccia in segno di penitenza (A pag. 6).

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Tavolozza de’ Neri

Nel 1368 la Compagnia cominciò a redigere un registro dei condannati assistiti dove venivano annotati non solo i nomi ma anche i luoghi di sepoltura dei condannati.

Nel 1408 il Capitano limitò al numero di 12 i Neri e poi nel 1423 ne raddoppiò il numero in quanto 12 non erano sufficienti. Nel 1442 si arrivò ad accreditare 50 confratelli in questo ruolo (A pag. 19).

Dal 1420 il registro dove vengono annotati i condannati e le sepolture viene redatto da Giovanni d’Andrea di Lorenzo Sommaia (A pag. 19).

Nel 1477 il prete Amedeo Amedei impose un legato perpetuo al rettore della Cappella di San Giuliano della chiesa di San Niccolò che consisteva nell’assistere il condannato e fargli avere un panellino dolce di 3 once fatto dalle monache, pratica che dopo qualche anno cadde in disuso. I Cappellani di questa chiesa erano eletti anche con un voto della Compagnia de’ Neri; da ricordare come cappellano Lorenzo Grossi che lasciò memoria dei giustiziati da lui assistiti sull’apposito registro dal 6 Maggio 1661 al 23 Luglio 1695.

Sempre nel 1477, il 1° Agosto, Pietro Gianni Cardajolo pagò 70 fiorini d’oro per allestire armadi e acquaio presso la chiesetta al Tempio (A pag. 15).

Il 20 Maggio del 1503 a causa di una esecuzione mal fatta dal boia nel supplizio di Girolamo di Sandro si scatenò una sassaiola da parte del popolo contro il boia che ne fu ucciso, la sassaiola rischiò di coinvolgere involontariamente anche i componenti della Compagnia.

Il Registro tenuto della Compagnia si danneggiò per l’alluvione di Firenze del 1557, si riuscì però a farne una copia. Grazie a questo registro oggi si conosce molti dettagli riguardo alle condanne di molti personaggi celebri e non.

Nel 1558 La Compagnia de’ Neri fu gemellata a quella della Misericordia di Roma che si occupava degli stessi compiti (A pag.24).

Cosimo I il 20 Gennaio del 1572 elesse dei riformatori per modificare gli statuti della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio. I riformatori furono: M. Marco di Giovanbattista degli Asini, M. Vincenzo di Niccolò Godemini, Benedetto di Giovanni Covoni e Benedetto di Jacopo Antonio Busini. Nei nuovi statuti fu definito il nuovo assetto della Compagnia che sarebbe stata guidata da 9 Capitani, 3 eletti nel quartiere di Santa Croce e 2 per ogni altro quartiere. 12 persone avrebbero fatto parte della Compagnia de’ Neri e dovevano essere di famiglie che avessero goduto del Gonfalonierato di Giustizia o del Priorato, erano detti infatti “Beneficiati” e altri 38 potevano essere di famiglia nobile o popolare ma dovevano abitare in Firenze o nell’immediato contado e tutti avevano lo specifico scopo di assistere i condannati fino al momento della loro esecuzione, tutti si eguagliavano all’interno della Compagnia de’ Neri. La Compagnia de’ Neri dipendeva interamente dalla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio e ogni lascito o donazione doveva essere girata alla Compagnia madre. Alcuni monasteri furono aggregati alla Compagnia de’ Neri in maniera che fossero avvisati dell’imminente supplizio di un giustiziato e che quindi potessero intonare delle preghiere per lo stesso (A pag 20/21).

Sarebbe bello dedicare un capitolo intero alla devozione e alla pazienza de’ Neri durante il loro uffizio, come ha fatto il Cappelli (B), ma preferisco rimandare alla lettura di questo raro libriccino per apprezzarne la narrazione.

Spedale del Tempio

Nel 1428 con una spesa di 300 fiorini d’oro avuti in eredità da Simone Buonarrota viene aperto (ndr: o forse sarebbe meglio dire riaperto) in via De’ Malcontenti uno spedale ad opera della Compagnia. Fra gli ufficiali era eletto uno “Spedalingo” che gestiva lo spedale insieme ad otto infermieri e paciali. Di questo spedale non sarebbe rimasto ricordo se nel 1633 il giovane Michelangelo Buonarroti non avesse apposto una targa oggi visibile all’interno dell’Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio (A pag. 12).

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La stessa targa testimonia che lo scopo della Compagnia era puramente assistenziale ed è affissa all’interno dell’Oratorio dato che lo stesso era divenuto parte del complesso dello spedale che sembra si estendesse alle case alla sinistra dell’Oratorio e sembra che la cucina fosse all’angolo fra via de’ Macci e via San Giuseppe (B pag. 40).

Dal 1356 al 1575 furono fatte molte donazioni e lasciti alla Compagnia da utilizzare per lo ‘spedale e per le opere pie verso i prigionieri del carcere delle Stinche. Beni alimentari e liturgie spirituali per i carcerati e cure mediche per gli indigenti erano finanziate con questi denari (A pag. 13/14).

Tutte queste donazioni sono state riportate fedelmente nei registri dal 1356 al 1575.

Particolare ricordo è la donazione fatta da Niccolò di ser Vanni, paria a 534 ducati con lo scopo di mantenere un cappellano che fosse eletto con 1 voto degli eredi del Vanni e due voti uno del Capitano e uno del Sindaco della Compagnia, cappellano che probabilmente era a dimora all’ultimo piano nell’attuale via San Giuseppe 12 (B pag.41).

