LA DITTATURA NELLA ROMA ANTICA

La carriera politica (cursus honorum) a Roma in età repubblicana, e poi, formalmente, in età monarchico imperiale, era segnata da tappe e regole chiare.

Il primo gradino era – a scelta – il tribunato militare (grado di ufficiale) oppure la questura. Il secondo gradino era l’edilizia o curule (patrizia) o plebea. Poi si diveniva pretore, ed il gradino più alto era il consolato. In tempi normali, tra una investitura e l’altra dovevano passare cinque anni, anche se in determinate circostanze la carica poteva essere prolungata a tempo. Questo per impedire che una successione anno dopo anno di cariche potesse far nascere tentazioni autoritarie nella testa di qualcuno. Le cariche erano poi sempre collegiali, era cioè previsto che si fosse almeno in due, perché i poteri avessero dei contrappesi. Ogni carica durava un anno. Prima che scadessero, si procedeva ad eleggere i magistrati dell’anno seguente, così da evitare vacanza di gestione. I plebei avevano una magistratura esclusiva, il tribunato delle plebe, in numero che variava nel tempo. Con le leggi Liciniae-Sextiae anche per i plebei si aprì una carriera specifica, al cui culmine c’era il consolato, massima carica. Avevano tutti potere di iniziativa legislativa, ma le leggi erano promulgate dal Senatus PopulusQue Romanus (SPQR, il Senato E il Popolo Romano).

Di grande importanza la carica della CENSURA, quinquennale, che sorvegliava il rispetto delle leggi, ed aveva anche il potere di espellere dal senato chi era giudicato abusivo o indegno di esserci. Famose le censure di Marco Porcio Catone, soprannominato IL CENSORE, come il censore per antonomasia, e quella di Appio Claudio Pulcro.

Il consolato era il gradino più alto del cursus honorum: in tempo di pace era la massima autorità civile, con potere esecutivo e possibilità di proporre leggi e provvedimenti, che il SPQR vagliava per poi decidere. In caso di guerra era il comandante in capo. Uscito di carica, entrava di diritto nel senato e poteva aspirare ad un governatorato in una delle province, incarico di prestigio e molto remunerativo. Ad un certo punto le province dell’impero furono troppe per il numero di ex consoli (consulares), ed allora furono designati al governatorato anche gli ex pretori.
Poteva succedere che in determinate circostanze i problemi da affrontare fossero troppo grandi per essere fronteggiati con le magistrature ordinarie. Allora a situazione STRAORDINARIA si opponeva MAGISTRATURA STRAORDINARIA. Ecco allora il DITTATORE, dotato di PIENI POTERI. Intorno a questa figura LEGALE e prevista dalla Costituzione romana, l’intera Società romana si compattava, intorno al capo scelto.. Però, a differenza di quanto sta combinando Orban e forse combinerebbe Salvini, la durata della carica era determinata con precisione, salvo proroghe decise secondo la prassi normale, oppure era a problema. Al termine del periodo, il dittatore, se non voleva essere condannato a morte, deponeva la carica, e così anche a problema risolto.

ALCUNI ESEMPI.
Nell’anno 218 a.C. Annibale attraversa il fiume Ebro in Spagna, e così tra Roma e Cartagine scoppia la seconda guerra punica, nota anche come guerra annibalica. Valicò Pirenei ed Alpi, e, con grande sorpresa dei romani, dilagò nella Pianura Padana. Sconfisse i romani al Ticino ed al Trebbia, poi scese verso il centro Italia. Gli si fece incontro il console Flaminio, per fermarlo. A quel tempo i romani concepivano la guerra come fatta di scontri cavallereschi: una schiera contro l’altra, pronti, via, e lealmente uno vince uno perde. Annibale invece adotta espedienti inattesi, provocando sfracelli nei nemici, che lo gratificano come attore con perfidia: la perfidia punica. Così si dirige verso il lago Trasimeno, e, là dove a ridosso dell’acqua ci sono delle colline boscose, distribuisce e nasconde vari contingenti militari tra gli alberi, per far sfilare i romani e circondarli. Quel giorno si aggiunge anche una nebbia fitta fitta, per cui i romani avanzano senza vedere nulla di quanto hanno intorno. Di colpo Annibale, fin lì seguito dai romani, si ferma, parte il segnale e dalle colline scendono i cartaginesi appostati. Mai vista una situazione del genere dai romani. Ed è una strage micidiale: molti romani sono uccisi a fil di spada, molti altri annegano nel lago.

