Introduction to the Ecosophic Set

(photo from Wikipedia http://en.wikipedia.org/wiki/Félix_Guattari)

 

Introduction to the Ecosophic Set

 

 

 

Table of Contents

Premise

 

Epitome of the research

 

 

Chapter I

The approach to the work

– A confused condition

– The etimologic approach

– A fisrts semantic approach

 

 

Chapter II

A proposal of methodology

2.1 – Ecosophy: Universal or Particular Science?

2.2 – The gnoseologic Problem

2.3 – The logic Problem

2.4 – The Moral or Individual Problem. The Ethic or Social Problem.

 

 

Chapter III

The genesys of Ecosophy

3.1 – The Ecosophic Set

– The Premises of the Set

– Entropy and Entalpy

– Survival Instinct

– Reproduction Instinct

– Knwoledge Instinct

– Exchange or Socialisation Instinct

– Human Environment

– Natural Environment

 

 

Chapter IV

Human Environment and Society

4.1 – Power

– Introduction to the matter

– The Etimologic and the Semantic Approach

– The Object of Power: Freedom

– The Scopes of Power: the satisfation of a tangible need; the achievement of an ideal end

– The Categories of Realashionship: Remuneration, Punishment, Conditioning, and

Economic Exchange

– The Categories of Quantity: Monocracy, Oligocracy, Democracy, and Authocracy

– The Categories of Modality: Function (religious, military, and burocratic) and Role

(family,

and social)

– The Categories of Quality: Emargination and Licence

– The Nature of Power: Legal, Arbitrary, Psycologic, and Physical

– The Sources of Power: Personality,  Whealth, and Interest Aggregation

– Power Aggergation and Concentration: Family, Social Classes, Castes, Associations,

Corporations, Congregations, Labour Unions, Political Parties, National States, and

Supranational Organisations.

– The Birth of Power: Discovery or Invention?

4.2 – Freedom

– What we mean today for freedom

– State and Man

– The Categories of Freedom: Existence, Necessity, and Possibility

– Freedom and Licence to act

– The Factors of Freedom Sphere

– Freedom Degenerations: Licence, and Alienation

– Social Entropy, and the Conflict with Power

– The Power Cycle

4.3 – A Mathematical Model of Power and Freedom

– Calculation Patterns of Social Variables.

– Power Standard System

– The Reactions to Power Imposition

– The Quantitative Power Cycle

4.4 – Anarchy and Anacracy

– The Historical Anarchism

– Anarchy and Anacracy

– Anarchy Degenerations: Confusion and Nihilism

– Anacracy: Intelligent Drawing of the Universe?

– The Assumption of an Anacratic Society

– The Family

– Society (Sources, Scopes, Nature, Exercise, and Form)

– Social Structure and Social Change

– The Degenerations of Societies

– The State

– Nomology as the Law Making Science

– Deconditioning during the Transition Phase

– Anacracy’s Constituent Assembly, and Artificial Intelligence

– Artificial Intelligence and Human Intelligence

– Substituting the State with Organization. The Reastauration of ‘Ordo Socialis’

– A Mathematical Model of Anacracy

 

 

Chapter V

The Natural and Cultural Environment

5.1 – Ecosophy as Nature.

5.2 – Nature as Environment

5.3 – Culture as Environment and Bias

5.4 – Environment Impact Assessment

5.5 – Environment, Tecnology and Law.

 

 

Chapter VI

Exchange or Socialisation

 

5.1 – Demand Function, or Consume

5.2 – Demand Factors (Needs, Income, Tastes)

5.3 – Consumers

5.4 – Culture as External Demand Factor

5.5 – Production and Supply Factors (Nature, Entrepreneurship, Labour, Capital, Risk)

5.6 – Nature

5.7 – Entrepreneurship

5.8 – Capital

– Technologic Capital

– Financial Capital

– Venture Capital

– Financial Markets

– Tecnology Markets

5.9 – Labour

– Manual and Intellectual Labour

– Independent and Subordinate

– Automation, Capital and Labour

– Labour Market Equilibrium

5.10 – Risk

– Business Risk

– Financial Risk

– Tecnological Risk

– Natural Events Risk

3.2 – Needs and Products

3.4 – Utility, Necessity, and Indispensableness

3.5 –  Cost, Benefit, and Profit

3.6 – Whealth, Income, Unearned Income, Patrimony, Credibility.

5.1 – Logic of Economics Logic of Politics

3.7 – The Ecosophic Equation

3.8 – Environment Impact Assessment

3.9 – The Ecosophic Cycle

 

 

Chapter VI

The External Elements of the Ecosophic Set

6.1 – Credibility and Money

6.2 – Credit or Money

6.3 – Price Inflation

6.4 – Globalization, New Economy, and Democracy

6.3 – Finance as an Economic Function and as a Pure Bet

6.4 – A Possible Future Scenario for Finance

 

 

Chapter VII

Market, Communication, and Nomology

7.1 – Market and Exchange (Monopoly, Oligopoly, Competition)

7.2 – Market and Communication

7.3 – Nomology

7.6 – Ecosophy of Development and Business Logic.

 

 

Chapter VII

Study for a Theory of a Development Model

8.1 – Savings, Future Worth, and Investment

8.2 – A Model of Investment Equation

8.3 – Ecosopy Planning

8.4 – Human Psycology and Interest Aggregation

8.5 – Proposals for a Development Model.

Premessa

E’ intento dell’autore presentare un lavoro della massima semplicità espositiva e linguistica, onde consentire una facile lettura dell’opera alla più ampia base sociale, in considerazione dello scopo che l’autore stesso si prefigge: quello di sollecitare la conoscenza dei meccanismi generati dalle società viventi in generale.

 

Anche se questo intento è sempre stato alla base dell’opera, mi rendo conto che ci possono essere dei concetti non sufficientemente semplici come l’autore avrebbe voluto. Mi scuso con il cortese lettore, mettendomi personalmente sin d’ora a disposizione per discutere ogni affermazione eventualmente non chiarita o on condivisa.

 

E’ opportuno considerare che le teorie esposte sono la risultanza di una elaborazione mentale basata sulla presunzione di mancanza assoluta di condizionamento da parte del ricercatore, condizione che, comunque, potrebbe anche non er+ssere stata raggiunta. L’autore è al contempo soggetto ed oggetto di ricerca, mente l’impostazione e la verifica delle teorie è da piccolo laboratorio dove la presenza stessa del ricercatore può inficiare la verifica.

E’ inoltre opportuno considerare che la veridfica di molte teorie espose è resa molto difficile alla condizione corrente di società , in quanto essa è fortemente condizionata e non corrispondente alla condizione di natura richiesta dalla verificabilità delle teorie.

 

La ricerca non può e non vuole essere esaustiva. Il compito dell’opera è quello di approcciare un’idea e di lavorarci sopra con impegno analitico, con l’obiettivo di raggiungere un buon livello di sintesi che permetta di trarne qualche risultato concreto. Altri ricercatori sapranno e potranno fare molto di più.

 

L’autore non è cosciente d’aver fatto uso diretto di lavori d’altri ricercatori. E’ tuttavia probabile che nell’elaborazione del testo e degli esempi, dopo aver consultato tantissimi scritti di altri, l’autore abbia incosciamente plagiato qualche parte dei loro lavori.

Se ciò fosse vero, ne chiediamo scusa sin d’ora, li ringraziamo per il contributo che ci hanno prestato, e li invitiamo a segnalarci ogni singolo caso, onde farne giusta menzione.

 

 

 

 

 

 

Epitome della ricerca

 

Introduzione

Temo che ogni autore, che intraprenda una ricrca metodologica oltre che operativa, abbia il sacro terrore di cacciarsi in un labirinto inestricabile dove anche la più innocua obiezione possa rischiacciarlo dentro, anche quando si trova vicino alla meta.

Confesso che anch’io ho vissuto e vivo con lo stesso terrore e, prima di catalogare il lavoro, ho lasciato decantare le idee per quasi quidici anni. L’unica certezza che mi confortava era la convinzione che nel campo della scienza sociale ci stessimo comportando come la volpe con l’uva per giustificare l’incapacità a raggiungerla: cioè che stessimo usando concetti di comodo per capire un mondo che continua a sfuggirci di mano con sussulti pressochè periodici.

L’idea del “concetto di comodo” è senz’altro lo spunto della ricerca , e si è dimostrato uno spunto corretto.

E’ concetto di comodo accettare l’esistenza di un diritto positivo di emanazione umana, sia essa persona fisica quale un monarca, o persona giuridica quale uno Stato.

E’ concetto di comodo giudicare la democrazia come il solo governo giusto, quando il termine stesso non indica nemmeno una forma di governo, bensì di potere.

E’ comodo, o quantomeno troppo facile, affermare che una società si ribella per le cattive condizioni economiche, quando queste sono solo una verità parziale, una verità di comodo, un capro espiatorio, giacché esse sono solo l’effetto, e non la causa della ribellione.

Se è vero che l’ex Unione Sovietica è esplosa per le cattive condizioni economiche,è ancor vero che dopo l’esplosione queste non sono minimamente migliorate, né hanno la bencé minima possibilità di migliorare a causa della ribellione. Infatti, questa non ha portato ad un cambiamento delle condizioni economiche, bensì al cambiamento delle condizioni di potere, che sono state le cause della ribellione. La rivolta palestinese non è dovuta a motivi economici, giacché i Palestinesi vivono in condizioni di miseria da anni, e collaborando con i loro nemici avrebbero potuto arricchirsi da tempo: essi si ribellano al potere israeliano. L’esplosione della Federazione jugoslava è causata da una annosa rincorsa all’imposizione di potere, mentre lo scambio economico presuppone la libertà di interagire: le varie Repubbliche sono ormai disposte a sopportare i sacrifici economici più duri, pur di liberarsi l’uno del potere dell’altro, e tutti del potere federale serbo.

Quelle che chiamiamo cause di ribellione sono piuttosto l’effetto di cause più invisibili e più ingannatrici, che sfuggono alla rilevazione proprio perché impercettibili al comune osservatore.

Gli Stati nazionali e gli Organismi sovranazionali spendono annualmente migliaia di miliardi di dollari per sostenere la ricerca scientifica, motivando il tutto con una pseudo giustificazione di interesse sociale. Ma, se è pur vero che la tecnologia ha contribuito enormemente a migliorare le condizioni economiche di molti, certamente ha contribuito poco o niente a migliorare le condizioni dei rapporti sociali. Le leggi che intimamente regolano le società umane apaiono ancora incomprensibili ed ogni società, benchè progredisca nella sua crscita economica e tecnologica, tende a caricarsi di tensioni sempre maggiori, fino ad esplodere in impreviste ed imprevedibili ribellioni. La scienza manca ancora della conoscenza della dinamica sociale, e tutti gli Stati si guardano bene (ovviamente) dall’investire in quasta conoscenza. La sedicente scienza sociale presenta la società come una semplice radiografia, senza domandarsi se quella lastra rappresenta la situazione fisiologica o patologica del paziente.