Nel 1751 lo spedale della Compagnia fu soppresso e ceduto al Bigallo ed assieme ad esso anche l’oratorio e tutte le pertinenze, compresa la casa abitata dallo spedaligo all’angolo fra l’allora via de’ Malcontenti e via de’ Pelacani (A pag. 14/15).

Le sedi della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio

Come abbiamo già accennato più di una volta c’è stata molta confusione nel riportare i fatti rispetto alla Compagnia, non meno confusione per quanto riguarda le sedi utilizzate.

L’Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio

Nelle ricerche per capire da dove derivasse il nome “al Tempio” abbiamo postulato che questa fosse l’originaria sede della Compagnia, già esistente in quanto tempio templare, a due passi dal Tabernacolo all’angolo con via de’ Macci dove nasceva la Compagnia stessa.

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Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio

Questo Oratorio era destinato alla preghiera e alle riunioni della compagnia, non era però pubblico e vi si poteva accedere solo come membri della Compagnia o con il loro permesso.

La sua architettura si confà al periodo, la facciata appare semplice con pietre irregolari disposte a filareto, al centro un portone in legno lavorato dove si riconoscono nei due polilobi superiori due stemmi, uno della compagnia e l’altro della famiglia Torrigiani.

In perpendicolare sopra il portone c’è un rosone a vetri quadrati e al lato del portone due finestre con arco a tutto sesto protette dalle originali inferiate in ferro battuto. Sempre al lato del portone all’altezza del basamento delle finestre ci sono due ghiere originali in ferro battuto, fatte ad anelli, che servivano per posizionare gli stendardi della Compagnia. La facciata si caratterizza inoltre per due elementi particolari. Il primo è un tetto sporgente non convenzionale, non in uso all’epoca e l’altro per una interruzione delle pietre posta orizzontalmente sopra la porta che sembra dividere la parte inferiore dell’Oratorio dalla superiore. Il primo elemento è dirimente nella descrizione del Fioretti (E) per identificare questo Oratorio come la sede ufficiale della Compagnia (E pag. 76) , il secondo ci permette di avvalorare, complici anche le finestre, una struttura della pianta interna all’epoca molto diversa dall’attuale.

L’interno dell’Oratorio oggi ci appare come un vano rettangolare a navata unica con un pavimento in cotto e coperto da un tetto a capriate.

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Oratorio interno

Le due pareti laterali presentano due porte con stipiti ed architrave in pietra serena che chiudono due armadi a muro, sono presenti inoltre sei nicchie atte probabilmente a porvi dei lumi. Sempre sulle pareti laterali in fondo all’Oratorio sono presenti due targhe. La prima del 1428, quando un antenato di Michelangelo Buonarroti lasciò un’eredità alla Confraternita per la ristrutturazione dello spedale (Targa mostrata in precedenza). La seconda…

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L’affresco nell’arco ad ogiva della parete di fondo risale al 1928 ed è una celebrazione della Confraternita voluta dall’allora parroco della vicina chiesa di S. Giuseppe, Mons. Luigi d’Indico (C). L’affresco presenta sullo sfondo le mura fiorentine, sotto la Madonna del Giglio in gloria tra due angeli, ( Madonna del Giglio che come sostiene il Fioretti (E) era la Madonna che ispirò i giovinetti a formare la Compagnia (E pag. 87)). Due cortei che si incontrano, quello proveniente da destra è dei confratelli, il corteo di sinistra è capeggiato da Lorenzo il Magnifico. Al davanti del corteo di sinistra Papa Eugenio IV parla con il Battista. Al davanti del corteo di destra San Francesco indica la Vergine al Savonarola. Sempre nel corteo di destra si vede il ritratto di Benito Mussolini.

L’affresco risulta fortemente danneggiato dall’alluvione di Firenze del 1966 ed oggi appare cosi.

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Un piccolo mosaico con il volto di Cristo sulla parete destra eseguito nel 1923 ricorda il nome di Monsignor D’Indico che fu colui che riattivò la compagnia ed appunto una pittura a metà della parete sinistra ricorda la rinascita della Compagnia come Confraternita nel 1912, di questo tratteremo in seguito.

http://www.mesemediceo.org/oratorio_santa_maria_della_croce_al_tempio.htm

Si deve fare un inciso sulla pianta interna dell’Oratorio che oggi appare molto diversa dall’originale. In origine erano presenti due stanze appena entrati, una alla destra e una alla sinistra e il tetto delle due stanze era un ballatoio subito al disotto del rosone. Il piano di calpestio del ballatoio si riconosce all’esterno sulla facciata dall’interruzione orizzontale che divide la parte inferiore dalla superiore. Le due finestre quindi servivano a dare luce alle due stanze e il rosone per dare luce all’Oratorio. Ne descrive questa pianta anche Richa (G) che ricorda una stanza a destra di chi entrava utilizzata per le adunanze segrete e una a sinistra dove la Compagnia dava udienza ai poveri e a chi si rivolgeva a loro (A pag. 15). Questa disposizione ci viene anche testimoniata dal Dott. Giampiero Cioni, forse l’ultimo vivente ad aver fatto parte della Compagnia in tenerissima età (Il Dott. Cioni ci ha rilasciato un racconto che inseriremo alla fine). Questa struttura è stata probabilmente abbattuta in seguito all’alluvione del 1966. A testimonianza di questa architettura è anche la lettura dell’Uccelli (A) per quanto riguarda i beni delle Compagnia (A pag. 29).

