“Fanno un deserto, e lo chiamano pace.”. E’ la conclusione di un famoso discorso, che Tacito attribuisce a Càlgaco, capo dei ribelli caledoni (scozzesi), di fronte all’impetuoso avanzare delle legioni romane sotto la guida di Agricola, suocero di Tacito e generale di Domiziano. Conoscete qualche imperialismo, di cui non si possa dire la medesima cosa? Oggi magari te la raccontano diversamente, indorandola per ingannarti: gli Stati canaglia da punire, l’impero del male, la democrazia da esportare, gli effetti collaterali che invece si chiamano STRAGI indiscriminate, le bombe intelligenti, come i presidenti con la testa di zucchina in fiore. Ma il risultato è uno: “Fanno il deserto, e lo chiamano pace.”. Tacito ha scolpito una sentenza che scavalca il Tempo.
Un secolo prima, Virgilio nell’Eneide fa parlare l’ombra di Anchise, il padre di Enea: “Ricordatevi, o romani, del vostro destino divino: perdonare chi si arrende e debellare i superbi.”. E’ passato un secolo su per giù, ma come mai questo umore diverso, al di là delle inevitabili differenze di caratteri, tra Virgilio e Tacito? Il primo, Virgilio, è un frequentatore della casa di Augusto, il restauratore della pace e dell’impero, ne condivide il progetto politico e culturale, ed è fiducioso sull’avvenire; il secondo ha visto come le speranze di Virgilio fossero fragili: Augusto stesso, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, la serie degli imperatori della dinastia Giulio-Claudia, di cui Tacito non salva nessuno nelle pagine degli Annales, chi cattivo e chi pessimo, con il frequente uso del veleno e della sica, la corta spada dei sicari. Poi arriva Vespasiano, che esautora del tutto il senato, completando l’assassinio e la sepoltura della repubblica romana, durata cinquecento anni e capace di fare di Roma la regina del Mediterraneo. Gli succede Tito, che regna poco (tre anni), e poi il terribile Domiziano. Se Caligola aveva nominato senatore il proprio cavallo, instaurando le equazioni senatore= cavallo, senato= stalla, Domiziano convoca il senato in piena notte, perché deliberi sul modo di cucinare un rombo giunto dalla zona di san Benedetto del Tronto: immaginate questi vegliardi, superstiti delle antiche famiglie padrone di Roma, costretti ad arrancare di notte e fingere di prendere sul serio la questione. Non era pazzo Domiziano, ma voleva umiliare il senato, e costringerlo a votare che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. Poteva Tacito non essere pessimista? Per non parlare delle figure femminili, divenute protagoniste non ufficiali (Roma è patriarcale e patrilineare), ma terribili, come la stessa Livia, moglie di Augusto e la di lui figlia Giulia, e poi Agrippina Maggiore e Minore, Messalina ninfomane imperiale, Poppea…….Ma esse sono solo la punta di un iceberg di decadenza etica, come dimostra Giovenale, coevo di Tacito, quando parla di Eppia: è moglie di un senatore, ma scappa per mare con un gladiatore, tanto da meritarsi la denominazione di “gladiatrice”: un gladiatore preferito ad un senatore!