 

L’esigenza di nuove vie di ricerca

Si sente da tempo da parte dei ricercatori un bisogno di affermazione dell’esistenza di una tendenza di fondo di ogni essere vivente ad aggregarsi in società secondo regole di natura, come in un “ordo socialis”, anche se per qualche motivo (comprensibile o incomprensibile) questa tendenza non viene assecondata dalla società, ma contrastata. Questo contrasto genera accumulo di tensioni, di forze repulsive che, quando superano certi libelli di sopportabilità (punti di ribellione) esplodono in contrasti sociali più o meno violenti.

L’autore della ricerca non è stato fulminato come San Paolo sulla via di Damsco nell’individuare “pretesti e cause” che sconvolgono quasi ciclicamente le società umane, ma è arrivato a queste conclusioni analizzando gli “spunti” di tanti ricercatori più autorevoli che lo hanno preceduto.

Forse l’elemento che lo ha portato sulla pista buona è stata proprio quell’idea di “concetti di comodo” che gli ha permesso di partire dal condizinamento sociale, da quella condizione per la quale tutto ciò che ci è più usuale, più ricorrente, più accettato sembra essere la condizione più giusta. Ma la logica economica afferma (con molta credibilità) che ogni prodotto, così anche come ogni condizione, generano assuefazione.

A questo punto del procedimento era compito del ricercatore cercare di decondizionarsi, di perdere l’assuefazione alla condizione corrente, se voleva continuare sulla pista buona. In condizioni normali, vivendo ed accettando la vita di tutti i giorni, è praticamente impossibile riuscirci, in quanto non si riesce nemmeno ad individuare il condizionamento. Situazione particolarmente “fortunata” per la ricerca è stata la condizione personale e sociale in cui il ricercatore si è trovato in quel particolare momento, il quale, supportato da una pur rozza tecnica personale di decondizionamento, è riuscito (o così spera) ad astrasi dal condizionamento. Inoltre, ha contribuito , molto alla ricerca il fatto di aver operato in un contesto sociale quale quello italiano che, per il suo intrinseco sviluppo, mostra più chiaramente di altre società i sintomi di un corpo aparentemente sano, ma con i fenomeni sociali molto più patologici. In questo contesto che si dichiara democratico, civile e libero, è stato forse più facile individuare perché in una società apparentemente sana si generino contrasti sociali apparentemente incomprensibili.

Le società umane sono oggi basate sull’imposizione di potere, sia esso volgare come la punizione, o allettante come la remunerazione, sia esso invisibile come il condizionamento, o comodo come la licenza, egoistico come l’emarginazione o illusorio come l’alienazione.

L’esercizio di potere è l’elemento costitutivo delle moderne (neolitiche) società umane, le quali ubbidiscono  solo alle sue imposizioni, in deroga alle stesse leggi di natura. E, così come un edificio in cemento armato, costruito su un’area instabile, resiste a tutte le energie che lo sollecitano perché ha una struttura solidissima, ma crolla allo scatenarsi dell’energia di fondo che ha più violato, altrettanto il potere resiste a tutte le forze opposte dall’affermazione della libertà, e crolla solo quando cozza contro l’ultimo principio, quello che ha più violato. Allora la società arriva al punto di rottura rivoluzionario e si ribella. Nel corso della ricerca questo principio  è stato definito come “istinto edonostico alla socializzazione”. In altre parole, fino a quando (sia a livello individuale che collettivo) è più conveniente (più vantaggioso, più utile, meno faticoso, più comodo, più conformista, etc.) subire, allora si accetta il potere; quando, invece, l’imposizione di potere procura più svantaggi che vantaggi, allora si giunge alla rottura ed alla ribellione.

 

Un ordine sociale latente deve essere certamente l’elemento costitutivo delle società umane, così come la “superforza” è l’elemento fisico che governa l’universo della materia. L’ordine sociale su cui si indaga è da concepirsi allo stesso modo    dell’ordine che regna nella  materia: più come un disordine che un ordine schematico, statico e ripetibile. Questo disordine, che impropriamente è definito caos, indica una condizione di organizzazione naturale, immodificabile ed indistruttibile: “l’entropia sociale.”

Ogni società vivente è azionata da una forza naturale, da un’energia vitale, istintiva, che gestisce l’ordine, o meglio, il disordine sociale: l’entropia sociale, vale a dire il grado di disordine spontaneo esistente all’interno del sistema.

Chi ha dimestichezza con la fisica e con l’economia potrà avere l’impressione che si stia cercando di applicare il secondo principio della termodinamica alla scienza sociale, così come Nicola Georgescu-Roegen ha fatto nella teoria economica. Vediamo!

La teorie fisica proibisce la diminuzione di entropia di un sistema completo: neppure il processo di trasformazione più efficiente è in grado di recuperare l’energia dissipata nella trasfor mazione stessa, per cui in ogni processo termico si genera una dispersione di energia nell’ambiente.

La teoria entropica dell’economia sottolinea che i processi economici non sono circolari, ma irreversibili, e che lo stock di risorse utilizzabili tend ad esaurirsi, così come ripreso da alcune teorie ecologiste.

Applicando strettamente la teorie fisica e quella economica alla nostra ricerca, dovremmo pertanto  concludere che in ogni scambio sociale una parte dell’energia che lo alimenta vnga dissipata all’interno delllo scambio stesso, e che non esiste nessun sistema organizzativo efficiente che possa recuperare tutta l’energie impiegata nello scambio per cui, per deduzione, dovremmo affermare che, più aumenta il numero degli scambi, più diminuisca l’energia sociale.

E’ percezione del ricercatore, però, che nelle società viventi più scambi avvengono, più aumenta l’utilità, quindi, il valore e la ricchezza globale. Questo è l’obiettivo finale della ricerca.

 

Un primo approccio di base

Il genio creatore, ogniqualvolta produce un’opera, consuma energia vitale, giacché niente è producibile senza l’impiego di una qualche forma di energia. Egli, in effetti, consuma (sacrifica) la sua libertà, la sua socialità, il suo piacere delle cose comuni per dedicarsi alla sua opera.

Se quest’artista riesce a comunicare (scambiare) poco la sua opera, egli si sentirà incompreso, emarginato, per cui la sua vena artistica, in mancanza di scambio (comunicazione) tenderà ad esaurirsi. Se egli, invece, riuscirà a comunicare molto con gli elementi del suo insieme, si sentirà incitato a produrre ancora di più, consumando sì energia, ma sempre meno di quanto sia il vantaggio che ne ottiene. Pertanto, costui potrà anche sacrificare tutta la sua libertà, il suo piacere di cibo, cose comuni, famiglia, figli, perchè le soddisfazioni (vantaggi) che gli vengono dal suo scambio è superiore ai costi rappresentati dai suoi sacrifici. Nel prosieguo della ricerca  il lettore potrà verificare come questa teoria (verificata con la teoria dei giochi) è vera e reale, solo se nello scambio si usa la logica economica, mentre è falsa se si usa la logica politica. Questo caso rappresenta una delle tante condizioni che hanno spinto il ricercatore a supporre che l’entropia (individuale o sociale) delle società, funzioni in ragione inversa dell’entropia in fisica ed in economia.

Il secondo principio della termodinamica è, in fondo, una teoria empirica, cioè strettamente legata alla capacità tecnica del tempo in cui è stta formulata per poter dimostrare l’esistenza di una ipotesi opposta. Altrettanto empirica è la teoria economica di Georgescu-Roegen, ed allo stesso modo sono empiriche la maggior parte delle ipotesi sul disordine sociale che circolano nelle varie discipline sociali.

La sensazione potrebbe, del resto, essere supportata dalla constatazione che il secondo principio della termodinamica manca di un requisito essenziale per poter godere del titolo di universalità: è una teoria empirica su cui la scienza si potrebbe essere adagiata per mancanza di una possibilità di controdimostrazione, uno di quei concetti di comodo che per lungo tempo possono inibire la conoscenza.

Il disordine sociale, secondo le discipline sociali è connesso alla mancanza di un potere che generi ordine. Questo è certamente un concetto di comodo usato per non voler ammettere che le società umane non vivono attualmente in condizioni fisiologiche, bensì patologiche, e che il virus che le ha infettate si chiama proprio “potere”.

 

La fisiologia e la patologia sociale.

La nostra ricerca, infatti, parte proprio dall’indagine sul potere, considerato come fenomeno scatenante della degenerazione delle società umane, per risalire ad una condizione di natura certo diversa da quella attuale, fino ad identificare una “ordo socialis” che, se perfettamente identificata, potrebbe portare ad una migliore comprensione e gestione delle società umane.

Nella ricerca la società è stata indagata nelle sue leggi di conflitto tra potere e libertà, tra libertà e licenza, e tra emarginazione, alienazione e socializzazione, nel suo processo evolutivo e nel rapporto con lo Stato. E’ stata analizzata la nascita del potere nel corso della storia umana attraverso la ricerca dele ause che lo hanno generato, concludendo che questo non è una scoperta, bensì un’invenzione, cioè un qualcosa che non è preesistente in natura alla società, ma una elaborazione della mente umana fatta per ottenere la soddisfazione di un bisogno tangibile o il raggiungimento di un fine ideale, senza il rispetto della libertà altrui.

L’anarchia è stata indagata per identificare i limiti che hanno portato al suo insuccesso quale teoria sociale. Si è evidenziato come questi limiti sono da ricercare nella limitata visione che gli anarchici hanno avuto del potere, confinandolo soltanto al rapporto Stato-società, trascurando così il suo fondamento all’interno stesso delle comunità umane.

L‘indagine si è posta l’obiettivo di verificare l’ipotesi di una società senza Stata, sia esso concepito come Stato-persona, come Citta-stato, come Stato-nazione, o come  Istituzione sovranazionale.

Il legame di ogni società umana non è basato sul concetto di Stato impositore di potere, bensì su quello edonistico di ricerca di un vantaggio di tutti nella vita associata rispetto alla vita solitaria, tramite l’applicazione di livelli superiori di organizzazione. Lo Stato è riuscito a procurare vantaggi ad alcuni cittadini perché, aggregandoli, ha permesso loro di imporre il potere su altri, ottenendo così benefici a discapito di altri (gioco a somma zero), e caricando al contempo la società di tensioni che sono poi sempre esplose in rivolta. La ricerca di una logica diversa è stata affrontata col ricorso alla teoria dei giochi, in cui si è evinto che la logica economica è migliore in quanto basata su ipotesi di gioco a somma non zero e sulla pratica della collusione (proibita alla politica).