Nel registro dei beni posseduti dalla Compagnia Libro I° spedali c.4 dell’anno 1548 si trova fra le proprietà: “Una casa alato a la di sopra tiene il capelano per suo abitare. La proprietà era di Mona di Bartolomea donna di Tanino di Bartolomeo da Monte Cuccoli e che fu lasciata alla Compagnia“. Questa casa si riferisce al terra-tetto in via San Giuseppe 12, cioè al lato sinistro dell’Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio. Il fatto che sia specificato oltre che alato anche sopra ne avvalora il sospetto infatti chi percorrendo via San Giuseppe si fermasse ad osservare noterebbe che questa casa ha un estensione sopra l’Oratorio, cioè sormonta con un’ala il tetto dell’Oratorio. Durante dei lavori di ristrutturazione di questa ala furono trovati i primi due scalini di una scala a chiocciola che in verticale calava nell’angolo a sinistra entrando nell’Oratorio. Considerando che era ad uso abitativo del cappellano questo avrebbe un senso in quanto lo stesso avrebbe avuto un accesso diretto al’Oratorio. La stessa scala oltre che raggiungere la stanza di sinistra si apriva anche sul ballatoio che nel 1912 dopo la riapertura della Compagnia veniva usato per cantare le novene di Natale, come appunto ci ricorda il Dott. Cioni per aver fatto parte del coro.

Da dire inoltre che nel 1428 grazie alla donazione dell’antenato del Michelangelo, Simone Buonarroti, di cui abbiamo già parlato, questa sede si integrò con lo spedale che la Compagnia allestì alla sinistra dell’Oratorio stesso (B pag. 40), o che forse già esisteva in passato ed era proprio lo spedale templare già nominato.

Chiesetta al Tempio

La chiesetta al Tempio è il luogo che fin dalla creazione della Compagnia è stato obbiettivo iniziale dei confratelli. I 4 denari che venivano accantonati ogni settimana e le donazioni arrivate nel tempo servivano per edificare questa chiesetta. Il fatto che si chiamasse al Tempio ha creato molta confusione sulla desinenza del nome della Compagnia come vi ho già illustrato.

Il 30 Settembre 1361 a seguito della richiesta al Comune da parte di Migliore di Vanni fornaio del popolo di Sant’Ambrogio Sindaco eletto della Compagnia fu concesso un terreno (braccia 30 di terreno) fuori dalle mura presso Porta San Francesco dove erigere una chiesetta e un cimitero (A pag. 11)

Riporto la dicitura della concessione: “ Cappellam cum cemeterium iuxta locum justitie pro salute animarum dampnatorum…” e “ …petiam terre positam iuxia locum justitie prope menia civitatis extra portam Sancti Francisci in populo Sancti Jacobi inter foveas quarterij Sancte Crucis. Que petia terre est longitudinis brachiorum 35 et latitudinis brachiorum 25 vel circa, cui hi suntconfines: a primo et secundo platea sive pratum porte Sancti Francisci, que platea sive pratum vocatur locus justitie, a tertio flumen Arni, a quarto murus piscarie molendicorum communis Florentie”.

La chiesetta fu terminata nel 1366. Fino al 27 Gennaio del 1366 i giustiziati venivano sepolti presso Santa Candida (A pag. 24).

Testimonianza dell’edificazione in corso di questa chiesetta viene anche dall’elemosina di lire 20 fatta dallo Strozzi il 25 Luglio del 1366 per conto dell’Arte dei Mercanti con lo scopo di “… fabbricar la cappella fondata e cominciata fuor dalla detta porta”; se ne trova scrittura nei protocolli di ser Guido Guidi e testimonia il fatto che ancora la chiesetta al 25 Luglio non era ancora terminata (A pag. 7).

Il Cappelli (B) riporta una citazione a pag 33 di Guido Carrocci che descrivendo la chiesetta al Tempio la definisce si piccola, ma graziosa e caratteristica con sulla facciata degli affreschi di Spinello Aretino.

Fino al 1529 (anno dell’assedio di Firenze) l’ultima preghiera dei condannati e la loro sepoltura dopo l’esecuzione avveniva in questa chiesetta fuori dalla Porta San Francesco, in prossimità del patibolo e vicino all’Arno (A pag. 24).

La chiesetta al Tempio a causa dell’assedio di Firenze ( https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_di_Firenze ) che durò l’arco di due anni dal 1528-1530 fu del 1531 distrutta per volere del duca Alessandro de’ Medici ( https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_de%27_Medici_(duca_di_Firenze). Lo scopo del duca era quello di migliorare le fortificazioni della città ed erigere un bastione di difesa a fronte dei Prati della Giustizia, per questa ragione fu chiusa Porta San Francesco o Porta della Giustizia, fu sotterrata sotto un cumulo di detriti la chiesetta al Tempio e distrutte 40 case li vicine.

Per questa ragione il luogo delle esecuzioni fu spostato al prato fuori Porta alla Croce detto appunto Pratello della Giustizia che era sito nell’attuale Piazza Beccaria.

