Home STORIA 25 aprile e identità italiana – di Piero Visani

25 aprile e identità italiana – di Piero Visani

       Benché le mie radici ideologiche affondino certamente in uno schieramento, e non in un altro, l’aspetto che mi appare più disturbante del 25 aprile è la difficoltà a ritrovare una memoria condivisa: non lo vogliono i vincitori, non lo vogliono i vinti. Ergo la guerra civile continua…

       Il settarismo è uno dei problemi più gravi dell’identità italiana e crea due aree “brucianti”, ad entrambi i lati dello schieramento politico, in cui albergano soggetti sicuramente animati da intenti condivisibili. Tuttavia, è proprio tale incapacità di andare al di là delle loro visioni settarie che lascia libero corso a una “maggioranza silenziosa” di voltagabbana, di gente che era fascista durante il fascismo e che è antifascista durante l’antifascismo; e che sarà ovviamente a favore di un nuovo regime se e quando ne nascerà un altro. Di gente cui interessa solo il profitto, la carriera, il fare affari (meglio se “malaffari”).
       A quelli della parte in cui sono cresciuto, io mi sento di dire: in che cosa il fascismo delle origini – quello bello, vero, originale, combattentista, miscredente e “fiumano” (dunque poco attento al perbenismo e alla morale corrente, ma sapientemente futurista e orgiastico) – assomigliava a quello tronfio, “romano”, ridicolmente superficiale, ancor più ridicolmente bellicista? Se ci si stava preparando alla guerra – e così pareva, almeno in certe reboanti affermazioni della propaganda di regime – perché non elaborare dottrine militari all’altezza, perché non preparare una grande Marina (ripulendola dei troppi filobritannici), perché non costruire un esercito adeguato ai tempi, perché non puntare sulle forze corazzate, perché non meccanizzarlo? In una parola, perché non guardare al futuro e non avere al vertice delle Forze Armate il principale responsabile di Caporetto (forse perché era massone…)?
       A livello strategico, non era forse chiaro che, se la Germania stava facendo tutto questo molto meglio dell’Italia, inevitabilmente saremmo finiti al traino della medesima, ne saremmo diventati nulla più che la ruota di scorta?
       Se quello tedesco era un nuovo “assalto al potere mondiale” (e tale non era, perché così non lo concepivano le classi conservatrici che avevano appoggiato l’ascesa di Hitler, ma successivamente avevano fatto di tutto per tarpargli le ali), perché non tenerne conto e – se si decideva di appoggiarlo – attrezzarsi adeguatamente?
       Una volta entrati in guerra, perché non attaccare Malta il 10 giugno stesso, perché non passare all’offensiva dovunque possibile, perché non lanciare messaggi chiari a tutti i popoli vittima dell’imperialismo anglo-americano, per farne una guerra di liberazione degli underdog?
        È del tutto evidente – a mio modo di vedere – che i fascismi (“veri o falsi” che fossero) furono affondati dalla loro stessa identità conservatrice e/o dalla loro alleanza con le classi conservatrici. Avete mai visto una classe conservatrice che voglia fare una rivoluzione? Che mi dite di un’oscenità come i Patti lateranensi? Quali pressioni furono fatte sui vertici delle Forze Armate perché – tra il settembre 1939 e il 1940 – studiassero a fondo la Blitzkrieg germanica e vi adeguassero lo strumento militare italiano?
       Sono alcuni interrogativi, tra i tanti possibili. Tuttavia, se non si mutano le strutture e le metapolitiche di una società e di uno Stato, esse resteranno uguali a se stesse. Non a caso, una parte significativa della società repubblicana ha continuato a somigliare, nel suo ottuso statalismo, allo stesso ottuso statalismo del fascismo: vuote parole d’ordine, reboanti affermazioni e una quotidianità che si pasce soprattutto di un quieto “dolce far niente”, di un “tutto cambi affinché nulla cambi”. Dove il “gusto per la sfida” consiste nel saltare nel cerchio di fuoco. Chapeau ai cialtroni!
       Il misoneismo è la malattia mortale della società italiana, è la vena consustanziale dell’identità italiana: tutto deve sempre rimanere uguale a se stesso, di modo che lo si possa riconoscere, che in esso ci si possa rifugiare e trovare pace, tranquillità e poco, pochissimo lavoro.
       Certo, esiste un’Italia diversa, destrutturata, informale, fatta di pochi uomini, che amano il loro lavoro, che hanno identità, dignità, amor proprio, senso dell’onore: l’Italia dell’affondamento della QUEEN ELIZABETH e della VALIANT, l’Italia di Carlo Fecia di Cossato, l’Italia di Enrico Mattei, per non citare che alcuni esempi possibili in schieramenti diversi. Ma è un’Italia individuale, non collettiva.
       Il sentimento collettivo, la vera identità italiana, sono altri: conservatorismo, “fancazzismo”, feroce attaccamento alle abitudini, immobilismo amante del disimpegno e del mettersi al servizio del potente di turno, per riprendere a fare tutto ciò che si faceva (cioè NULLA) quando si era al servizio del potente precedente.
        Questa Italia è un niente che si riproduce ad infinito e che ha un unico obiettivo: distruggere – con il suo rivendicato collettivismo –  l’Italia delle eccellenze individuali, del gusto per l’innovazione, della ricerca della sperimentazione, della volontà di primeggiare in ogni campo
         Storicamente parlando, la prima Italia ha ucciso la seconda, ma la seconda è eterna non meno della prima. Non credo che riuscirà a ricostruire un Paese ormai morto, ma riuscirà comunque a tenere alto il nome dell’italianità nel mondo. E’ giunto il momento: visto che non siamo mai stati una Nazione, se rinunceremo ad essere uno Stato (o se quest’ultimo dovesse implodere, cosa tutt’altro che impossibile), occorrerà capitalizzare sul fenomeno che non mancherà certo di verificarsi: la rincorsa al carro del vincitore. Perché potrebbe non esserci un vincitore, e nemmeno un carro. E così, invece di “mamma Stato” (o dello “Stato mamma”) occorrerà riscoprire la tradizionale arte italica dell’arrangiarsi, del destreggiarsi tra le nuove “Franza” e le nuove “Spagna”, ovviamente “purché se magna”.
       Quale lunga strada, per arrivare all’identità italiana vera: “il magnà”.  Ma con una nuova, fantastica opzione, aperta ai migliori di noi: procurarci il “magnà” da soli, senza impetrarlo ad altri. Da soli, e senza piegare la schiena. Finalmente liberi, non più servi di alcuno. La strada in cui credo.
 
                                           Piero Visani
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Umberto Visani nasce a Torino nel 1983. Laureato con lode presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino è un ricercatore indipendente di ufologia, archeologia misteriosa e criptozoologia. Scrive per numerose riviste specializzate a livello nazionale e internazionale, tra cui “Mistero Magazine”, “Ufo International Magazine”, “Révista Ufo Brasil”, “Fate Magazine”. È stato più volte ospite della trasmissione televisiva “Mistero” in onda su Italia 1. Ha pubblicato nel 2012 il saggio “Mondo Alieno: Ufo ed extraterrestri nella storia dell'umanità”, edito da Arethusa Edizioni, seguito nel 2014 dal romanzo “Ubique”, nel 2016 dal saggio “Mai stati sulla Luna?”, per Uno Editori, nel 2017 dal saggio “I Misteri dell’Umbria”, con Morlacchi editore, nel 2018 dal saggio “Ufo: le prove”, Edizioni Segno e quest’anno è uscito “Ufo: i casi perduti”, Edizioni Segno.

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