 

Inoltre, dire con un’affermazione verbale che qualcuno esercita un potere su un altro per ottenere un vantaggio è un’affermazione corretta, ma la precisione non è il suo forte. Infatti non si è in grado di quantificare quanto potere si esercita, quanto vantaggio si ottiene, quanta libertà propria si sacrifica, né quanta libertà altrui viene privata.

Nella ricerca dedicata alla politometria si cerca di stabilire un modello matematico che permetta di identificare gli argomenti della funzione esistente tra libertà e potere, di ipotizzare le variabili sociali universali e, con un’opportuna valutazione dei loro parametri, calcolare la relazione quantitativa che esiste tra le sfere individuali di libertà ed imposizione di potere. Inoltre, si cerca di valutare “ se e quando” il potere di qualcuno limita la libertà di ognuno, nonché “di quanto” il confine di libertà di qualcuno sconfina all’interno della sfera di libertà  di un altro, o quando e di quanto la libertà degeneri in licenza.

Si analizza, infine, la condizione di anacrazia, ovvero l’assenza totale di imposizione di potere, costituita da quella condizione ipotizzata di ordo socialis che è la teoria dell’organizzazione insita di natura nella mente umana, di cui si va alla ricerca.

Inoltre, l’argomento sulla mente umana è stato sviscerato per cercare di renderci conto se la nostra capacità cerebrale è in grado di supportare un lavoro di organizzazione così complesso, oppure se esistono condizini biologiche o psichiche che possono inibire il nostro cervello ad operare con razionalità in qualsiasi momento e soto qualsiasi condizione. L’aiuto che la mente umana può avere da una intelligenza artificiale da essa stessa creata non è cosa da poco per l’uomo, ed è un’idea che permane in tutta la ricerca successiva.

Successivamente si sono analizzate le regole di fondo che disciplinano una società umana libera, basata sulla mancanza di imposizione di potere, condizione essenziale affinchè si possano considerare valide le teorie basate sull’ordo socialis. Infatti, proprio l’imposizione di potere è l’elemento degenerativo che aumenta l’entropia sociale: in mancanza di anacrazia si torna a concepire la società come quella vissuta quotidianamente, basata sull’imposizione di poetere e non sull’accettazione di livelli superiori di organizzazione.

Si è giunti infine al concetto di insieme ecosofico, definendo i bisogni di natura istintiva (primari e immodificabili) e quelli di natura sentimentale (secondari e transitori).

Il concetto di base dell’indagine è quello per cui l’uomo vive in un ambiente “eco” che, per una errata valutazione, cioè per un tipico concetto di comodo, confonde miseramente, impegnandosi con scienze sociali quali l’economia, l’ecologia, la sociologia a cimentarsi su argomenti che in natura hanno la stessa valenza, ma che in politica hanno valori molto diversi, se non contrapposti, all’interno delle società umane.

Pertanto, tralasciando ogni concetto di disciplina, si è deciso di continuare l’indagine col concetto di scienza globale, definendola per puro scopo identificativo col termine di “Ecosofia”, on la quale tendere al ricongiungimento di tutte le attività scientifiche in una scienza unica: la scienza dell’insieme vivente nel suo ambiente.

Alcuni concetti economici ne escono modificati. Molti concetti ecologici vengono ridimensionati, Alcune teorie psicologiche vengono abbandonate. La politica viene identificata come inutile, pertanto dannosa.

Si è affrontato, soprattutto il concetto di scambio come fondamento diogni società vivente, e soprattutto delle società umane, come quel particolare istinto che permette agli esseri viventi di interagire con altri esseri, e di trasformarsi, ottenedo da questa condizione più energia di quanta non ne abbiano consumata nello scambio.

Ogni attività umana, sia essa materiale o spirituale, ha come fine lo scambio. Nessun prodotto o idea acquisisce valore alcuno, se non viene portato a conoscenza, quindi, scambiato con altri.

Per essere tale (nella teorie dei giochi viene definito a somma non zero), lo scambio non deve subire condizionamenti, né allettamenti, né tantomeno minacce o punizioni. Deve essere esercitato senza imposizione di potere e con spirito collusivo (collaborativo), situazione non possibile secondo la logica politica.

Aberrazioni quali i monopoli, le posizioni dirigiste, i condizionamenti dei mass media non sono imponibili in condizione di scambio ecosofico, né il consumatore è predisposto a farseli imporre.

L’unica attività di intervento esterno sono quelle di tipo collusivo, che si attuano con apropriate tecniche di pianificazione, onde ottenere benefici maggiori per tutte le parti, di quanti se ne possano ottenere attraverso qualsiasi imposizione di potere.

Infine, si è indagato per trovare modelli che possano condurre ad una migliore organizzazione sociale, passando attraverso la fase di decondizionamento dal potere. Il problema essenziale di questa fase della ricerca è di individuare in una società umana:

chi legifera, perché, e su che cosa;

chi giudica, perché, e su che cosa.

L’eventuale problema della gestione della collettività, all fine è stato sempre questo.

 

 

 

 

Capitolo I

L’approccio all’opera

 

 

 

– Una condizione confusionale

Il lavoro sull’insieme ecosofico fa parte di un lavoro di indagine, ancora aperto, intrapreso dall’autore sulla ricerca dell’”ordo socialis”.

Per fini espositivi l’opera non segue la cronologia della ricerca, per cui, concetti, che per il ricercatore possono essere molto chiari, potrebbero non esserlo per il lettore. Mi auguro, nell’eventualità che questo accada, che la cosa non sia insopportabile più di quanto sia stato immaginato dall’autore che nella foga della ricerca del contenuto può aver trascurato la forma dell’esposizione.

Il concetto alla base della ricerca è che l’uomo vive in un ambiente “eco” che per una errata valutazione, per un concetto di comodo, confonde miseramente, impegnandosi con troppe scienze a combattersi su argomenti che in natura hanno la stessa valenza, ma che all’interno della cultura corrente hanno valenze contrapposte. Parole composte da stesse radici  o desinenze attribuiscono significati contrastanti a secondo degli utilizzi che si facciano delle parole stesse, confondendo miseramente chiumnque cerchi di conoscere i contenuti della scienza ricorrendo al significato della parola che la indica.

Lo scopo della elencazione che segue di alcuni isoetimi di riferimento, cioè di parole che hanno una stessa valenza etimologica, è quello di evidenziare come oggi la cinfusione linguistica di neologismi aventi significati sempre più particolari abbia finito per creare una torre di Babele dei significati, per cui, parole, che molto spesso hanno radici o desinenze molto simili, hanno significati concreti diametralmente oppposti, e parole che ne hanno di dissimili possono avere significati uguali.

Compito di chi si pone di indagare sul metodo e sulla scientificità di una disciplina è aanche quello di smascherare ogni falsa credenza scientifica sull’uso e sui significati dei termini stessi, proprio per evitare che la confusione verbale ingeneri confusione anche nel contenuto della disciplina.

La parola ha il compito di comunicare il contenuto di un pensiero; quando questa è usata in modo improprio, fa torto al pensiero stesso, in quanto lo connota in maniera impropria; quando è usata in maniera sbagliata genera una scienza sbagliata.

Generalmente, i termini che hanno il compito di identificare una scienza hanno desinenza in “nomia”, “logia”, o “grafia”, ma senza un costrutto molto logico e rigido.

Vediamone alcuni esempi:

 

1) agiologia: studio della vita dei santi, e dei procesi di beatificazione e cannizzazione:

dal greco agios “santo”, e logos, studio.

2) agionomia: termine inesistente.

3) agiografia: scrivere la vita dei santi: dal greco agios “santo” e grafòs, scrittura.

 

4) angiologia: studio dei vasi sanguigni: dal greco angiòs “vaso”, e logos “studio”

5) angionomia: termine inesistente

6) angiografia: analisi grafica delle arterie: dal greco angiòs “vaso” e grafòs “scrittura”

 

7) agrologia: termine inesistente

8) agronomia: scienza che studia le norme razionali dell’agricoltura e che ne insinua le leggi

e le teorie: dal greco ager”campo” e da nomos  “regolamentazione”

9) agrografia: termine inesistente

 

10) astrologia: Scienza che studia i fenomeni celesti per derivarne un’interpretazione degli

avvenimenti umani: dal greco astròn “stella” e logos “studio”

11) astronomia: Scienza che studia la posizione, I movimenti, la costituzione dei corpi celesti,

le cause della loro formazione e le leggi della loro evoluzione: dal greco

astròn “stella” e nomos “regolamentazione.

12) astrografia: termine inesistente

 

13) cosmologia: scienza che studia la struttura dell’universo: dal greco kosmos “cosmo”, e

logos “studio”.

14) cosmonomia: termine inesistente.

15) cosmografia: termine inesistente

 

16) ecologia: parte della biologia che studia I rapporti degli esseri viventi con il loro

ambiente naturale: dal greco oikòs “ambiente, casa” e logos “studio”.

17) economia: amministrazione della casa: dal greco oikòs “ambiente, casa” e nomos

   “regolamentazione”.

18) ecografia: tecnica di indagine diagnostica , che sfrutta la riflessione, ripetizione (eco) di

un fascio di onde ultrasoniche ad alta frequenza inviata sui vari organismi da

esaminare: dal greco ekòs “ripetizione” e nomos “regolamentazione”.

 

19) ergologia: branca dell’etnologia che studia le varie tecniche usate dai singoli gruppi

umani per la produzione di oggetti d’usa, di armi, etc.: dal greco ergòs

 “lavoro” e logos “studio”.

20) ergonomia: studio dell’organizzazione razionale del lavoro: dal greco  ergòs  “lavoro” e

nomos  “regolamentazione”.

21) ergografia: termine inesistente

 

22) geologia: scienza che studia la composizione della terra, la sua storia, la sua struttura:

dal greco gèos “terra” e logos “studio”

23) geonomia: geografia matematica: dal greco gèos “terra” e nomos  “regolamentazione”

24) geografia: rappresentazione grafica della terra: dal greco gèos “terra” e grafòs “scrittura”

 

25) patologia: parte della medicina che si occupa delle alterazioni funzionali degli esseri

viventi, e di scoprirne le cause e trivarne i rimedi: dal greco patos

  “alterazione” e logos “studio”.

26) patonomia: termine inesistente

27) patografia: termine inesistente

 

28) tassologia: temine inesistente

29) tassonomia: scienza delle classificazioni animali: dla greco tàksis “ordinamento” e nomos

  “regolamentazione”.

30) tassografia: termine inesistente

 

31) zoologia. Parte della scienza naturale che studia gli animali. Si divide in fisiologia,

tassonometria, zoografia: dal greco zoòn “animale” e logos “studio”.