La distruzione della chiesetta al Tempio portò alla perdita delle pitture in essa presenti, sia gli affreschi sulla facciata di Spinello Aretino ( https://it.wikipedia.org/wiki/Spinello_Aretino ) sia un’opera del Pisanello ( https://it.wikipedia.org/wiki/Pisanello ), che nel periodo di costruzione della chiesetta era a Firenze per perfezionarsi, come dichiara il Vasari (I pag. 302), il quale dipinse nella chiesetta l’episodio del pellegrino che andando a San Jacopo di Gallizia fu infamato da una figlia di un’oste mettendogli in tasca una coppa d’argento perchè fosse punito come ladro, salvato da San Jacopo e ricondotto a casa.

Prima della distruzione due tavole furono salvate, una di fra Giovanni da Fiesole, il Beato Angelico, intitolata “Compianto della Croce al Tempio” ( https://it.wikipedia.org/wiki/Compianto_della_Croce_al_Tempio ) dove è raffigurato un Cristo morto portato al Sepolcro degli Apostoli ed esposta nella chiesetta al Tempio sull’altare dietro il crocifisso e che fu rimossa e trasportata presso la Galleria delle Belle Arti e in seguito spostata al Museo nazionale di San Marco ( https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_nazionale_di_San_Marco ) sempre a Firenze.

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La seconda tavola rimossa era un’opera di Rodolfo di Domenico Bigordi Ghirlandaio e vi era dipinta la decollazione di San Giovanni Battista anch’essa salvata e trasferita alla nuova sede della Compagnia (A pag. 25).

Una piccola digressione. Ai tempi di Firenze Capitale (1865) fu perso il senno e sotto la guida di un demolitore seriale quale fu Giuseppe Poggi si abbatterono le mura fiorentine per far posto ai viali di circonvallazione. Durante i lavori la piccola chiesetta al Tempio vide nuovamente la luce e riaffiorò, ma invece di essere difesa fu ignorata in nome dell’innovazione e demolita.

Il percorso dei condannati si modificò dall’originale ed iniziò a seguire un tragitto diverso passando in Borgo degli Albizi poi in via Pietrapiana e in piazza Sant’Ambrogio per poi passare in Borgo la Croce ed infine raggiungere piazza Beccaria. Questa fu la ragione che indusse la Compagnia a trasferire la sua sede originale dall’Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio a San Niccolò degli Aliotti al Ponte a Rubaconte.

Inoltre la signoria di Firenze nel 1531 concesse alla Compagnia una sede fuori dalla Porta a Pinti in prossimità di un piccolo cimitero (ndr: probabilmente l’attuale cimitero degli inglesi) gestito dall’arcispedale di Santa Maria Nuova. Questa sede fu però temporanea tanto che nello stesso anno la Compagnia l’abbandonò.

San Niccolò degli Alliotti al Ponte al Rubaconte

Il 15 Luglio del 1531 i Capitani del Bigallo con atto redatto da Bartolomeo d’Antonio donarono alla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio uno spedale sito in Borgo della Porta alla Croce (oggi Borgo alla Croce) chiamato San Niccolò degli Alliotti (https://it.wikipedia.org/wiki/Spedale_di_San_Niccol%C3%B2_degli_Aliotti) al Ponte a Rubaconte aperto dalla Compagnia del Bigallo nel 1425 per volontà di Niccolò di Tosio o Totto Alliotti.

Questa fu la nuova sede della Compagnia fino al 1785 anno in cui la Compagnia cessò di esistere per la soppressione voluta da Pietro Leopoldo con la legge generale del 21 Marzo che abolì la pena di Morte (A pag. 26). L’ubicazione della sede doveva essere al n° 2 e 4 di Borgo la Croce, dove ancora oggi si possono vedere gli stemmi del Bigallo e della Compagnia. Nelle case vicine alla nuova sede della Compagnia abitava anche il carnefice (A pag. 26).

La Cappella presente nell’ex spedale divenne la nuova chiesetta al Tempio.

Nel 1547 La nuova chiesetta al Tempio fu consacrata ad opera del Reverendissimo Mons. Pandolfini Vescovo di Troia che per gratitudine fu ammesso fra i Capitani senza spesa e con piedi diritti (B pag. 44).

La chiesetta era caratterizzata da tre altari. Quello a destra era degli Acciajoli e dedicato a San Giovanni Battista e qui fu trasferita dalla chiesetta al Tempio la tavola dipinta dal Ghirlandaio. Quella di sinistra presentava un crocifisso con 4 santi attorno opera di Santi di Tito ( https://it.wikipedia.org/wiki/Santi_di_Tito ). L’altare maggiore presentava un quadro molto antico della SS. Annunziata forse scampato anche questo dalla chiesetta al Tempio. Davanti all’altare maggiore erano impiombate alla pietra delle campanelle di ferro dove venivano legati i condannati. La necessita di legare il condannato derivò a causa di un episodio in cui Baldo detto Baldone da Pecchio il 29 Aprile 1620 tentò la fuga. Nel rocambolesco tentativo di fuggire il Baldo chiese aiuto anche ai confortatori della Compagnia che si rifiutarono. Il Balbo fu poi bloccato dagli sbirri e ne fu eseguita la sentenza con impiccagione e squartamento.

Dal Lato dell’epistola si entrava in un cimitero dove erano sepolti i giustiziati e sotto le logge che circondavano il cimitero si ponevano le ossa come era usanza all’epoca (A pag. 27).

