Alessandro Magno di Fulvio Marino

AlexandreLouvre

Aveva una maledetta fretta, Alessandro il macedone, di arrivare lontano, più lontano che si poteva. Come se fosse in qualche modo consapevole che il tempo a sua disposizione era poco, molto poco. Ed infatti fece tutto in una decina d’anni: organizzò la falange macedone, che già suo padre Filippo II aveva strutturato ed usato con profitto contro i greci, la rese uno strumento militare irresistibile, e partì alla conquista del mondo. E nulla gli resistette, e nessuno, e solo la stanchezza dei suoi soldati lo costrinse a fermarsi. Era arrivato sulle rive del fiume Indo, ma lì ci fu un mezzo ammutinamento delle truppe, e dovette lasciar stare. Arrivato nella regione che oggi chiamiamo Afganistan, dovette affrontare i problemi che hanno molti secoli dopo inguaiato prima i russi e poi gli americani. Lui pensò di risolvere la questione, sposando la principessa locale Rossane, e costringendo un certo numero di suoi ufficiali a darsi una moglie afgana: la soluzione era la fusione dei due popoli. Ma lungo il suo cammino forsennato aveva seminato mogli figli e città, chiamate Alessandria (era un modesto il nostro) la più famosa delle quali è Alessandria d’Egitto. Nell’opera di fondazione si avvalse dei principi architettonici ed urbanistici adottati da Ippodamo di Mileto, quando un secolo e mezzo prima ricostruì la sua città, che era stata distrutta dai persiani all’inizio delle guerre persiane (499 a.C.). e l’aveva fatto per la prima volta nella storia servendosi di un piano regolatore, studiato a tavolino e disegnato su carta: l’urbanistica diveniva quasi una scienza.

Suo padre, Filippo II, era re della Macedonia, una regione greca che i greci non sentivano nemmeno tanto greca, lassù nel nord alla periferia del mondo che contava. Ma i greci dovettero subire la conquista di Filippo, nonostante la sorda e tenace opposizione dell’oratore ateniese Demostene. Aveva una tibia più corta dell’altra, e questo ha consentito pochi anni fa di attribuirgli una tomba ritrovata a Vergina, nel nord della Grecia: nel ricco corredo funebre c’erano anche due schinieri (nel calcio si chiamerebbero parastinchi), ed uno è più corto dell’altro. Filippo aveva sposato Olimpiade, una principessa dei molossi (Epiro, Albania), sorella maggiore del re dei molossi Alessandro I. Questi sposò Cleopatra, sorella del giovane Alessandro futuro Magno, così che Alessandro il molosso era nello stesso tempo zio e cognato del futuro Magno. Roba stolta di case regnanti, che ignorano il rischio GENETICO connesso al non mischiare il sangue, come quelli tra noi, che vorrebbero cacciare tutti i clandestini, gli extracomunitari: io suggerirei di cacciare, allora, gli svizzeri, i canadesi, i giapponesi, i cinesi, gli australiani, gli statunitensi, insomma gli extracomunitari, ma tutti. A proposito: oggi fa un caldo africano, che mi sta snervando. Vorrei tanto che venisse Salvini, con adeguata felpa, e con la ruspa, così che possa rigettarlo in mare. Un certo comandante Salvinios a suo tempo affondò le navi di profughi, che scappavano da Troia in fiamme: le guidava un tale Enea, e per conseguenza la sua stirpe non poté fondare Roma, e quindi padani e veneti stanno ancora a vivere sulle palafitte e sugli alberi. Almeno nella loro testa.

Alessandro il molosso tentò, prima che lo facesse poi Pirro, di costituirsi un bel regno nell’Italia meridionale, accorrendo anche lui, come poi Pirro, in aiuto dei tarantini, contro una coalizione di indigeni. Ma gli andò piuttosto male, perché fu sconfitto, ucciso, fatto a pezzi (un pezzo a me, uno a te) nei pressi di Pandosia (Lucania). Anche a Pirro andò storta, perché sbatté contro i romani.

Ma da dove nasce l’idea nella testa di Alessandro di conquistare il mondo? Schematicamente:
1. La sua ambizione sfrenata. Si dice che dormisse con la testa appoggiata all’Iliade, il poema di Omero, che cantava la gloria di Achille, di cui Alessandro voleva apparire emulo. Nel suo folle volo si fece accompagnare da storiografi, pittori (Apelle) e scultori (Lisippo), destinati a magnificare le sue epiche gesta. Ma qualcuno, nella nobile arte del leccare, esagerò: si narra che una volta, navigando sul Nilo, gli si avvicinò uno di questi pseudo storiografi, che gli mostrò ciò che su di lui aveva scritto. Ma era tutto così esagerato, che il giovane re si adirò, e gettò il tutto nel fiume. Ed all’autore era andata già bene. Non mi risulta che in tempi a noi vicini qualche potente editore, divenuto importante uomo politico, abbia fatto la medesima cosa con i suoi vergognosi laudatores. Ed intorno ad Alessandro si costituì un mito, cascame deleterio della nobile arte dello scrivere storia.