28) zoonomia: termine inesistente

29) zoografia: termine inesistente

 

 

1.2 – L’approccio etimologico.

L’etimologia di una parola indica lo studio del significato vero e reale del termine.

Giacomo Devoto, al contrario, afferma che “l’etimologia è solo un fatto erudito, per il quale una parola, staccatasi a suo tempo da un’altra parola, quindi dimentica del suo stesso legame, viene ricondotta alla sua origine grazie ad un procedimento di ricerca della paternità”.

Questo è proprio quello che vogliamo fare, proprio per evidenziare come oggi molte scienze vengono indicate da un termine che nella sua origine indica un’attività diversa da quella che la scienza effettivamente segue. Questa analisi non è un puro vezzo letterario, ma testimonia come troppe scienze siano fondate su particolari, evidenziati per invidia o per una sciocca concorrenza con attività simili.

Infatti, se analiziamo i nostri isoetimi di riferimento, ci rendiamo subito conto che i termini composti che hanno pretesa di indicare una scienza, o una tecnica scientifica, hanno tre soli tipi di desinenza: logia, nomia, grafia. Di solito, la scienza indicata da un termine composto ha una sola di queste desinenze: angiologia, cosmologia, agronomia, zoologia. Non esistono scienze quali: angionomia, cosmonomia, zoonomia, agrologia.

Solo per alcune scienze esistono termini composti che, pur avendo una stessa radice, hanno sia una desinenza in logia che in nomia: astrologia e astronomia; ecologia ed economia; ergologia ed ergonomia, etc. Ma se astronomia è qualcosa di diverso da astrologia, e se astrologia è scienza da ciarlatani, perché la cosmologia e la zoologia, che sono sicuramente scienze vere, non sono state chiamate cosmonomia e zoonomia? Apparentemente una prima chiave di approccio etimologico potrebbe essere proprio la differenza di significato che si vuol dare alle desinenze logia e nomia.

Il termine “logia” deriva dal greco lògos, che nella filosofia greca indica il discorso, quindi, l’attibità razionale che ne è il presupposto. Secondo Platone il logos doveva essere Dio; per Aristotele era la giusta ragione; secondo Plotino, la mente. Per il Cristianesimo, il logos è la seconda persona della SS. Trinità, incarnatasi e fatta uomo, cioè il Cristo.

Il termine “nomia” deriva anch’esso da un etimo greco, nomos, che sta ad indicare la legge. Il termine nomologia, parola composta da due termini greci, nomos e logos è la scienza delle leggi, o il trattamento delle leggi. Quindi, se logia indica la scienza e nomia la legge, cioè il complesso delle regole codificato dalla ricerca con metodo scientifico, qual è in effetti la differenza sostanziale tra questi due termini? Perché agronomia e non agrologia, zoologia e non zoonomia?

Non è da ritenere che nella coniazione di un termine nuovo l’autore abbia voluto dare un significato particolare all’uso di un termine rispetto ad un altro, altrimenti si dovrebbe pensare che agronomia è il complesso di leggi che regola l’agrologia, e che la zoologia stia ancora aspettando che qualcuno codifichi le sue regole di natura con un trattato di zoonomia, quanto piuttosto che qualche neologista non avesse le idee chiare sul contenuto della scienza che denominava con un determinato termine.

Quindi, perché esistono esistono l’ecologia e l’economia, o l’ergologia e l’ergonomia?

Ergonomia è lo studio dell’organizzazine razionale del lavoro, cioè quella scienza che si preoccupa di analizzare e codificare le regole affinchè un individuo nell’esercizio di una occupazione compia movimenti ed azioni che gli permettano di ottenere la maggior quantità di lavoro con il minor sforzo. Quindi è la scienza che ci indica come e perché, se vogliamo piantare un chiodo in un muro, il metodo ergonomico sia quello di appoggiare il chiodo al muro, tenendolo con una mano, e con l’altra sollevare un martello per poi colpire il chiodo con la giusta forza e nella giusta posizione. Certamente non sarebbe un metodo ergonomico quello di lasciare che qualcuno sorregga il chiodo al muro per poi colpirlo con il martello dopo aver preso la rincorsa dalla parete opposta.

L’ergologia è una branca dell’etnologia che studia le varie tecniche usate dai singoli gruppiumani per la produzione di oggetti d’uso, di armi, etc. Quindi, è una scienza che si occupa di analizzare o di studiare quello che i vari popoli hanno fatto nelcorso dei secoli per produrre attrezzature e strumenti per il lavoro, o per la guerra, senza entrare minimamente nel merito di analizzare se quegli strumenti erano adatti o meno allo scopo, né tantomeno codificare delle regole per la corretta costruzione di quegli attrezzi. Pertanto, questa scienza è da ritenere estremamente riduttiva, giacché analizza passivamente il comportamento degli esseri umani, nel corso dei secoli, per la costruzione di attrezzi, strumenti e macchine, senza minimamente conoscere i corretti principi dell’ergonomia, comportandosi come una ipotetica scienza storica che facesse solo cronologia dei fatti, senza riuscire a trovare la benchè minima causa o relazione tra gli avvenimenti stessi, e tra gli avvenimenti e la vita sociale.

L’Ecologia viene oggi definita, in senso lato, come una parte della biologia che studia i rapporti degli esseri viventi con il loro ambiente. Questa definizione è sicuramente riduttiva, perché da ad intendere di non conoscere tutte le interrelazioni culturali, istintive, di potere, di emarginazione o di socializzazione che gli esseri viventi attivano.

L’Economia, nel senso più attuale a più lato, viene definita come scienza della corretta amministrazione della casa, dell’azienda, del sistema o dell’universo di interessi materiali e culturali di un individuo o di un insieme di individui.

I termini economia ed ecologia stanno nello stesso rapporto etimologico delle parole astrologia ed astronomia, cioè sono composte da due radici uguali e da due desinenze diverse. La radice “eco” comune ad economia ed ecologia, deriva dal greco oikòs, che significa “ambiente, casa, spazio di riferimento” di un individuo. Ma se economia ed ecologia indicono uno stesso soggetto, o campo di azione, la loro differenza sta, allora, solo nella desinenza diversa logos per ecologia, e nomos per economia. Forse c’è tra questi due termini la stessa differenza che si vuole da qualcuno notare tra le parole astrologia ed astronomia, intesa la prima come attività da ciarlatani e la seconda da scienziati? Ma se così fosse, anche tra cosmologia e cosmogonia ci dovrebbe essere la stessa differenza; peccato che la cosmogonia non esiste, per cui tutta la validità di questa scienza è ripsta sul primo termine. Anche l’ergologia dovrebbe essere attività da ciarlatani e l’ergonomia da scienziati? Per fortuna questi due termini indicano due attività rivolte ad oggetti molto diversi tra loro, altrimenti, per similitudine, anche l’etnologia potrebbe essere tacciata di ciarlataneria.

In verità l’analisi etimologica non ci rivela la verità che si nasconde dietro i nomi delle varie discipline scientifiche, però ci fa chiaramente capire come molte di queste per invidia, per pochezza, per scicchezza, si sia appellata troppo agli aspetti formali e poco a quelli sostanziali. La confusione linguistica odierna ha raggiunto il vertice. Per poter comunicare concetti complessi, non è più sufficiente l’uso del solo linguaggio verbale, e soprattutto non è più il caso di ragionare per discipline, ma per scienza globale.

L’ecologia, ad es., è una scienza molto più recente del termine che la distingue, e noi facciamo troppo spesso pessimo uso dei termini linguistici per indicare un prodotto, un processo, o una tecnica, per cui sarà bene riferirsi a questo significato solo per quel po’ che può aiutarci ad avere una prima indicazione di massima.

 

 

– Un primo approccio semantico

La logica semantica è la disciplina che studia le relazioni fra le espressioni di una teoria e le entità extralinguistiche nei cui termini esse vengono interpretate. Fissare una semantica significa specificare l’insieme delle condizioni e delle norme che presiedono a tale interpretazione.

E’ da ritenere che in questo primo approccio semantico, se solo riusciremo a definire cos’è l’oikos, poi sarà più facile definire che cos’è il logos di ecologia e qual è la differenza che esiste con il nomos di economia. E’ probabile che il parallelismo con il termine economia possa essere d’aiuto a fare luce sul significato intrinseco del termine ecologia.

Dunque, che cos’è l’oikòs comune ad economia ed ecologia, che è però cosa diversa dall’ekòs di ecografia?

L’oikòs di economia indica l’universo in cui agisce l’individuo economico, cioè il mercato dei beni e dei servizi che lo interessano, l’estensione territoriale dove può coltivare, viaggiare, soggiornare; l’estensione culturale a lui affine e comprensibile. Detto in poche parole: il suo mondo, il suo ambiente, il suo universo. Per cui, essere soggetto economico è significato inizialmente essere un soggetto capace di amministrare il proprio ambiente, il proprio spazio vitale inteso come complesso sia di beni ed attività materiali che spirituali. L’attività ed i beni immateriali o spirituali sono da intendere come attività economiche, perché per essere valorizzate hanno pur sempre bisogno di essere scambiate.

Con il progredire della tecnologia questo spazio vitale si è amplificato sempre più, fino a diventare molto vasto, a volte identificabile con il globo intero, anche se l’individuo in molti casi non è conscio di questa estensione, per cui egli può diventare un cattivo soggetto sociale, che amministra male il suo oikòs.

Tutto questo, che è l’oikòs di economia, è lo stesso oikòs di ecologia.

L’uomo economico, cioè l’uomo che amministra (nomia) il suo ambiente, deve essere anche che studia (logia) il suo ambiente, per poter poi essere in grado di amministrare.  Egli deve essere un filosofo, volendola dire con il buon Pitagora che per primo chiamò la filosofia con questo nome, muovendo dal concetto che Dio solo poteva essere sofòs, cioè sapiente, mentre l’uomo doveva appagarsi di essere “filosofo”, cioè amante della conoscenza.

Ora se l’uomo deve essere generalmente “sofo” per potersi occupare di amministrazione e dello studio del suo ambiente, l’attività che si occupa della osservazione, dell’analisi e della amministrazione del proprio ambiente può chiamarsi come vuole, purchè ben chiaramente ad intendere d’aver individuato che cosa l’oikòs sia, come funzioni, e perché funziona. Bisogna trovare un processo che sia onnicompensivo dei fattori ecologici, economici e comunque scientifici, e che allo stesso tempo dia l’idea di possedere le qualità di sofòs pitagorico.

Il termine “sofia”, che abbiamo acclarato come la sola desinenza corretta per indicare una funzione scientifica che voglia ricercare una attività normativa nella scienza, può essere dunque il solo termine da abbinare alla radice “eco” che definisce l’ambito della scienza intorno a cui si indaga.

