1° RELAZIONE SULLA INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE P.M.I.

Sintesi

 

La nostra proposta di internazionalizzare le P.M.I. comprese le attività professionali hanno registrato un elevato numero di risposte che evidenziavano i seguenti concetti:

  • L’internazionalizzazione è stata confusa con l’esportazione e tutti si sono dichiarati pronti e capaci ad esportare, ma nessuno aveva fatto un’analisi di marketing sulla loro capacità di poter sostenere la concorrenza. Molti hanno chiesto di “farli vendere”, ma troppo pochi hanno il coraggio di internazionalizzarsi. Molti pretendono di vendere in esportazione, senza conoscere minimamente cosa il mercato export effettivamente richiede e senza una benché minima analisi preliminare della concorrenza.

Troppi credono che esportare sia facile, e pochi si rendono conto che chi importa deve avere la capacità di spesa.

  • Troppi hanno confuso la capacità del “made in Italy” di essere vincente anche nel prodotto soggetto a concorrenza elevata. Il made in Italy funziona solo per i prodotti di qualità molto elevata, dove è l’eccellenza del prodotto o del nome a vendere.

 

  • Nel settore delle costruzioni civili e industriali molte aziende pretendono di partecipare agli appalti pubblici con i costi italiani, non sapendo, ad esempio che in Russia, Albania o Ucraina il prezzo di vendita è ¼ di quello italiano, per cui nessuna impresa a costi italiani può vendere in quei paesi. Molti vantano brevetti e capacità eccezionali, ma pochi sanno che Philip Holzman o Mc Alpine sono 5 volte più grandi delle prime 10 società di costruzione italiane messe insieme e che producono a costi locali perché si sono internazionalizzate, pur usando tutta la loro tecnologia nazionale.

 

  • Costruzioni meccaniche, elettriche ed elettroniche: vale lo stesso discorso che per le costruzioni civili. A quanti obiettavano che Finmeccanica vende in tutto il mondo a costi italiani ho ricordato con quali accorgimenti deleteri questa azienda riusciva a vendere.

 

  • Settore agroalimentare: vende da solo senza bisogno d’aiuto. Il prodotto Ferrero, ad es. è consumato indistintamente in tutto il mondo, e non ha bisogno d’altro. Va però enfatizzato che Ferrero ha cominciato ad internazionalizzarsi ben cinquanta anni fa. Il prodotto tipico mediterraneo ha bisogno di promozione e le aziende di produzione devono internazionalizzarsi tramite la costituzione di centri di profitto per contenere i costi di produzione e massimizzare così il profitto.

 

  • Settore moda: le aziende che ne avevano bisogno si sono già internazionalizzate. Quelle che continuano a credere che il made in Italy debba essere fatto in Italia non hanno capito come funziona l’internazionalizzazione (probabilmente non siamo stati chiari noi, ma sull’argomento ci ritorniamo).

 

  • Professioni – I professionisti sono quelli che hanno capito meno di tutti come funziona l’internazionalizzazione. Troppi sono ancora dell’idea che non possono aprire altri uffici altrove e pochi hanno preso in considerazione l’ipotesi di lavorare in telematica.  In effetti il mondo professionale italiano non gode della stessa reputazione all’estero di altre linee italiane di prodotti.

 

  • Settore assicurazione, credito e finanza. Le banche sono già sufficientemente internazionalizzate perché ne hanno capito l’importanza e sono un grande polo di attrazione per tutte quelle P.M.I. che vogliano seguirne l’esempio. Le finanziarie non di estrazione bancaria non hanno capito come funziona l’internazionalizzazione, oppure hanno ben altri intenti in testa. L’unica compagnia italiana di assicurazione degna di citazione (Generali) è internazionalizzata da sempre.

 

  • Coesione e costituzione di consorzi. Qui rimane tutta la tipicità ed incapacità italiana: “Società in numero dispari minore di tre” modo di dire e di fare mai abbandonato. Troppi ancora preferiscono piangere piuttosto che creare alleanze.

 

  • La voglia di ragionare da parte delle aziende (fare marketing) è poca o nulla nelle piccole aziende. Si preferisce la mentalità artigiana a quella imprenditoriale: “apro bottega, appendo il cappello ed aspetto il cliente”.

 

  • Le organizzazioni di categoria: molte credono di poter fare da sole e sono gelose di qualsiasi aiuto esterno. Così portano nel pozzo loro stesse ed i loro associati.

 

Latest articles

Related articles