Nel 1566 data la grande affluenza di fedeli e le tante offerte fu deciso di assumere un sacerdote secolare ed il primo, con stipendio di 3 scudi al mese, fu il reverendo P. Matteo Cofferati, seguirono poi Vincenzo Bandini P. Tosi ed altri (B pag. 45).

All’epoca i Neri in processione usavano un bellissimo stendardo in cui Santi di Tito aveva dipinto su un lato San Giovanni che predicava e sull’altro l’ingresso di Cristo a Gerusalemme. Questo stendardo era usato per dar suffragio ai morti per giustizia ma anche nella data del 2 Novembre per i morti e del 29 Agosto giorno della decollazione del Battista Il 24 agosto la Compagnia in processione uscivano dalla Porta alla Croce per raggiungere il pratello della Giustizia cantando l’uffizio dei morti.

Dal 1738 al rientro dalla porta dopo ogni funzione i Neri dovevano scappucciarsi ed essere riconosciuti, questo per ordine del Governo che temeva che dei soldati disertori potessero accedere alla città sotto mentite spoglie (A pag. 28).

Questa chiesa fu distrutta dopo poco il decreto Leopoldino del 1785 che soppresse la Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio.

Luoghi dove la Compagnia aveva stemmi e altari

San Simone

Un breve accenno alla chiesa di San Simone ( https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_dei_Santi_Simone_e_Giuda_(Firenze) ) non perchè sede della compagnia, ma perchè al suo interno compare lo stemma della stessa Compagnia in un sepolcreto. Come sappiamo le esecuzioni avvenivano principalmente al Bargello o ai Prati della Giustizia prima o fuori porta alla Croce dopo l’assedio fiorentino, ma nella realtà spesso erano eseguite in varie località e piazze fiorentine e i giustiziati talvolta venivano sepolti presso la chiesa più vicina. San Simone probabilmente è stata sede di molte sepolture, tanto da meritare lo stemma della Compagnia stessa. Non scordiamo inoltre che i giovinetti che fondarono la Compagnia erano originariamente del Popolo di San Simone ed è quindi probabile che ci fosse un legame speciale con questa chiesa.

Santa Maria Novella

Presso la chiesa di Santa Maria Novella la Compagnia aveva un atare e i suoi stemmi ed ogni ultima domenica di Gennaio andava a fare offerta alla Beata Villana presso la chiesa portando 80 torchietti e lire 16 per i frati.

San Firenze

Anche in San Firenze la compagnia aveva degli stemmi e provvedeva in questa chiesa alle sepolture dei condannati giustiziati in nel Palazzo Pretorio o nella città nei dintorni della chiesa.

Alcuni uomini illustri che hanno fatto parte della Compagnia

Nel corso del tempo molte persone si sono avvicinate alla Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio e tani ne hanno fatto parte. Alcuni personaggi sono famosi nella storia, altri sono meno conosciuti e taluni assolutamente sconosciuti. Riportiamo alcuni nomi di spicco che nell’arco temporale di attività della Compagnia ne hanno fatto parte.

Primo fra tutti va citato Lorenzo il Magnifico, ( https://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_de%27_Medici ) signore di Firenze, della cui storia sarebbe assurdo farne citazione dato che è conosciuta ai più (B pag 55).

Luca della Robbia ( https://it.wikipedia.org/wiki/Luca_della_Robbia ) fu un mirabile artista e illustre confratello della Compagnia ed è grazie ai suoi scritti che si conosce oggi la causa e sentenza di morte di Agostino Capponi e Pietro Paolo de’ Boschi condannati a morte nel 1512 per aver cospirato contro la vita del Cardinal Giovanni de’ Medici (B pag. 66).

Iacopo Niccolini ( https://it.wikipedia.org/wiki/Niccolini_(famiglia) ) non solo apparteneva ad una delle famiglie più antiche di Firenze ma durante la sua attività nella Compagnia rimase famoso per essere fra coloro che confortarono il Savonarola prima della sua esecuzione, il P. Burlamacchi ne lasciò testimonianza scritta (Vita del Savonarola Giuntini Lucca pag. 170) (B pag. 66).

Il 29 Febbraio del 1596 Ippolito Galantini ( https://it.wikipedia.org/wiki/Ippolito_Galantini ) entrò nella Compagnia. Era un setaiolo fiorentino fondatore della Congregazione della Dottrina Cristiana e nella cui chiesa è esposto il suo corpo (B pag. 66).

Il Pontefice Eugenio IV ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Eugenio_IV ) saputo dell’opera della Compagnia non poteva credere a tanta abnegazione dei confratelli che in nome di Dio e della carità svolgessero opera tanto devota decise quindi in incognito di vestire la lugubre veste de’ Neri e cosi celato confortare un reo. Rimase cosi colpito dalla Compagnia da arricchirne le ampie indulgenze.

Lorenzo Lippi ( https://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_Lippi ), il geniale poeta fiorentino, fece parte della Compagnia come confortatore.

Michelangelo Buonarroti ( https://it.wikipedia.org/wiki/Michelangelo_Buonarroti ) ha fatto parte della Compagnia e ne è testimonianza proprio la lapide presente nell’Oratorio fatta mettere da Michelangelo in onore del suo avo.