 

 

Capitolo II

Una Proposta di Metodo

 

 

 

2.1 – L’Ecosofia

Il concetto dell’insieme ecosofico è nato da un’intuizione, da un’impressione: l’impressione che la stupidità non debba essere il fondamento degli esseri viventi, altrimenti contraddirebbero l’istinto alla conservazione della specie.

Ora, come decidere del tipo di indagine da usare quando ci imbattiamo in un problema di questo tipo?

E’ una questione importante, giacchè è chiaro che dalla scelta che facciamo dipenderà che cosa accettiamo come vero o come falso. Ogni tentativo volto a dimostrare che un particolare tipo di indagine è il solo a produrre verità non può mai riuscire. Nessuno può dimostrare la leggittimità del tipo di indagine che usa. L’uso di differenti tipi di indagine condurrà inevitabilmente a differenti idee circo ciò che è vero e ciò che è falso: non appena si usano differenti tecniche di indagine, diventa differente anche la struttura del pensiero.

E’ chiaro che dobbiamo abituarci a considerare la scienza come un procedimento di indagine fra tanti, che non ha bisogno di mostrarsi per forza superiore ad altri procedimenti. E’ la natura stessa dell’argomentoche ci porta ad usare il metodo più appropriato.

In questa ricerca ci siamo proposti di indagare su una verità che non solo non sembra essere sensoriale, ma che non sembra essere nenache conoscibile a patto che non ci si ponga in un aben determinata predisposizione che permette di attuare un meto particolare: “il decondizionamento”.

Solo così si ha la possibilità di formulare una teoria incondizionata, e non di esprimere un’opinione.

La scienza di che cosa possa essere considerato come un fatto concernente il mondo in cui viviamo. La filosofia della scienza tratta della natura del fatto scientifico, ovvero di fatti che concernono fatti concernenti il mondo.

Compito del filosofo della scienza non è quello di scoprire nuovi fatti concernenti il mondo, ma piuttosto quello di considerare da un punto di vista critico ciò che lo scienziato pretende sia un fatto.

L’interesse del filosofo non è pertanto rivolto all’osservazione e all’esperimento, ma piuttosto al significato dell’osservazione e dell’esperimento e alla maniera di interpretarlo.

L’interpretazione delle osservazioni porta alla conoscenza, e il filosofo è particolarmente interessato alla struttura dei fatti e ai loro rapporti.

Possiamo vedere, grosso modo, che cosa si intende per filosofia della scienza confrontando il tipo di questioni che si pone lo scienziato con quelle che si pone il filosofo della scienza.

Facciamo un esempio: la teoria quantitativa della moneta.

Questa teoria definisce, o pretende di definire la relazione tra la quantità di moneta in circolazione ed il livello generale dei prezzi in un sistema economico. Formulata da molto tempo, e tuttora controversa, la teoria ha inizio con l’identità conosciuta come equazione di Fisher:

MV = PT

In cui M è la quantità di moneta, V è la sua velocità di circolazione in ermini di reddito, P è il livello medio dei prezzi e T una misura del flusso dei beni e servizi reali, vale a dire il flusso del reddito reale.

Si tratta di una identità. Il primo termine dell’equazione misura il valore monetario complessivo delle transazioni in un determinato periodo, cioè la quantità di moneta moltiplicata per il numero di volte in cui circola nell’economia per finanziare gli scambi (abitualmente la moneta circola tredici volte in un anno, perché vengo distribuiti tredici mensilità di stipendi e salari). Il secondo termine misura il valore monetario complessivo dei beni venduti.

Poiché il valore monetario complessivo degli scambi deve essere necessariamente uguale al valore monetario dei beni venduti, i due termini dell’equazione sono uguali per definizione.

Tuttavia viene ipotizzato:

che T sia costante in quanto l’economia si trova in condizioni di piena occupazione e vi rimarrà costantemente;

che V è costante, essendo determinata da alcume caratteristiche istituzionali dell’economia, ad. Es., l’intervallo temporale dei pagamenti di salari e stipendi, che determina la misura in cui le abitudini di spesa degli acquirenti coincidono con il fabbisogno di moneta dei venditori (queste caratteristiche si modificano soltanto lentamente nel tempo e possono, pertanto, essere considerate come costanti nel breve periodo).

 

Possiamo allora riscrivere l’identità precedente nella forma dell’equazione:

M = (T/V) P

che, poiché T/V è una costante, implica che variazioni nella quantità di moneta si accompagnino a variazioni proporzionali nel livello dei prezzi.

Da questa semplice teoria discendono vari importanti suggerimenti di politica economica. Secondo alcuni essa implica che l’inflazione può essere controllata dalle autorità monetarie mediante il controllo della quantità di moneta in circolazione. Questa teoria viene usata, senza discutere, da parte dei Governi e delle Autorità finanziarie centrali e, per pura combinazione, qualche volta dà anche qualche risultato.

Ma, se la quantità di moneta è mantenuta costante nell’intento di mantenere fermo il livello dei prezzi, la spesa può tuttavia accrescersi se i consumatori ritirano denaro dai loro depositi bancari, o se le aziende di vendite rateali espandono i loro prestiti. Si sostenne, allora, che quello che conta sono le determinanti della spesa desiderata (cioè i fattori della domanda) e la liquidità complessiva dell’economia. Questa conduce per via logica ad un punto di vista keynesiano di politica economica che si accentra sulle determinanti della domanda globale e dà rilievo alla politica fiscale, anziché alla politica monetaria come mezzo di controllo dell’economia. Nonostante tutto, la teoria quantitativa ha riguadagnato sostenitori a seguito dell’opera di Friedman e della scuola di Chicago.

Ma per il filosofo della scienza sorgono le seguenti questioni:

possiamo definire domanda solo il bisogno supportato da reddito monetario, come pretende di fare la teoria di Fisher, o dobbiamo definire domanda qualsiasi bisogno supportato dalla capacità di scambio (credibilità)?

b) che cos’è la moneta, e che valore reale gli si può attribuire?

 

In realtà la moneta è solo l’espressione di una tacita fiducia che esiste nei confronti dello Stato. La moneta è solo una massa cartacea senza alcun valore reale. Lo Stato può, a suo piacimento, aumentare o diminuire la massa in circolazione, può rivalutarla o svalutarla, per cui può certamente alterare il livello generale dei prezzi. Ma non è certo la quantità di moneta a condizionare il livello dei prezzi, quanto invece lo sono i costi unitari, il rappporto costi/benefici, e la massimizzazione dei profitti dei produttori o dei consumatori (vedi oltre).

In sostanza, la moneta è un’imposizione di potere dello Stato che il cittadino subisce fino a quando non ha più convenienza col credito o col baratta.

Riteniamo che questo esempio possa rendere l’idea sul come e perché molte asserzioni, che si basano su prove empiriche, possano nascondere perplessità razionali che possono essere evidenziate solo con un approccio di tipo filosofico.

Lasciamo ai lettori e ad altri ricercatori più preparati il compito di individuare il termine più corretto per definire il processo conoscitivo con cui vogliamo indagare. Per quanto ci riguarda, non ci interessa seguire il criterio della scientificità, bensì arrivare alla realtà dei fenomeni che osserviamo.

Pertanto, non ci siamo limitati a fare dell’epistemologia, cioè uno studio dei criteri che consentono di qualificare “scienza” una conoscenza, ma abbiamo utilizzato l’approccio gnoseologico in tutte le sue impostazioni (empiriche, razionali, ideali, pragmatiche e di empirismo logico).

Probabilmente per altri ricercatori l’approccio epistemologico poteva anche essere appropriato, ma per un ricercatore che opera su se stesso e su fenomeni (quelli relativi all’oikòs), che potrebbero essere patologici , la condizione essenziale era quella di decondizionarsi, di estraniarsi dai fenomeni osservati e vissuti quotidianamente, per cui né il pragmatismo, né l’empirismo epistemologico di Russel e di Carnap, né altro di conosciuto potevano essere d’aiuto. Probabilmente è stato seguito, consciamente o inconsciamente, l’indirizzo falsificazionista di Karl Raimund Popper, ma di questo forse ci siamo accorti solo a ricerca conclusa.

Per indicare l’attività di cui ci siamo occupati, usiamo il termine ecosofia con il quale ci sembra appropriato indicare un processo che, indagando le cause prime, le ragioni supreme, i principi primi e le ragioni ultime, abbia per scopo di ricomporre ad unità i risultati delle varie discipline dell’oikòs, cioè dell’universo in cui agisce l’individuo sociale, di ricondurre la conoscenza ad unità sintetica, e di stabilire modelli che possano essere verificati con la realtà.

L’ecosofia ha per scopo di indagare i fondamenti delle varie discipline degli esseri viventi, di ricomporre ad unità i loro risultati e di ricondurre il sapere ad unità sintetica.

Nella nostra ricerca abbiamo affrontato l’indagine attraverso lo studio delle seguenti fasi:

il problema gnoseologico o della conoscenza;

il problema logico o della comunicazione;

il problema individuale o morale;

il problema sociale o etico.

 

Pur occupandosi di un settore di indagine ben delimitato, l’ecosofia intende indagare servendosi anche di tecniche e teorie pertinenti ad altre discipline scientifiche, senza esclusione di nessuna omologia che possa fornire lo spunto ad una qualche ulteriore intuizione.

 

2.2 – Scienza universale, scienza particolare, o filosofia?

Per scienza universale è da intendere l’insieme ordinato di cognizioni dipendenti da pricipi certi, postulabili o evidenti, e aventi validità illimitata nello spazio, nel tempo e nel pensiero. La scienza universale contiene concetti generali, astratti, e validi sempre e ovunque, che informano le scienze particolari (discipline) e che sono in esse contenute quanto più la scienza particolare è sviluppata.

Per scienza particolare è da intendere un insieme ordinato di cognizioni dipendenti da principi certi, postulabili o evidenti, che hanno validità in uno spazio, in un tempo ed in un pensiero determinati, cioè in un sistema di riferimento.

Per filosofia è da intendere più che un metodo di conoscenza (scienza, fede, ideologia, ecc.), un desiderio di conoscenza (istinto alla conoscenza), che racchiude e sintetizza tutti i problemi in cui la conoscenza dell’essere vivente è ripartita per fini pratici di studio.

Nell’esposizione dell’indagine è importante che il lettore sia d’accordo nel ritenere che sia possibile una scienza universale, valida sempre (dall’inizio alla fine diell’esistenza) e ovunque (su questo mondo, o su qualsiasi altro mondo possibile), e che si contrapponga a scienze particolari valide solo in determinati sistemi di riferimento.