Un Virgilio meno entusiasta avrebbe riflettuto sui sinistri scricchiolii che s’erano avvertiti nel corso dell’ultimo terribile secolo, prima dell’avvento di Ottaviano Augusto: una catena infinita di guerre civili, di ribellioni, di liste di proscrizione che avevano decimato le famiglie nobili artefici di Roma, l’accresciuta sete di denaro e potere, la CRISI DEMOGRAFICA fuori controllo, l’abbandono delle campagne con il conseguente urbanesimo, il declassamento del popolo a vile plebaglia, alle dipendenze di avventurieri sempre più arroganti ed egocentrici. E, la più sciagurata tra tutte, l’idea dell’Uomo della Provvidenza. Immaginiamo la scena: è mattino, e nel vestibolo della casa patrizia, da prima ancora che faccia giorno, si accalca una massa di disperati: solo i primi riceveranno qualcosa e saranno notati. Sono plebei affamati, liberti, clienti del patronus, ex contadini cacciati da un’economia sbagliata e dalla prepotenza di alcuni dalle proprie terre, che stanno lì in attesa che il signorino si svegli e si degni di presentarsi. Avviene allora la salutatio, a cui seguono cibarie, ordini ed incarichi, anche come sicari, che poi saranno miseramente remunerati. Non più cives con pieno diritto, ma plebaglia affamata di cibo, di mance, di ludi, di teatro comico. Massa di manovra politica per i potenti. SPQR, Senatus Polpulus Que Romanus ha perduto un pezzo, il Populus, ed anche il Senatus non se la passa bene. Queste cose Virgilio le vedeva, ed era anche emotivamente partecipe, ma sperava nel Salvatore. Il suo amico, lo storico Tito Livio, avverte che Roma è cresciuta in modo repentino ed incredibile, ma comincia ad avvertire il pericoloso peso della sua stessa grandezza.
In Tacito il populus è ormai definitivamente esautorato, ed il Senatus è in irreversibile declino, ed al loro posto governano il mondo personaggi sinistri, violenti, sanguinari, autocrati. Come si fa a sperare? Il popolo romano, che secondo Anchise doveva realizzare l’antico sogno di un ordine mondiale fondato sulla greca Dike (Giustizia), ormai è uno sfondo anonimo e senza volto e senza anima: passa il tempo a cliccare sul PC o sul portentoso e per lo più inutile telefonino, illudendosi di comunicare; si ingozza di pop corn davanti al megaschermo TV (mega, ma direttamente proporzionale all’inutilità dei programmi); si nutre di sport, ma naufrago sul divano con la penisola, non sui campi sportivi, ed al collo non ha una pietra, ma un iPhone; ignaro del passato, come un neoprimitivo, non sospetta nemmeno che ci sia un futuro per il quale sognare, rinchiuso in un campo di concentramento virtuale, il cui recinto è solo nella sua testa, e si chiama presente, una dimensione temporale che non esiste, ed al massimo progetta il prossimo tatuaggio; sproloquia su tutto senza aver competenza di nulla; scrive in modo sgrammaticato, ma in compenso non capisce quello che legge (in Italia 7/10 sono analfabeti funzionali); tra Gesù e Barabba manda a morte Gesù, o Socrate, o Giordano Bruno, perché così l’hanno indottrinato i burattinai e gli avventurieri; reclama solo diritti, ma ha cancellato dal suo vocabolario la parola DOVERE; partecipa stoltamente all’insensata diatriba sul nuovo ed il vecchio; se lavora, raramente lo fa con partecipazione; ed intanto non si cura se pezzo dopo pezzo il Bel Paese è in vendita; è convinto che sia normale fare il cliens, alla ricerca del patronus che lo raccomandi e gli regali ciò di cui invece ha diritto; si crede importante nella lotta politica, convinto che basti un clic, ma la vive come in uno stadio ed alla ricerca sciagurata (e bollata dalla Storia) dell’Uomo della Provvidenza. Nel Satyricon di Petronio, un autore della generazione precedente a quella di Tacito, il mondo del populus esce con una fisionomia desolante: avventurieri, scansafatiche, cacciatori di eredità, megere infoiate di sesso, pervertiti di tutte le categorie, ladri, scrocconi, maghi e maghe, incantesimi, pozioni magiche, ciarlatani, e finti saggi. Il populus che Tacito ci restituisce nelle sue pagine non ha più dignità alcuna, si arrangia, ed assiste spettatore muto ed ignavo (al più rumoreggia in TV) alle tragedie scatenate da personaggi sinistri avidi e violenti, in cerca non della Giustizia, ma del vantaggio personale. Come i romani secondo Calgaco. Già Tiberio Gracco sul declinare del secondo secolo a.C. aveva detto: “Eccoli i romani, sono i padroni del mondo, ma non possiedono un metro di terra per la sepoltura”. Ed il colpo di pistola che aveva ucciso Gracco, aveva dato anche il via al grande massacro, di uomini ed istituzioni.