2. L’oratore Isocrate. In occasione dei giochi atletici di Olimpia si svolgevano anche veri e propri festival di oratoria, con premi e gloria. In una tale circostanza Isocrate presentò il suo Panegirico, orazione di elogio di Sparta (milizia) e di Atene (cultura e civiltà). Vi si sosteneva la superiorità della civiltà greca rispetto alle altre, specie quella persiana. Da ciò derivava ai greci il diritto di conquistare ed assimilare i popoli inferiori, ed il dovere di innalzarli ai loro livelli di civiltà. Insomma allora per la prima volta trovò sistemazione ideologica il pensiero dei diversi livelli tra le civiltà, che ha messo radici profonde in Europa, e spesso è stato un fasullo argomento del diritto/dovere degli europei e degli occidentali a portare civiltà e democrazia altrove. Poi magari s’è rubacchiato un po’, ma insomma ci devono sempre ringraziare! Così Alessandro “portò” la civiltà in Persia, con corredo di morti distruzione e delizie varie, tipiche di tutte le guerre. Ed Isocrate nella circostanza fu solo il brillante interprete di un sentimento diffuso in Grecia.

3. All’inizio del IV secolo a.C. la Persia fu travagliata da una grave crisi dinastica. Il legittimo re, Artaserse, dovette fronteggiare per un paio di volte delle trame eversive ad opera di suo fratello minore, Ciro il giovane, chissà perché preferito dalla loro madre. Scoprì la prima ed arrestò il fratello, che si salvò ottenendo il perdono grazie alla madre. Per tutto ringraziamento ci riprovò, organizzando un contingente armato, in cui erano arruolati anche diecimila mercenari greci. Ci fu la battaglia (Cunassa), nella quale il giovane Ciro morì. Che fare con questi diecimila greci armati? Artaserse convocò i capi del contingente, per venire ad un accordo, e li ammazzò tutti. I greci, rimasti senza capi ed in un territorio nemico ostile e sconosciuto, scelsero come loro guida lo storiografo Senofonte, anch’egli della partita: nei momenti difficili gli intellettuali e la cultura non fanno più storcere il nasino, ma se ne riconosce il ruolo di guida. In tempi normali o ritenuti tali, ma di profonda crisi, ci si affida a Maria De Filippi, tanto per fare un nome, o all’Uomo Della Provvidenza, che affossa ancor più gli incauti cittadini. E Senofonte con un’epica marcia, descritta nel suo libro intitolato “Anabasi” (=Ritorno), li riportò in patria. Cosa c’entra questo fatto? C’entra, perché i mercenari greci poterono muoversi con relativa libertà nel territorio del (presunto) potente impero persiano, dimostrandone l’intima fragilità. Qualche tempo dopo, un re spartano, Agesilao, si mosse da padrone nel territorio persiano, confermando nei greci la convinzione che la Persia fosse ormai un frutto maturo, e bastasse solo coglierlo. Ed Alessandro lo colse. Gli ci vollero tre battaglie condotte alla grande (Granico, Gaugamela, Isso), eliminò il re nemico Dario III e ne catturò l’intera famiglia, trattandola però in modo principesco.
In ogni territorio appena conquistato Alessandro insediò un suo luogotenente, ed andava avanti, con il disegno di riprenderseli tutti, una volta finita l’azione di conquista. Ma nel 323 morì molto giovane (malaria?), ed i suoi luogotenenti (detti Diadochi) si tennero i territori di competenza, fondando delle vere e proprie dinastie (regni ellenistici), in continua guerra tra loro per sopraffarsi, ottenendo solo un effetto di indebolimento, che consentì ai romani di papparseli tutti con relativa facilità

Divenne un esercizio di scuola, quasi, per i romani dibattere se in un ipotetico scontro tra romani ed Alessandro avrebbe vinto lui o i romani stessi. Ed arrivarono a definire l’ipotesi secondo me giusta: Alessandro era indispensabile per la sua creatura, mentre il popolo romano poteva prescindere dai suoi grandi condottieri, perché la sua forza stava nelle istituzioni ed in un popolo che condivideva nel profondo il progetto di ingrandimento della città nel mondo.

Cosa restò di Alessandro? Intanto il progetto di impero universale, ripreso e reso reale dai romani. E poi la diffusione della cultura greca in tutto il bacino mediterraneo, civiltà che noi denominiamo ellenistica, primo esempio di globalizzazione economica e culturale della Storia; e la città di Alessandria, autentico centro motore della cultura mediterranea. Ad Alessandria si seguì il piano regolatore per la sua fondazione; ad Alessandria si costituì la prima biblioteca pubblica della nostra storia, intesa non come polveroso deposito di libri, ma cuore pulsante per la conservazione valorizzazione delle opere antiche e la creazione di nuove; ad Alessandria la cultura prese la via delle specializzazioni e dello sviluppo scientifico; ad Alessandria si costruì il primo odeon, edificio per la musica; ad Alessandria la cultura da orale, che era sempre stata, divenne scritta, nel senso che la diffusione avviene attraverso uno strumento non nuovo, il libro, ma concepito in modo nuovo, come oggetto di cui appropriarsi, leggere e gustare a casa (ma era roba da ricchi: però il principio, ogni principio, una volta affermato, può avere sviluppi impensati), con nascita e sviluppo di un altro genere di attività economica, l’editoria. All’imboccatura del porto di Alessandria c’è un’isoletta, e su quell’isoletta costruirono la prima lanterna marittima della storia, che fece da modello in seguito a tutti i porti, per l’aiuto alla navigazione notturna. Dimenticavo: quell’isola si chiama FARO.

Un suggerimento: leggersi la poesia di Pascoli ALEXANDROS.

di Fulvio Marino

Fulvio Marino


 

Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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