Quello che vogliamo anticipare in questo paragrafo è che l’ecosofia viene assunta come un metodo di indagine in cui il ricercatore si libera da ogni archetipo, da ogni cultura, da ogni condizionamento o conoscenza di comodo.

 

2.3 – Il problema della conoscenza.

Quando nella ricerca ci siamo trovati di fronte all’intuizione di “insieme ecosofico”, si è posto il problema primario di come conoscerlo.

L’intuizione, generata da un puro concetto immaginario, era che possa esistere in natura un ordine spontaneo che porta tutti gli esseri viventi ad associarsi secondo regole e schemi prestabiliti. Certo, l’idea non è nuova, né originale, ma se fosse provata, potrebbe essere sconvolgente. L’approccio alla ricerca è stato, quindi, del tutto idealista, o fantastico. Ci si rendeva conto, comunque, che in  caso positivo ci sarebbero stati enormi problemi di comunicazione dei risultati dell’indagine, soprattutto per quanto poteva concernere l’attendibilità e la verificabilità scientifica degli stessi. Del resto, l’impressione del ricercatore era netta, ed i presupposti di altri ricercatori incoraggiavano a proseguire in quella direzione. La natura della ricerca concedeva ben poche possibilità di verifiche empiriche per la complessità del processo da verificare. Inoltre, un processo conoscitivo puramente empirico non ha mai convinto del tutto nessun ricercatore. Troppe cantonate dimostrano come l’empirismo leghi il ricercatore a pratiche e tecniche del momento, che l’avvento di nuovi processi e nuove conoscenze possono dimostrare come l’empirismo di “allora” altro non era che un concetto di comodo.

Ci si rendeva conto che l’intuizione poteva essere verificata solo con un processo razionale non condizionato, giacchè il condizionamento, al quale ogni ricercatore è soggetto, ci spingeva continuamente fuori argomento. Era come chiedere di essere razionali ad un malato di mente, o di essere sterile ad un tecnico in laboratorio.

Per poter essere sterile il tecnico di laboratorio usa l’accorgimento della tuta sterile, che lo isola perfettamente dall’ambiente che lo circonda. Nella nostra ricerca abbiamo cercato di indossare qualcosa di simile che ci isolasse completamente dal campo della ricerca. Questo indumento non poteva essere altro che un particolare processo mentale che ci permettesse di essere senza condizionamento mentale. Questo processo mentale lo abbiamo costruito su alcuni principi di filosofia indiana, e speriamo che abbia funzionato.

Oltre al problema della sterilizzazione (decondizionamento), che doveva avvenire ogni qualvolta si rientrava nel contesto della ricerca, dovevamo affrontare un altro aspetto non da poco: la conoscibilità della verità di cui si andava in cerca.

In altre parole: come si fa a conoscere la morte se questa è la negazione di tutto? Come si fa a conoscere la creazione se questa è l’affermazione di tutto? Come si fa a conoscere qualsiasi cosa che non sia nella capacità conoscitiva della nostra mente?

Ci si rendeva conto, in effetti, che molte verità sono inconoscibili per definizione, quindi per la incapacità di attuare un buon ragionamento, ovvero una logica coerente.

 

2.4 – Il problema logico

La logica è la parte della conoscenza che ha per oggetto l’attività razionale (il buon ragionamento) della intelligenza umana. Pertanto è la scienza particolare dei procedimenti mediante i quali da una proposizione principale si traggono le altre proposizioni che vi sono contenute. La logica ci dà un insieme di regole, o canoni utili a rettamente dirigere il nostro ragionamento.

La logica fu elevata a scienza da Aristotele; nel Medioevo fu ridotta a sterile arte del disputare; Leibniz la trasformò in una teoria di metodi dell’indagine scientifica; Hegel la definì metafisica pura.

La logica che abbiamo usato nella nostra ricerca è composta dai seguenti elementi essenziali:

 

a) L’ARGOMENTO

è una sequenza coerente (non contraddittoria) di espressioni (connettori logici) che, combinando le premesse (teorie scientifiche) guidano ad un risultato (conclusione).

Compito della logica è quello di fornire argomenti che combinino correttamente le premesse per arrivare ad una conclusione. Non è compito della logica verificare se le premesse siano vere o false; questo è compito della scienza o della disciplina pertinente.

Un argomento è coerente quando usa le regole formali del linguaggio con cui si esprime.

Un argomento è valido se la conclusine deriva dalle premesse: in altre parole, se un argomento è coerente, e le premesse sono valide, la conclusine è certamente valida. In un argomento coerente non è possibile che tutte le premesse siano vere e che la conclusione sia falsa.

La logica viene utilizzata per verificare se un argomento è coerente, ma non viene mai usata per stabilire se una premessa è vera. Una volta che si è dimostrato che un argomento è valido, allora tutti gli altri argomenti aventi la stessa formula generale sono da considerare validi, anche se le loro premesse sono diverse.

 

– il sillogismo

è un argomento di tipo particolare con tre  affermazioni: i) la premessa principale (che spesso asserisce una relazione generale tra le classi di oggetti); ii) la premessa secondaria (che asserisce qualcosa circa un caso specifico); iii) la conclusione (che consegue da quelle premesse.

Nella logica usata nella ricerca il linguaggio comune viene a volte sostituito con un linguaggio formale, grazie al quale è possibile esplicitare la struttura sintattica delle preposizioi in termini di operatori logici (connettivi, modali, quantificatori), così da eliminare la vaghezza e l’ambiguità del linguaggio ordinario.

 

– il connettivo

è un operatore logico che, opportunamente applicato a enunciati, genera enunciati più complessi. Oltre alla negazione (corrispondente alla particella “NON” , o meglio alla locuzione “non si dà il caso che”, che è convenzionalmente considerata un connettivo unitario, i connettivi di uso più comune sono la congiunzione “e”, la disgiunzione “o”, l’implicazione “se, allora”, il bicondizionale “se, e solo se”.

Nella logicamatematica essi vengono normalmente utilizzati come operatori verofunzionali, in modo tale che la verità degli enunciati con essi composti dipenda dalla verità o falsità degli enunciati componenti, secondo leggi combinatorie. Esempi di operatori verofunzionali sono gli operatori modali, ad es., quello di necessità (è necessario che), o implicazione stretta.

 

– il quantificatore

indica un corrispettivo formale di locuzioni quali “per ogni” oppure, “esiste un”, ecc.

privi di un significato autonomo, al pari dei connettivi di un significato autonomo, questi operatori logici concorrono a caratterizzare la struttura degli enunciati.

 

– l’algebra booleiana

la logica con la quale le operazioni eseguite su variabili possono avere solo due valori: 1(vero), 0(falso).

I computer consistono di circuiti elettronici (flip-flop) che possono trovarsi vicendevolmente in due stati (on-off), chiamati 1, oppure 0. Sono collegati da circuiti (gates) che rappresentano le operazioni logiche di “NOT”, “AND”, “OR”.

 

– l’antecedente

è la parte di un’affermazione condizionale tale che, se l’antecedente è vero, allora l’altra parte (conclusione) deve anche essere vera. In altre parole, l’antecedente è il “se” di una affermazione condizionale. Ad es., nellìaffermazione “Se ti piace la pizza, allora ti piace anche il pomodoro”, l’antecedente è “ti piace la pizza”.

 

– l’ipotesi

è la proposizione che si vuole dimostrare. Il termine è usato anche per indicare l’antecedente di un’affermazione condizionale.

 

– l’antitetico

dell’affermazione “A include B” è l’affermazione “non B include non A”.

L’antitetico è l’quivalente dell’affermazione originale. Se l’affermazione originale è falsa, l’antitetico è falso, e viceversa. Ad es., l’affermazione “se x è un numero razionale, allora x è un numero reale”, ha l’antitetico in “se x non è un numero reale, allora non è un numero razionale”.

 

– l’inverso

di un’affermazione del tipo “se, allora” è formato dall’interscambiabilità di “se” e “allora”. L’inverso di un’affermazione vera può essere vero o faslo: Ad es.:

Affermazione vera: “se un triangolo è rettangolo, allora il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti”.

Inverso vero: “Se il quadrato dell’ipotenusa di un triangolo è uguale alla somma dei quadrati dei cateti, allora è un triangolo rettangolo”.

Affermazione vera: “se sei in magistratura, vieni dalla facoltà di giurisprudenza”.

Inverso falso: “se vieni dalla facoltà di giurisprudenza, allora sei in magistratura”.

 

– l’equivalenza

di due affermazioni logiche si ha quando esse hanno due soluzioni della stessa verità.

 

– la necessità

in una affermazione del tipo a →b, è una condizione necessaria per a per essere vera. Ad es., “avere quattro angoli da 90° è condizione necessaria ad un quadrilatero per essere un quadrato” (ma non è una condizione sufficiente).

 

b) LA FORMULA

può essere un assioma o una dimostrazione.

 

– l’assioma

è una formula (affermazione espressa in formula ) assunta come vera senza prova, o perché verità evidente per se stessa che non ha bisogno di dimostrazione, o per mancanza di una tecnica di dimostrazione. Assioma è sinonimo di postulato.

 

– la dimostazione

in un sistema formale è una sequenza ordinata e finita di formule, ciascuna delle quali o è un assioma, o è ottenuta dalle formule che la precedono per applicazione di una delle regole ammesse dal sistema formale. L’ultima formula della dimostrazione prende il nome di “teorema”. Il teorema è un’affermazione dimostrata. Il “lemma” è un teorema che è dimostrato come un aiuto per dimostrare un altro teorema.

 

– la prova indiretta

è il metodo che, assunto un teorema come falso, se dimostra che questa affermazione è una contraddizione, afferma di conseguenza che il teorema è vero.

 

c) IL SISTEMA FORMALE

è costituito, in generale, da due serie di regole ben definite: le regole di formazione, e le regole di inferenza.

Le regole di formazione determinano il linguaggio (simbolico), fissando l’insieme dei simboli primitivi, e individuano nell’insieme di tutte le sequenze finite di simboli primitivi quelle sequenze che costituiscono i termini e le formule (intuitivamente) “i nomi” degli oggetti di cui parla la teoria formalizzata nel sistema e le sue “proposizioni”).

Le regole di inferenza individuano, nell’insieme di tutte le formule, quelle particolari che costituiscono gli assiomi e, inoltre, fissano il concetto di dimostrazione. In un sistema formale le dimostrazioni risultano essere semplicemente delle sequenze finite di formule: quelle ottenute per reiterata applicazione delle regole di deduzione, a partire dagli assiomi.

La caratteristica fondamentale di tutte queste regole è la loro effettività: essa permette di decidere meccanicamente, in un numero finito di passi: se un dato segno è simbolo primitivo; se una qualunque sequenza di simboli primitivi è un termine o una formula; se una qualunque formula data è un assioma; se una data sequenza di formule è una dimostrazione.