Arriva la notizia della tragedia a Roma, ed è il panico. Le magistrature ordinarie hanno finora fallito, la situazione di estremo pericolo è straordinaria: è il momento allora di ricorrere alla magistratura straordinaria, la dittatura. E viene nominato Quinto Fabio Massimo. La gens Fabia era molto antica, politicamente appartenente al patriziato conservatore, con un potere economico fondato sul possesso della terra, fautori quindi di una economia legata all’agricoltura, ed ostili a quella basata sul commercio. I Fabi, collegandosi all’omologa classe sociale terriera di Cartagine, avevano fatto di tutto per evitare la guerra. Ma Annibale, che apparteneva alla famiglia Barca, imperialista e mercantile, aveva messo tutti d’accordo, rompendo gli indugi e provocando la guerra.

Fabio ha a sua disposizione nuove legioni reclutate in fretta e furia. E fa delle riflessioni: se Annibale ha sterminato legioni esperte, cosa farà mai contro questi sbarbatelli novizi? Non pare il caso di affrontarlo di nuovo in campo aperto. Annibale – pensa Fabio – ha il problema dei rifornimenti: era partito convinto che gli italici, approfittando della sua presenza in Italia, si sarebbero sganciati da Roma, ed in minima parte questo si verifica. In minima parte però: latini, etruschi, sanniti, umbri ed altri restano ben fedeli a Roma. Allora ecco che i romani hanno linee di rifornimento, anche di soldati, praticamente inesauribili, ma Annibale no. Allora Fabio inizia a praticare la guerriglia: toccata e fuga, specie contro i reparti punici dediti a fare provviste. Temporeggia, e quindi si merita il titolo di CUNCTATOR, il temporeggiatore, all’inizio titolo dispregiativo, ma poi, dopo la tragedia di Canne, titolo elogiativo. Scaduti i sei mesi di carica, la depose, e fu Canne: più di 50 mila romani uccisi e diecimila catturati…

Prima di lui nel IV secolo c’era stata la figura semi-leggendaria di Furio Camillo, terribile contro i latini, contro i galli e contro gli etruschi prossimi a Roma. Fu lui a conquistare la potente città etrusca di Veio. L’assedio andava avanti da dieci anni: allora a partire dal centro dell’accampamento romano, fece scavare una galleria, fino a sbucare all’interno della città, che fu presa intatta.

Altro dittatore famoso fu Lucio Papirio Cursore, così soprannominato, perché dedito alla corsa, in cui era insuperabile. A lui fu affidato il compito di fronteggiare i sanniti, che stavano dando, e poi avrebbero ancora dato, tanto filo da torcere ai romani, che la spuntarono, perché resistettero di più, grazie a tanta gente coriacea come Papirio.

E poi Lucio Cornelio Silla, feroce e spietato, che pretendeva di rimandare indietro le lancette della Storia: liste di proscrizione, cioè elenchi di persone da eliminare senza conseguenze penali, anzi con il premio. Ma al suo tempo ormai Roma declina vero la fine della Repubblica.

Cesare si fece dittatore perpetuo, ma durò poco, perché giovani idealisti nostalgici e senza un progetto lo uccisero. Ma ormai la strada era tracciata: Augusto si fece dare la carica di tribuno della plebe per sempre. Era una dittatura camuffata: il tribuno della plebe infatti era sacro ed inviolabile, ed aveva il diritto di veto. Quindi non si muove foglia che Augusto non voglia. E’ un piano inclinato, e la distanza tra potere e popolo si dilata sempre più, con pochi ricchi sfondati e masse di sbandati e nullatenenti, nei quali il sentimento di appartenenza a Roma si affievolisce sempre più. E’ il germe della rovina dell’impero romano, e di tutti gli Stati. Historia magistra vitae.

Il dittatore in guerra si sceglieva un magister equitum, un capo della cavalleria, reparto che da Scipione in poi divenne di determinante importanza nelle vittorie romane. Costui era il vice dittatore, in caso di assenza di quest’ultimo, ma doveva cieca obbedienza, come gli altri.

Oggi facciamo qualcosa del genere in ambito civile ed economico, con la nomina del commissario straordinario, quando un’azienda di una certa importanza e grandezza va in una fase di crisi.

Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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