Accordi per l’ambiente o prese in giro?

Paesi “ambientalisti”: il trucco c’è …e si vede

Nelle scorse settimane, gli USA sono saliti alla ribalta delle cronache ambientaliste. Prima la ratifica della COP21 mano nella mano con la Cina. Poi la sottoscrizione dell’accordo in Ruanda per la riduzione dei gas serra. Tutte iniziative che, al lettore o ascoltatore disattento, potrebbero far pensare ad un cambio di rotta delle politiche devastanti per l’ambiente che hanno caratterizzato i paesi nordamericani.

Ma se si guarda bene, ci si rende conto che niente è cambiato. Gli accordi di Parigi prevedono azioni per arginare l’innalzamento delle temperature a partire dal 2030. quelli sottoscritti in Ruanda, prevedono che gli USA scendano in campo non prima del 2019 (altri potranno farlo addirittura nel 2029, quando le misure promesse non serviranno più a molto). Ma anche se decideranno di agire per ridurre le emissioni di CO2, le politiche degli USA restano (per usare un eufemismo) poco chiare e trasparenti.

Il Clean Power Plan (CPP), che è alla base della strategia di lotta ai cambiamenti climatici avanzata dal presidente (uscente) Barack Obama, potrebbe non servire a molto. La legalità del CPP è stata contestata una coalizione di 28 Stati e decine di aziende e gruppi industriali e la vicenda è entrata nelle aule dei tribunali. Come se questo non bastasse, un folto gruppo di senatori di entrambi gli schieramenti ha avanzato la proposta bislacca (oltre che difficile da giustificare scientificamente), di escludere dal computo delle emissioni di gas serra prodotto dal Paese la CO2 emessa dalla combustione di biomasse per produrre finalizzata alla produzione di elettricità. La giustificazione addotta è che queste emissioni sarebbero riassorbite nel giro di 40 o 50 anni da nuovi alberi e nuove foreste piantate per sostituire quelle bruciate.

A promuovere questo stratagemma (che serve solo a ritardare le azioni sul rispetto degli accordi appena sottoscritti e ratificati) due senatori del Maine – Susan Collins, repubblicana, e Angus King, indipendente. Un simile stratagemma consentirebbe di ridurre “d’ufficio” le emissioni prodotte dal settore energetico e di innalzando di conseguenza il margine di emissioni consentite dagli altri settori.

Gli oppositori di questa misura sostengono che adottare questa politica ridurrebbe la spinta verso l’introduzione delle vere energie rinnovabili. Secondo le analisi del Partnership for Public Integrity basate sui dati della Public Enviromental Agency, l’Agenzia pubblica per l’ambiente, la generazione elettrica da biomassa sostituirebbe quella prodotta con il solare fotovoltaico di un 20 per cento.

I proponenti l’iniziativa non hanno pensato anche ai danni causati sulla gestione combinata del sistema idrico nazionale ed internazionale: le foreste svolgono un ruolo primario sulle riserve di acqua potabile (filtrando l’acqua, proteggendo il suolo e molto altro ancora). Disboscare tra 6 e 8 milioni di acri (cioè tra 2,43 e 3,23 milioni di ettari) di foresta potrebbe causare una accelerazione spaventosa dei danni alle riserve idriche del paese che in molti stati (come California e Colorado) già presentato criticità al limite della sopravvivenza.

C.Alessandro Mauceri


C. Alessandro Mauceri
C. Alessandro Mauceri
Da oltre trent’anni si occupa di problematiche legate all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nonché di internazionalizzazione. È autore di diversi libri, tra cui Moneta Mortale e Finta democrazia. Le sue ricerche e i suoi articoli sono pubblicati su numerosi giornali, in Italia e all’estero. Articoli

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1 Comment

  1. Le foreste non vanno distrutte, ma coltivate. Coltivare una foresta significa tagliare le piante piu’ vecchie per far posto al rinnovamento di quelle piu’ giovani, mentre si piantano zone ora lasciate incolte. Solo la coltivazione delle foreste puo’ aiutare a ridurre il CO2 nel’atmosfera e ad ottenere un combustibile a basso contenuto di anidride carbonica (gasificazione delle biomasse).

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