Va osservato che dalla effettività della nozione di dimostrazione non discende quella di teorema: le regole, infatti, non forniscono in generale un metodo per accertare, data una qualunque formula, se questa possiede una dimostrazione e, in caso affermativo, per costruirla.

Il senso ultimo della sostituzione a teorie intuitive di corrispondenti sistemi formali è che in tal modo le teorie diventano completamente oggettivate, e si rende così possibile una rigorosa scienza delle teorie.

Fra i più importanti problemi che concernono i sistemi formali si hanno:

la completezza semantica: (se tutte le formule sono valide, sono teoremi);

la categoricità: (quando tutti i modelli del sistema formale sono isomorfi);

la completezza sintattica: (se ogni formula del sistema è o dimostrabile o refutabile);

la coerenza: (quando non sono dimostrabili una formula e la sua negazione);

l’indipendenza: (quando nessuno degli assiomi è dimostrabile a partire dagli altri);

la decidibilità: (se esiste un metodo effettivo per determinare quando una qualunque formula è o no un teorema).

 

– la semantica

è quella parte della logica che prende in esame le regole per l’assegnazione dei significati e dei valori di verità ai termini ed alle espressioni sintatticammente corrette.

Dallo studio della semantica dei sistemi formali è nata la teorie dei modelli, mentre dai problemi relativi alla possibilità di risolvere in modo effettivo i problemi sintattici posti dalle teorie matematiche ha preso le mosse la teoria della ricorsività.

Nel corso dell’esposizione del lavoro si potrà far ricorso a modelli matematici ed a modelli teorici, lasciando ovviamente a fasi più avanzate della ricerca l’eventuale verifica con modelli tecnici.

Per modello matematico si intende l’insieme di relazioni quantitative (al limite una sola equazione) che derscrivono in modo esemplificato un certo numero di fenomeni, ed usate sia nella formulazione di teorie, sia nella loro verifica empirica.

Per modello teorico si intende uno schema teorico di un fenomeno sperimentale, o di un ente fisico, le cui leggi di comportamento coincidono con quelle desunte dall’esperienza. Ad es., alcune leggi ottiche, le leggi atomiche e subatomiche, e molte leggi chimiche risultano comprensibili soltanto ammettendo valido un particolare modello di atomo: è necessario, infatti, ricorrere ad un’astrazione, cioè ad un modello, dal momento che è possibile soltanto l’osservazione diretta dei fenomeni naturali conseguenti all’esistenza degli atomi e non l’osservazione degli atomi stessi, delle particelle che li compongono, e delle mutue interazioni fra particelle nel corso di fenomeni diversi.

Ogni disciplina tende a costruire un modello quanto più generale possibile del proprio campo di indagine, ed il continuo arricchimento dei dati sperimentali ha come conseguenza la revisione ed il perfezionamento del modello stesso.

La fisica tende ad un modello matematico-geometrico della natura.

Per modello tecnico si intende la riproduzione di un sistema materiale (meccanico, termodinamico, fluidodinamico, acustico, ecc,) allo scopo di studiarne empiricamente la natura, le leggi che lo governano e l’influenza sul complesso delle singole variabili che lo caratterizzano.

Perché il modello sia valido, deve essere fisicamente al sistema che riproduce. Ciò non significa che il modello debba essere necessariamente una riproduzione in scala del sistema, ma è necessario che i calcoli richiesti per trasferire al sistema i risultati ottenuti sul modello siano meno complessi di quelli richiesti per un procedimento analitico.

 

– la ricorsività, o funzione ricorsiva

è una funzione matematica che studia e determina la classe di problemi per i quali esiste un procedimento di risoluzione o di calcolo effettivo, chiamato algoritmo.

Algoritmo è un insieme di istruzioni eseguibili in modo meccanico e per un numero definito di volte per la risoluzione di una determinata classe di problemi. La controparte formale della teoria generale degli algoritmi, nella quale viene precisata la nozione di operazione effettiva, o calcolabilità, è la teoria della ricorsività.

In stretta connessione con la funzione ricorsiva sono le nozioni di insieme decidibile e di insieme semidecidibile.

 

d) IL METODO

Il metodo di logica può essere di tipo deduttivo o induttivo.

La deduzione è una conclusione alla quale si arriva col ragionamento.

L’induzione è il processo di ragionamento che parte da circostanze particolari per arrivare ad una cocnlusione generale.

La logica è scienza estremamente semplice, e come tutti i meccanismi semplici può essere difficile da concepire, ma estremamente affidabile. Una volta compresa è facile da applicare, quasi ridicola.

Il modo doveva attendere diciotto secoli prima che la logica matematica greca trovasse dei successori. Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo della nostra era, in particolare Leonardo da Vinci e Galileo Galilei riscoprirono il segreto, noto ad Archiemde, di mettere in relazione concetti matematici astratti con la ricerca sperimentale dei fenomeni naturali. Nel frattempo, il lento progresso della matematica e l’accumulazione di più accurate conoscenze astronomiche avevano posto i filosofi della natura in posizione molto più vantaggiosa per la ricerca. Anche l’autoritarismo molto individualistico, caratteristico di quel periodo, e l’avidità d’esperienza personale, indussero i pensatori a voler indagare per conto proprio in ciò che succedeva, e venne in pratica scoperto il sgreto della relazione tra la teoria matematica e l’esperimento del ragionamento induttivo. Fu un gesto molto tipico di quel periodo che Galileo, un filosofo, facesse cadere dei pesi dalla torre pendente di Pisa.

Ci sono sempre uomini di pensiero e uomini d’azione; la fisica metematica è il prodotto di un’epoca che riuniva negli stessi uomini gli impulsi a pensare con gli impulsi ad agire. Inoltre, l’invenzione del calcolo differenziale ha segnato una svolta decisiva nella storia della matematica.

Il progresso della scienza si divide in periodi caratterizzati da una lenta accumulazione dei concetti ed in periodi in cui, a motivo del nuovo materiale di pensiero così npazientemente riunito, qualche curioso, con l’invenzione di un nuovo metodo, o d’una nuova tecnica, improvvisamente trasforma l’intero argomento, portandolo ad un livello più alto. Questi periodi contrastanti nella storia del cammino del pensiero sono stati paragonati da Shelley alla formazione di una valanga:

“La valanga risveglata dal sole! la cui massa

Tre volte setacciata dalla tempesta si era data convegno là

Fiocco dopo fiocco, come nelle menti che scutano l’infinito,

Si accumula un pensiero dopo l’altro, finchè una grande verità

Viene rivelata, e le nazioni riecheggiamo intorno……..”.

L’apporto finale del raggio di sole che risveglia la valanga non è necessariamente di importanza maggiore e paragone delle altre forze della natura che hanno contribuito alla sua lenta trasformazione.

Nella scienza il curioso che ha l’occasione e la fortuna di produrre l’idea finale che trasforma un’intera regione di pensiero, non è necessariamente superiore a tutti quelli che l’hanno preceduta lavorando alla formazione preliminare dei concetti.

Se consideriamo la storia della scienza, appare da sciocchi e ingrati limitare la nostra ammirazione con meraviglia stupita agli uomini che hanno compiuto il passo decisivo verso una nuova epoca.

Nel caso particolare che esaminiamo, l’argomento (il calcolo differenziale) aveva avuto una lunga storia prima di assumere forma definitiva nelle menti dei suoi inventori. Vi è qualche traccia dei suoi metodi perfino tra i matematici greci e, finalmente, poco prima che l’argomento venisse effettivamente presentato, Fermat (1601-1665), un eminente matematico francese, ne aveva tanto migliorato in concetti precedenti, che si può dire venisse creato da lui. Fermat, inoltre, si può vantare di essere anch’egli inventore della geometria analitica in compagnia del suo contemporaneo e compatriote Cartesio: In effetti è stato da Cartesio che il mondo della scienza ha ritrovato i nuovi concetti, ma Fermat vi era senz’altro arrivato per conto suo.

Non dobbiamo, tuttavia, lesinare la nostra ammirazione a Leibniz. Newton era un matematico e uno studioso di fisica, Leibniz era un matematico ed un filosofo, e ciacuno di loro nel proprio campo fu uno dei massimi geni che il mondo abbia conosciuto.

L’invenzione contemporanea fu causa di uno spiacevole e poco dignitoso litigio. Newton usava il Metodo delle flussioni, come le chiamava lui, gia nel 1666, e lo impiegò nella stesura dei “Principia”, anche se nell’opera che venne data alle stampe si evita ogni notazione algebrica particolare. Ma non pubblicò un’esposizione diretta del suo metodo fino al 1693, mentre Leibniz pubblicò la sua prima esposizione nel 1684, e per questo venne accusato dagli amici di Newton di averla tratta da un manoscritto delo stesso Newton, che gli era stato mostrato in privato. Leibniz accusò, a sua volta, Newto di averlo plagiato. Adesso no esistono quasi più dubbi che ad ognuno di esssi deve essere riconosciuto il merito di ever fatto la scoperta da solo. L’ergomento era arrivato al punto in cui era maturo per essere scoperto, e non c’è niente di sorprendente nel fatto che due oumini di tale capacità l’abbiano scoperto indipendentemente l’uno dall’altro.

Queste scoperte contemporanee sono abbastanza frequenti nella scienza. In generale le scoperte non vengono effettuate prima che vi si sia indotti dall’andamento del pensiero precedente, ed in quel momento molte menti sono all’affannosa ricerca dell’idea importante. Si affacciano subito alla mente l’enunciazione simultanea della legge della selezione naturale di Darwin e Wallace, e la scoperta simultanea di Nettuno da parte di Adams e dell’astronomo francese Leverrier. Le contese a chi debba essere riconosciuto il merito vegono spesso influenzate da un poco lodevole spirito di nazionalismo. La riflessione veramente confortante suggerita dalla storia della matematica è l’unità di pensiero e di interesse tra uomini di così tante epoche, così tanti Pesi, così tante razze. Indiani, Egiziani, Assiri, greci, Arabi, Italiani, Francesi, Tedeschi e Russi, tutti hanno dato dei contributi importanti al progresso della scienza. Certamente, l’invidiosa esaltazione del contributo di una nazione particolare non ne sta a dimostrare lo spirito più generoso. L’importanza del calcolo differenziale è dovuta alla natura stessa del nostro argomento, che è los tudio sistematico delle quote di incremento delle funzioni. Questo concetto ci si presenta immediataamente nello studio della natura: la velocità è la quota di incremento della distanza percorsa; l’accelerazione è la quota di incremento della velocità. Così, l’idea di cambiamento, che sta alla base dell’intera nostra percezione dei fenomeni, suggerisce immediatamente la ricerca dell’entità del cambiamento.