Le Concessioni plenarie

La dimostrazione di come la Compagnia fosse tenuta sempre in maggior considerazione è data non solo dalle concessioni del Comune e della Repubblica che cercavano di fornire tutto ciò che la Compagnia necessitava, ma anche dalla benevolenza di Papi come Eugenio IV ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Eugenio_IV ) e Leon X ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Leone_X ). Eugenio IV concesse 25 anni e 25 quarantene di indulgenze, confermate poi da Clemente VII ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Clemente_VII ). Addirittura Clemente VII concesse che il supplizio potesse avvenire dopo mezzanotte (corretto poi dal Concilio di Trento) e che i confratelli della Compagnia de’ Neri potessero officiare loro i sacramenti (A pag.23).

Paolo III ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Paolo_III ) concesse loro che nel giorno della decapitazione del Battista (24 agosto) la Compagnia poteva salvare dalla morte un condannato e Giulio III ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Giulio_III ) proclamò che la liberazione avvenisse senza sostenere spesa alcuna (A pag.23).

Paolo IV ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Paolo_IV ) concesse indulgenza plenaria nel giorno che i confratelli entravano nella Compagnia e in articulo mortis invocando il nome di Dio (B pag. 68).

Innocenzo VI ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Innocenzo_VI ) confermato poi da Leone XI ( https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Leone_XI ), concesse vari privilegi alla Compagnia, fra cui quello di poter seppellire i giustiziati nelle chiese della Compagnia, un’indulgenza verso i confratelli che nelle cause di Roma (ndr: immagino legali) non potevano essere convocati se non dall’Auditorio Generale ed inoltre che i condannati a morte potessero lasciare erede dei loro beni la Compagnia stessa senza pregiudizio del fisco ed erano sufficienti due testimoni che lo certificassero (A pag.24).

Molte altre concessioni furono fatte da Cardinali e dalla Repubblica, ne è testimonianza anche la lapide esposta fuori della Porta alla Croce.

Chiusura e rinascita della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio

La Compagnia fu soppressa da Pietro Leopoldo di Toscana ( https://it.wikipedia.org/wiki/Leopoldo_II_d%27Asburgo-Lorena ) nel 1785 quando il Granduca stava progettando l’abolizione della pena di morte influenzato non poco dalle letture e dagli studi di Cesare Beccaria ( https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Beccaria ). L’abolizione avvenne il 30 Novembre del 1786 sancita con il Codice Leopoldino ( https://it.wikipedia.org/wiki/Codice_leopoldino ). Nella realtà delle cose la pena di morte fu reintrodotta dallo stesso Leopoldo I nel 1790 per i alcuni crimini eccezionali. Data la chiusura della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio il compito di conforto e inumazione dei cadaveri fu affidato alla Confraternita di Santa Maria della Misericordia ( F pag. 481/482 ).

Con il codice Leopoldino non si chiudeva solo la Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, ma praticamente tutte le Compagnie presenti sul territorio. Le uniche due salvate dal codice furono l’Arciconfraternita della Misericordia e l’Arciconfraternita della Dottrina Cristiana.

Le ragioni di Leopoldo I a questa drastica decisione furono soprattutto che molte confraternite e compagnie che nel tempo avevano derivato dai loro statuti e ceduto a ricchezze, privilegi e bagordi; con cene luculliane fuori porta nelle campagne e sperperi di denaro. Leopoldo I di Toscana volle sicuramente “pulire” la sporcizia che aveva contagiato la carità ma rivalutando a posteriori commise una leggerezza con la Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio che in 400 anni di servizio non aveva mai deviato dai suoi intenti e mestamente mai approfittato del denaro o del potere (B pag. 74/75).

La sede di Borgo la Croce, ex spedale degli Alliotti chiuse e la chiesetta fu distrutta dopo poco, come già detto, l’unica sede sopravvissuta fu l‘Oratorio di via San Giuseppe. Abbandono e in disfacimento passò di mano per un breve periodo ad una Compagnia detta di San Carlo e poi in seguito usato come asilo mortuario per la Parrocchia di San Giuseppe e alla fine definitivamente abbandonato.

In stato di trascuratezza si arriva al 1911 quando Monsignor Luigi D’Indico, Parroco di San Giuseppe, cominciò dei lavori di ristrutturazione ingaggiando l’architetto G. Castellucci. I due assieme cercarono informazioni e riportarono l’Oratorio ad antico splendore, cancellando gli obbrobri che ne avevano alterato facciata ed interni. I Lavori terminarono celermente già nel 1912 (B pag. 75/76/77).

La Compagnia prese di nuovo vita il 1 gennaio 1912 e fu riattivata da una richiesta di Monsignor Luigi D’Indico al Cardinal Alfonso Maria Mistrangelo ( https://it.wikipedia.org/wiki/Alfonso_Maria_Mistrangelo ) che ne decretò la rinascita.

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Questo il testo del decreto:

Alfonso Maria Mistrangelo, per grazia di Dio e della Santa Sede, Arcivescovo di Firenze e Principe del S. R. Impero.

