La crisi economica che i governi nazionali non sono riusciti a risolvere e la diffusione dei prodotti realizzati a basso costo dalle multinazionali potrebbero avere effetti rilevanti sulla salute dei consumatori.

Uno dei settori più delicati in questo senso è quello della qualità degli indumenti. Alcuni anni fa, a denunciare questo problema fu un’inchiesta che mise a nudo la pericolosità di molti capi d’abbigliamento venduti da alcune tra le più diffuse catene internazionali anche sul territorio nazionale. Da accurate ricerche emerse che circa un capo su dieci tra quelli analizzati era pericoloso per chi lo indossava. Alcuni capi d’abbigliamento erano stati trattati con inchiostri plastisol o contenevano nichel, pentaclorofenolo (su 40 prodotti di abbigliamento e attrezzature oudoor, acquistati in 19 paesi, sono state trovate tracce di Pfc nel 90% dei casi) o coloranti pericolosi in quantità superiori a quelli ritenuti sicuri. Non sorprende quindi che circa il 7-8 % delle patologie dermatologiche siano risultate causate dai capi d’abbigliamento indossati. Dati confermati anche dalla SIDAPA (Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale sulle dermatiti da tessuti) che ha dichiarato che il 69,1% dei 401 pazienti (dai 5 agli 84 anni) analizzati risultavano soggetti ad allergie causate dai tessuti, il 16,5% dagli accessori metallici dell’abbigliamento e il 14,4% dalle scarpe.

Eppure i controlli a seguito di questi risultati hanno portato a pochi sequestri (di sicuro molti meno di quelli che sarebbe stato normale attendersi). Il motivo? Una delle cause è che le leggi nel settore sono spesso obsolete o carenti e frammentate: se da un lato sono molte le sostanze potenzialmente tossiche dall’altro molte altre non sono nemmeno vietate nemmeno a livello europeo.

finora i risultati ottenuti spesso sono derivati da denunce presentate da singoli cittadini che hanno segnalato il caso, spesso a seguito di problemi sulla propria pelle.

A questo si aggiunge una carenza di informazioni per i consumatori che a volte risulta sospetta. Da una ricerca condotta qualche anno fa è emerso che circa un terzo dei prodotti d’abbigliamento riportava nelle etichette dati sbagliati e poco meno di un sesto non forniva informazioni sufficienti. Un terzo dei capi d’abbigliamento presentava un Ph (un livello di acidità) superiore a quello ammesso o conteneva tracce di sostanze pericolose come materiali pesanti, coloranti allergenici e formaldeide. A correre i rischi maggiori sono bambini e gli adolescenti la cui pelle è più sensibile e recettiva.

Ad aggravare questa situazione è il fatto che, anche se in Europa c’è una legge che vieta l’uso di alcune sostanze nocive, molti dei capi pericolosi provengono da paesi è diffuso l’uso di coloranti e sostanze tossiche. O dove i controlli non sono così severi.

Il risultato è che, come è stato dimostrato in altri paesi europei, 6 donne su 10 soffrono di disturbi derivanti dall’utilizzo di biancheria intima non adatta al proprio corpo.

Danni a volte gravi ma di cui nessuno stranamente parla mai e soprattutto che nessuno fa risalire ai tessuti con cui sono fatti i capi che indossa, forse perché nel mondo regolamentato e controllato si da per scontato che “nessuno” violi queste regole e che “qualcuno” abbia fatto i controlli dovuti. I dati dimostrano che non è così.

C.Alessandro Mauceri


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