L’ORA DELLE DECISIONI IRREVOCABILI

Esercizio di analisi: se proviamo a togliere al discorso gli aggettivi, cosa ci resta in mano? Un normale insegnante di Italiano, nel correggere un tema, si allerta, quando sul foglio trova una certa abbondanza di aggettivi: spesso è una gherminella messa in atto dall’alunno, quando sull’argomento non ha molto da dire. Così nel discorso del duce dal fatale balcone gli aggettivi abbondano, ma non è una novità per lui, alla ricerca di un effetto teatrale, che le pose da clown già di per sé determinano. Sempre abbigliati con la divisa militare i due compari dittatori, perché fosse chiara la loro intenzione. Ma, quando era toccato a loro combattere, Hitler divenne caporale, e Mussolini caporal maggiore durante la Grande guerra. Il duce però aveva avuto la cartolina militare a 19 anni, ma era socialista, quindi antimilitarista, e se ne scappò in Svizzera, dove imparò quel po’ di tedesco che amava esibire, quando parlava ai teutonici. Poi durante la guerra si riscattò, partì volontario e fu pure ferito dallo scoppio accidentale di un mortaio durante un’esercitazione sul Carso, motivo per cui si accreditava come ex combattente e reduce eroico.

Oggi lo spessore degli avventurieri si è fatto modesto, e chi chiede i pieni poteri non indossa la divisa militare, ma più modestamente un guardaroba traboccante di felpe, e non mira alla guerra, ma alla dissoluzione dell’Europa, a cui seguirebbe a cascata quella dell’Italia, con la secessione del nord Italia, con tanti saluti al resto della penisola. Stupefacente allora come ora il giubilo di folle strabocchevoli (oggi decisamente più modeste), di sicuro in buona parte precettate. Allora si andava al massacro bellico, ora non si sa dove… La secessione, chiamata prima come ‘federalismo’, poi come ‘autonomia differenziata’ è e resta la ragione fondativa delle Leghe settentrionali. Restano difficili da capire gli hurrà al di sotto della linea gotica.

 

Quel discorso dal balcone diede l’avvio alla tragedia. Guerra alla Francia, ormai destinata alla disfatta, travolta dagli attacchi nazisti. La guerra tra Italia e Francia (la pugnalata alla schiena di un morente) non durò che pochi giorni, ma fu sufficiente per un risultato clamoroso: i francesi perdettero una ventina di uomini, l’invincibile ‘armada’ fascista, guidata da valorosissimi generali, ne lasciò sul campo 1258. Un pensiero sinceramente commosso vada a questi caduti, ed il disprezzo senza riserve a chi li ha fatti cadere. Ma perché entrare in guerra a nove mesi dal suo inizio? Il duce era convinto che ormai i giochi erano fatti, e mirava a partecipare alla spartizione della torta.

Il 28 ottobre 1940, quasi a celebrare la comoda e non eroica marcia su Roma, attacco alla Grecia. Pareva una preda facile. Le truppe italiane erano state ammassate in Albania, e poi l’invasione, o meglio, la tentata invasione. I greci, sostenuti dall’aviazione inglese, resistettero, anzi contrattaccarono, e passarono addirittura in territorio albanese, come dire in territorio italiano.

Il conte Galeazzo Ciano, che aveva sposato la prima figlia del duce, Edda, ed era stato anche ministro degli esteri, annotava sul diario personale quanto di notevole avveniva intorno a lui. Sono appunti scabri, asciutti: nelle intenzioni di Ciano dovevano essere dei promemoria per un libro di memorie, che egli si riprometteva di dare alle stampe, una volta ritiratosi a vita privata. Non mancano annotazioni critiche nei confronti del suocero, il duce degli italiani. I nostalgici neo e post fascisti tendono a squalificare quegli appunti, in quanto scritti da un traditore. Però, quando li aveva scritti, non aveva mica ‘tradito’ ancora. Il tradimento a cui si vorrebbe alludere è quello consumato il 25 luglio 1943, quando il Gran Consiglio del Fascismo approvò l’ordine del giorno di Grandi, con cui il duce veniva messo da parte. C’era stato il 19 luglio con il bombardamento su Roma, e la guerra aveva preso una piega pessima. Pochi mesi dopo ci sarà il processo farsa di Verona, ed i traditori furono condannati a morte, e a nulla valse che Ciano fosse il padre dei nipoti del duce. I tedeschi esigevano la sua testa, perché li aveva osteggiati, ed avevano in mano Mussolini.