Vista la domanda presentata dal M. R. Sac. Luigi D’Indico attuale parroco di San Giuseppe colla quale ci faceva istanza perchè volessi permettere l’erezione canonica della ricostruita Arciconfraternita di Santa Maria della Croce al Tempio (detta dei Neri) soppressa già da Pietro Leopoldo con decreto ministeriale del 1785;

Visti gli articoli provvisori presentati per la l’approvazione;

Viste le leggi canoniche che regolano la presente materia;

Visto quanto era da vedersi;

In virtù delle facoltà ordinarie e straordinarie a Noi competenti in ragione del Nostro ufficio o comunque attribuiteci da SS. Canoni, abbiamo decretato e

DECRETIAMO

Art. I – E’ nuovamente eretta la Ven. Arciconfraternita di Santa Maria della Croce al Tempio nella Parrocchia urbana di San Giuseppe, con tutti i privilegi, diritti e oneri ecc. ;

Art. II – I Capitoli provvisori in via d’esperimento avranno valore per 5 anni.

Firenze, addì 1° Gennaio 1912.

IL VICARIO GENERALE

(Can. Andrea Casullo).

La sede ufficiale divenne la Parrocchia di San Giuseppe in quanto l’Oratorio era di sua competenza ma la sede della sua azione cristiana e caritatevole fu nuovamente l’Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio.

L’inaugurazione di quella che adesso era l’Arciconfraternita avvenne il 23 Maggio 1912 alla presenza di molte personalità dell’epoca e come oratore partecipò il pro. Can. Emanuele Magri trattando il tema “Della Compagnia de’ Neri nella storia di Firenze”.

Un anno dopo nell’anniversario della morte del Savonarola il Prof. Federico Ferretti dei Predicatori trattò il tema “Il trionfo della Croce secondo il concetto di Fra Girolamo Savonarola” (B pag. 78/79).

Il Cappelli nella descrizione dell’Oratorio a pag. 82 Parla di una stanza a sinistra con due affreschi del secolo XIV rappresentanti le stigmate di San Francesco. Descrive anche una porta che dal vestibolo introduce alla cappella, costruita dalla ditta Parenti e decorata dalla ditta Mattheis con due vetrate dipinte con lo stemma della Compagnia su una e lo stemma del Monsignor D’indico sull’altra.

Questo ci conferma che la struttura interna originaria è diversa dall’attuale (2015) e che probabilmente dopo l’alluvione del 1966 invece che restaurare la cappella secondo origine si preferì abbattere ciò che si era danneggiato seguendo la scellerata scuola di Poggi.


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I Nuovi Capitoli della Confraternita di Santa Maria della Croce al Tempio in San Giuseppe

Art. 1. – E’ ripristinata nei propri antichi locali la compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio presso la Chiesa Prioria di San Giuseppe in via dei Malcontenti.

Art. 2. – La Compagnia, composta di fratelli di ogni classe sociale purchè di di spirito veramente cristiano e di sorelle aggregate, è retta da un Correttore e da 6 Capitani.

Art. 3. – Il Correttore, salvo casi straordinari da giudicarsi volta per volta, dev’essere sempre il Parroco.

Art. 4. – La Confraternita, indipendente nella propria amministrazione e dipendente nella direzione al Correttore, sottoporrà all’approvazione dell’Ordinario i Capitoli ed ogni deliberazione di speciale interesse, sanzionata dall’approvazione dei Capitani, del Correttore e del Corpo Generale.

Art. 5. – I Capitani verranno eletti dal Corpo Genarale di Compagnia e scelti fra i primi 50 più anziani, che si chiameranno fratelli Conservatori.

Art. 6. – Il Corpo della Compagnia elegge ogni 3 anni i 6 Capitani, un Provveditore ed un Segretario, i quali sotto la Presidenza del Correttore ne costituiscono il Consiglio direttivo ed amministrativo, che a sua volta sceglie fra i Capitani il Governatore. Tutti gli eletti possono essere riconfermati soltanto per due volte.

Art. 7. – La Compagnia oltre all’esercizio di opere di pietà da praticarsi nel proprio Oratorio, si intende ripristinata per coadiuvare il Parroco in tutte le opere di Carità Cristiana necessarie ai tempi nuovi; per riunire in sè per mezzo di diverse sezioni tutte le opere morali, religiose, ed anche economiche di carattere cattolico che potessero nascere o già esistenti nella parrocchia, per favorire lo sviluppo e la devozione delle SS. Eucarestia nelle molteplici manifestazioni e per praticare per mezzo e con l’aiuto di un numero di aggregati o porti non Fratelli ma disciplinati nella Compagnia, l’esercizio prezioso del trasporto dei defunti.

Art. 8. – La Confraternita si raccoglierà ogni seconda Domenica del mese o più spesso, se il Correttore ed il Consiglio dei sei lo reputassero necessario.

Art. 9. – I Fratelli godranno di tutti gli antichi privilegi concessi dai SS. Pontefici all’antica Confraternita dei Neri e dopo morte, oltre all’uffizio cantato in Compagnia, avranno N. 3 messe se Fratelli e N. 2 se Sorelle, celebrate nella Chiesa Parrocchiale.

Art. 10. – Il Parroco penserà al Provveditore per ogni trasporto funebre a pagamento una tassa da stabilirsi ed il Provveditore penserà a retribuire i porti aggregati.

Art. 11. – Il Provveditore avrà cura di provvedere tutto quello che sarà necessario per le funzioni e i diversi servizi della Confraternita. Riceverà gli ordini necessari dal Governatore per riguardo ai servizi funebri, Comunione agli infermi, Processioni o qualsiasi altra opera richiesta dal Parroco.