Prevengo un’obiezione, di chi con una certa sensatezza dice che tra Tiberio Gracco ed il crollo di Roma corre più di mezzo millennio. Ma a mio modesto avviso la fine dell’impero è determinata come in qualcuno degli esseri umani, quando è colpito da un male, che si insinua inavvertito nel corpo, ed impiega anni per manifestarsi, condannando a morte il malcapitato ospite, che se ne accorge troppo tardi. Una tempra vigorosa resiste all’infezione, anche per anni, e la tempra dell’impero era robusta come mai se n’erano viste prima. Intorno al 100 a.C. due popoli germanici, i cimbri ed i teutoni, avevano operato una profonda incursione nel territorio romano, ma il console Caio Mario in due campagne militari li aveva quasi sradicati dalla faccia della terra. Nella fase finale dell’impero, invece, i popoli confinanti erano stati ammessi all’interno dei confini, e, quando iniziarono ed infiltrarsi, non c’era più un Caio Mario né tantomeno il Senatus e soprattutto il Populus, e questa sua assenza inizia proprio con l’eliminazione violenta di Tiberio Gracco.
Roma resiste a lungo, per la consuetudine ormai quasi millenaria con il comando, con l’organizzazione sia militare che amministrativa, con le sue opere con cui ha legato a sé i territori, a dispetto dell’ingordigia dei cavalieri (la seconda classe sociale romana, tra l’altro esattori delle imposte provinciali) e dei governatori; e per la sua lingua, quel terribile latino caratterizzato da una logica ferrea, che fa penare in fase di apprendimento, ma poi ti struttura la mente pure se devi andare al supermercato. E’ un corpo robusto, ma minato dall’infezione, che lo rende poi debole, quando arriveranno da tutte le parti. E l’andare avanti per inerzia rivela tutta l’inadeguatezza.
Così oggi, se a votare va il 50% ed anche meno degli italiani, abbiamo la certificazione di un medesimo distacco, lo stesso di allora, tra classe dirigente e popolo, che ha segnato la fine dell’impero. Arriveranno, ed avranno gli occhi a mandorla? O il turbante musulmano? Neri no, che sono destinati a sparire, dato che l’unico elemento che li collega è il colore della pelle. E non basta, anzi danneggia. La nostra classe dirigente delocalizza le produzioni (è questa la vera perdita di lavoro per gli italiani, e non i disperati che vendono calzini e cappelli davanti ai supermarket, o lavorano in nero nei campi e nei cantieri), vende i suoi gioielli, e non si cura del fatto che nel cofanetto ci sono tanti lavoratori e le loro famiglie, che vengono espulsi; cede i palazzi di proprietà statale, e nella nazionale di calcio inserisce giocatori dal nome e dall’origine estera. Così nel basso impero romano a fare il soldato sarà sempre più spesso un militare alto e biondo, di provenienza germanica, e che magari si chiama Alarico, il quale assedia e saccheggia Roma, a partire dagli acquedotti. E’ lui a vergare il certificato di morte dell’impero romano d’occidente, ma ci vorranno anni, prima che lo si capisca, tanto che le legioni stanziate lungo il Vallo di Adriano restarono al loro posto, in attesa di stipendi e di ordini, che non arrivarono mai. Allora alla spicciolata abbandonarono le armi, che oggi riemergono da quelle torbiere, praticamente intatte.
Ed il Populus? “Intende l’orecchio, solleva la testa”, come dice Manzoni. Ma poi si gira dall’altra parte: ridotto com’è, a partire da Diocleziano, allo stato abbrutito di servo della gleba, non ha una ragione una, per opporsi all’invasore. Ed in nome di che avrebbe dovuto farlo? E diserta le urne.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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