Nel diario, alla data del 29 gennaio 1940 (quindi cinque mesi prima di entrare in guerra) Ciano scrive: “Il duce è irritato per la situazione interna: la gente brontola, le restrizioni alimentari preoccupano, l’ombra della guerra discende di nuovo sul paese […] [per il duce] la razza italiana è una razza di pecore. Non bastano 18 anni per trasformarla. Ce ne vogliono 180 o forse 180 secoli.”. Il 23 dicembre, con la guerra in Grecia ormai in corso, Ciano dice che il duce “Parlando del comportamento mediocre della truppa, ha aggiunto: ‘Devo pure riconoscere che gli italiani nel 1914 erano migliori di questi di oggi. Non è un bel risultato per il regime, ma è così.”. Il giorno dopo, la vigilia di Natale, nevica a Roma, ed il giudizio del capo del fascismo è ancora più netto: “Questa neve e questo freddo vanno benissimo, così muoiono le mezze cartucce: e si migliora questa mediocre razza italiana.”. La ‘mediocre’ razza italiana lasciò sul campo greco 13755 morti, 50874 feriti, 12368 congelati (ma come, in Grecia fa freddo? Sulle montagne sì!), 52108 ammalati, 21153 prigionieri, ed i morti superarono le 20000 unità. Un successone! Dovettero intervenire i tedeschi, e la pena finì, e crebbe la vergogna: ci si voleva dimostrare all’altezza dell’alleato, e si fece una figura tapina. Al duce della rovina si attribuisce la frase: “Servono alcune migliaia di morti da gettare sul tavolo della pace.”. Vera o no, disegna bene il personaggio. Insomma per i greci si rinnovavano le Termopili e Salamina, per noi Adua..

In Grecia gli italiani si macchiarono di crimini alla nazista, come ad esempio la strage di Domenikos, un paesetto raso al suo, e 150 suoi abitanti, senza discrimine per sesso ed età, furono uccisi per rappresaglia. Ma non è una novità nella nobile conduzione della guerra: in Jugoslavia, anch’essa aggredita senza colpa, il generale fascista Mario Robotti affermò che “qui si ammazza troppo poco”. Voleva rappresaglie più feroci. Per chi vuol farsi idee più chiare sulla genesi delle foibe, non c’è che documentarsi sul campo di concentramento dell’isola di Arbe (in rete c’è tutto).

Poi la follia dell’ARMIR, Armata Italiana in Russia. E poi la repubblica sociale, stato fantoccio guidato da un morto che camminava, ma che ha donato al Paese anche la guerra civile. Ci ho lasciato un cugino ed uno zio, un altro zio è tornato dalla Russia con la mano congelata, un altro è tornato dalla prigionia in Germania ridotto ad uno scheletro, mentre un altro ancora è stato prigioniero in California, lasciando per anni la moglie a sbrigarsela con tre figli a carico. Per non parlare del sacro suolo della Patria, devastato in ogni angolo, e della miseria morale, regalata al popolo tanto amato.

Concludo con Bertold Brecht:
MIO FRATELLO AVIATORE

Avevo un fratello aviatore./ Un giorno, la cartolina./ Fece i bagagli, e via,/ lungo la rotta del sud.// Mio fratello è un conquistatore./ Il popolo nostro ha bisogno/ di spazio. E prendersi terre su terre,/ da noi, è un vecchio sogno.// E lo spazio che s’è conquistato/ è sui monti del Guadarrama./ E’ di lunghezza un metro e ottanta,/ uno e cinquanta di profondità.

NOTA: Guadarrama, massiccio montuoso di Spagna, dove si esibirono gli aviatori tedeschi

E’ NOTTE

Le coppie/ vanno a letto. Le giovani mogli/ partoriranno orfani

CHI STA IN ALTO DICE: PACE E GUERRA
Sono di essenza diversa./ La loro pace e la loro guerra/ son come vento e tempesta./ La guerra cresce dalla loro pace/ come il figlio dalla madre./ Ha in faccia/ i suoi lineamenti orridi./ La loro guerra uccide/ quel che alla loro pace/ è sopravvissuto.

Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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