Art. 12. – I Fratelli indosseranno l’antica veste dei Neri e nelle pubbliche processioni o nei servizi avranno costantemente la buffa calata, paghi che solo Dio conosca le loro opere buone.

Testimonianza, fatta di ricordi, del Dott. Giampiero Cioni

Presumo di essere l’unico sopravvissuto fra coloro che partecipavano alle attività della “Compagnia dei Neri” riattivatasi Grazie a Mons D’Indico che perorò la rinascita della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio.

All’epoca, circa il 1950, il priore della parrocchia di San Giuseppe, Monsignor Ulderico Masti, dato la miseria imperante nel Quartiere di Santa Croce aiutava le famiglie ove avveniva un decesso nel trasporto della salma.

Miseria voleva dire, per fare un esempio, sfamarsi per tutto il giorno con un fetta di polenta di castagne, detta “pattona”, dal costo di pochi centesimi ma che teneva ben pieno, senza i crampi della fame, lo stomaco.

All’epoca ero il più giovane che partecipava assieme ad altri al corteo che si formava all’interno della Oratorio di Santa Maria Vergine della Croce al Tempio in Via San Giuseppe. Ci vestivamo con le tipiche lunghe tuniche nere e con il cappuccio per la testa, “detto buffa”, che lasciava solo l’apertura per gli occhi. La tunica aveva un grande simbolo della Confraternita rosso sul petto.

All’occorrenza venivamo avvisati dal Governatore dell’epoca Maestro Silvestri, tramite il Sagrestano Fortini, di trovarci all’Oratorio per la vestizione e le preghiere di rito.

L’Oratorio, subito dopo l’ingresso, aveva due piccole stanze che precedevano la porta a vetri che immetteva nella Cappella.

In quella di sinistra si vestiva il Sacerdote, in quella di destra vi erano delle cassettiere che contenevano le nostre tuniche nere, il Crocifisso e due lunghe e robuste aste che terminavano in alto con delle torce di fuoco.

Sopra le due stanzette adibite a sagrestia, vi era un soppalco, a cui si accedeva con una scala a chiocciola dalla stanza di sinistra, ed era usato per il coro durante le novene di Natale, canti che il Priore voleva fossero fatte nell’Oratorio dei Neri.

Il corteo funebre partiva dall’interno della “Cappella” con all’inizio il Crocifisso e le due Torcere, portate dai confratelli, a cui seguivano dai sei ai dieci confratelli tutti proceduti dal Sacerdote.

Giunti all’abitazione del defunto alcuni confratelli salivano a recuperare la bara. Il morto il più delle volte era in una bara di legno grezzo dall’aspetto del compensato fornita dal Comune ai più poveri. I confratelli dovevano portare la bara in strada e la cosa non sempre era semplice date le scale strette delle case del quartiere; infatti a volte veniva usato un telo per portare in strada l’estinto e la bara vuota e leggera la si poteva far scendere in posizione verticale per le scale, in strada poi vi si riponeva il cadavere all’interno.

Il corteo funebre in preghiera si dirigeva alla Chiesa di San Giuseppe, per la funzione funebre, seguito dai familiari ed il popolo dei conoscenti.

Questo tipo di servizio era fatto per tutti i parrocchiani gratuitamente, ed a volte la famiglia del defunto avendone possibilità dava un’offerta al Governatore della Compagnia che poi provvedeva a dividere fra i confratelli.

Confesso, che all’epoca, anche quelle poche lire, erano assai gradite per un ragazzino quale ero, ma vedevo che anche gli altri confratelli le accettavano con piacere.

Con il tempo, questo servizio funebre, migliorando la situazione economica dell’Italia, cominciò ad essere campo delle pompe funebri private e la Compagnia dei Neri andò esaurendo il suo compito.

Firenze 16/12/2015 Dott. Giampiero Cioni

Bibliografia

A (Libro in rete)

Della Compagnia di S. Maria della Croce al Tempio

Lezione recitata il 27 gennaio 1861 alla Società Colombaria

Gio. Battista Uccelli Firenze Tipografia Calasanziana 1861

B (Libro Cartaceo)

La Compagnia de’ Neri

L’arciconfraternita dei Battuti di Santa Maria della Croce al Tempio

di Eugenio Cappelleti Felice Le Monnier editore 24 Maggio 1927 Firenze

C

La Confraternita di Santa Maria della Croce al Tempio

Luigi D’Indico Stabilimento tipografico E. Ducci Firenze 1912

D

I “Giustiziati” a Firenze

(dal secolo XV al secolo XVIII)

Rondoni Tipografia Galileiana Firenze 1901

E

Storia della Chiesa Prioria di Santa Maria del Giglio e di San Giuseppe

P. Stefano Fioretti Forti Firenze 1855

F

Storia degli stabilimenti di beneficienza e di istruzione elementare gratuita della Città di Firenze

Passerini Le Monnier Firenze 1853

G

Notizie istoriche delle chiese fiorentine

parte 2 del quartiere di Santa Croce

Richa Viviani Firenze 1775

H

Osservazioni istoriche sopra i sigilli dei secoli bassi

Manni Tomo V Firenze 1730

I

La vita dei più eccellenti pittori, scultori e architetti

Vasari S.A. Milano


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2 COMMENTS

  1. Ser Jacopone da Cioni, la Vostra eloquenza sulla cerusicheria e’magistrale. Complimenti.

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