I termini familiari “rapidamente” e “lentamente” acquisiscono significato per il tacito riferimento all’entità del cambiamento. Così il calcolo differenziale si interessa proprio della chiave per accedere alla posizione dalla quale la matematica può venire applicata con successo alla spiegazione del corso della natura. L’approccio ecosofico prevede che l’analista conosca compiutamente il valore delle variabili delle funzioni che esistono in natura, o che vengono a stabilirsi per l’intervento dell’uomo tra gli argomenti dell’ecosofia, e che usi poi la logica per agire.

In altre parole, ogni decisione e conseguente azione che l’uomo intraprende nella gestione del suo oikòs deve essere dettata dalla conoscenza dei fenomeni, altrimenti ogni intervento è arbitrario.

 

e) IL PROBLEMA MORALE O INDIVIDUALE, ETICO O SOCIALE.

L’etica è stata definita inizialmente scienza della morale che ha per oggetto le leggi del giudizio in quanto esso ci consente di distinguere il bene dal male, accogliendo il primo e respingendo il secondo.

Per Aristotele l’uomo è morale perché è sociale, e la moralità ha nella società il primo fondamento; di qui l’umanità è giunta a riconoscere il valore e la necessità di una legge morale.

Dal Cristianesimo fu connessa al dogma, dal quale venne successivamente distaccata dalla filosofia moderna che, dapprima le diede una base psicologica, poi vi applicò il principio kantiano secondo cui la moralità non è altro che la propria intima legalità della ragione (imperativo kantiano).

Mentre i filosofi kantiani solevano porre l’etica al di sopra della moralità, Hegel designò con l’etica il campo della moralità e con la morale il campo dell’intenzione soggettiva. In Francia (Comte) ed in Inghilterra (Spencer) posero alla base dell’etica il principio dela sociologia.

In questa ricerca:

con il termine “morale” si indica una serie di principi che distinguono il bene dal male e che servono a disciplinare il comportamento tra l’individuo e se stesso, oppure tra l’individuo ed il suo Dio. In entrambi i casi la morale è un fatto strettamente personale e non può essere giudicata se non viene comunicata. Può essere un insieme di regole ferree o lassiste, originali o comuni; può esistere o non esistere. Nessuno può giudicarla, perché è la razionalità individuale che, fino a quando non sconfina nella sfera di libertà individuale di un altro non è né bene, né male. Diventa bene quando la sua applicazione apporta un vantaggio (materiale o spirituale) al prossimo; diventa male quando gli apporta uno svantaggio.

Con il termine “etica” si intende un complesso di principi, che distinguono il bene dal male, e che servono a disciplinare i rapporti tra i singoli individui all’interno di una società, oppure i rapporti di un individuo con la società. In ogni società evoluta questo principio non va confuso con una regola generale e astratta dettata da una maggioranza su una minoranza, bensì con la tutela da parte della società (la Legge) del principio di bene di ogni singolo individuo.

Mentre la moralità può contenere qualsiasi principio di restrizione della libertà, proprio perché è un fatto interno all’individuo che non può essere contestato fino a quando non danneggia altri, l’etica è un insieme di regole che deve disciplinare i rapporti sociali, e che non può pertanto restringere la libertà individuale di nessuno. Ogni regola etica è valida quando apporta un vantaggio a tutti, alla società nel suo complesso e agli individui nel loro particolare.

Le regole funzionali dell’etica e della morale essenziali ai fini di questa ricerca sono:

a) il principio del valore

b) il principio dell’obbligazione.

La prima pondera il significato dei termini esprimenti qualità (buono, cattivo, desiderabile, indesiderabile), ovvero la natura del beneficio ecosofico; la seconda pondera il significato dei termini esprimenti obbligo (giusto, ingiusto, onesto, disonesto), ovvero la natura della giustizia ecosofica.

Moralità è la razionalità (logica) che guida l’istinto di libertà a non degenerare in licenza o in alienazione; nell’educazione morale tutto è concesso all’uomo tranne che la licenza o l’alienazione sociale.

Eticità è la razionalità che guida l’insieme ecosofico a non degenerare in imposizione di potere o in emarginazione: quindi a tendere verso un modello anacratico.

 

 

Capitolo III

La genesi dell’ecosofia

 

 

 

 

3.1 – Gli istinti

Gli istinti evidenziati dalla ricerca sono:

l’istinto alla sopravvivenza

l’istinto alla riproduzione

l’istinto alla conoscenza

l’istinto alla libertà

l’istinto allo scambio.

 

L’istinto è un programma scritto dalla natura nella mente di ogni essere vivente.

Si acquisisce con la nascita e si sviluppa durante la crescita.

E’ facilmente condizionabile dalla cultura che si acquisisce.

Gli istinti sono individuali e con intensità variabile tra loro e per ogni essere vivente.

L’istinto condizionato dalla cultura si comporta come un archetipo trasmissibile nella catena della riproduzione.

 

a) L’istinto alla sopravvivenza

L’istinto alla sopravvivenza è uno stimolo innato che guida tutte le specie viventi nel raggiungere con ogni mezzo la conservazione (sempre e comunque) al mutare di ogni circostanza, o di fronte ad ogni pericolo immediato o futuro, purchè identificato e riconosciuto come tale.

Nell’ambiente naturale l’istinto di sopravvivenza si manifesta in forme diverse in funzione della cognizione di minaccia che l’essere percepisce. La forma più evidente si ha quando alla violenza si reagisce con la violenza; la meno violenta quanda si reagisce con l’adattamento.

L’istinto alla sopravvivenza è un archetipo estremamente forte, ma comunque modificabile, perfino cancellabile.

L’essere umano può rinunciare a questo istinto per manipolazione genetica, per condizionamento psicologico, o per edonismo (la morte è un rimedio più vantaggioso della condizione corrente). Vige anche in alcune specie animali il principio edonistico della morte ripetto ad una situazione di privazione di libertà.

Questo istinto spinge indistintamente tutti gli esseri viventi all’evoluzione (quando possibile) pur di adattarsi a condizioni avverse che ne minacciano la sopravvivenza.

Ogni cambiamento di struttura o di funzione nell’ambiente provoca una reazione di sopravvivenza, che innesca un processo di conflitto con l’elemento che impatta con l’ambiente colpito, aumentando l’entropia, a causa dell’aumentata entalpia, nella sfera di libertà.

La patologia di questo istinto genera quello che Freud ha definito la “pulsione di morte”, comprese le pulsioni aggressive e distruttive.

L’istinto alla sopravvivenza è attività che non può essere confinata né nel tempo, né nello spazio, né nelle modalità: ogni essere vivente tende alla conservazione ovunque, comunque, e sempre.

Dall’istinto alla sopravvivenza derivano bisogni materiali ed immateriali quali quelli alimentari, sanitari, climatici, di comunicazione, di scambio, di libertà, e di conoscenza.

La paura è il segnale di allarme per il pericolo di sopravvivenza, ma nelle situazioni più sofisticate possono intervenire elementi culturali.

La paura è una condizione che non tutti gli esseri viventi acquisiscono nello stesso tempo, con le stesse modalità, o con la stessa intensità.

Mentre alcuni esseri dimostrano di avere un certo senso di paura come elemento acquisito con la nascita (archetipo), altri fanno chiaramente capire che questa è una acquisizione culturale. Negli esseri vegetali questo campanello di allarme sembra un archetipo (insieme di cognizioni innate in parte modificabili nel lungo periodo dall’esperienza) che si attiva senza un processo culturale.

E’ probabilmente il concetto di paura appreso durante la conoscenza che rende l’essere vivente razionale nella ricerca della sopravvivenza. I piccoli che non conoscono ancora il senso della paura sono i più vulnerabili nella ricerca della sopravvivenza.

Solo quando la paura da elemento fisiologico diventa elemento patologico, allora e solo allora rende l’essere irrazionale.

L’istinto alla sopravvivenza è il primo istinto in ordine temporale dopo la nascita che ogni essere vivente acquisisce.

L’istinto alla sopravvivenza è inversamente proporzionato all’istinto alla conoscenza.

In effetti, più è forte l’istinto alla conoscenza, più è debole quella forma di paura che ci allerta sul pericolo di sopravvivenza.

 

b) L’istinto alla riproduzione

L’istinto alla riproduzione viene acqusito da ogni essere vivente in un certo tempo dopo la nascita.

Prima di questo alcuni esseri viventi possono aver acquuisito altri istinti.

La riproduzione asessuata, tipica di molte specie di piante e degli animali più semplici, è attuata da un solo  individuo senza intervento di cellule germinali esterne, e geneticamente dà origine ad individui identici al genitore. Generalmente essa è più presente nei climi freddi che in quelli caldi o tropicali.

La riproduzione sessuata è presente in individui che hanno acquisito un certo grado di complessità, e consiste nella coniugazione di due cellule che provengono da individui separati, di sesso diverso.

Essa ha quindi lo scopo di aumentare la variabilità della specie attraverso il rimescolamento dei due patrimoni genetici, e quindi di aumentare la probabilità di sopravvivenza della specie stessa.

Una riproduzione sessuata è più resistente ai batteri proprio per la differenza genetica dei suoi componenti, che non permette un’aggressione batterica generalizzata.

Esiste un rapporto diretto tra la capacità di sopravvivenza e l’istinto alla riproduzione, per cui più diminuisce la prima, più aumenta il secondo.

Le cause di questo rapporto sono individuabilinelle condizioni di sopravvivenza dell’ambiente naturale e, soprattutto, in quelle dell’ambiente umano. Quindi, non sono solo fattori naturali che condizionano questo rapporto, ma soprattutto quelle culturali. Certamente la riproduzione umana comporta problemi molto maggiori di quelli di qualsiasi animale, ma appare indubbio che, proprio per fenomeni di cultura, l’uomo moderno dimostra di non possedere una chiara visione della funzione riproduttiva. Il suo controllo è uno dei problemi maggiori che l’umanità dovrà affrontare per non esserne schiacciato in tempi piuttosto vicini.

Nella riproduzione l’uomo ha dato, comunque, dimostrazione di saper gestire razionalmente e spontaneamente un problema di natura quale la “patologia autosomica recettiva”, considerando non corretta la riproduzione tra esseri della stessa famiglia: il “tabù dell’incesto” è una legge di natura largamente accettata dagli uomini, basata proprio sulla teoria della riproduzione sessuata. Questa è una dimostrazione che l’istinto alla conoscenza, quando è libero, funzione molto meglio di qualsivoglia norma di diritto.

Oltre che a questa patologia biologica, la riproduzione può essere affetta da patologia psicologica, generalmente causata da pregiudizi culturali, quali il razzismo, la classe sociale, la differenza culturale.

Le popolazioni (vegetali, animali, umane) meno evolute nella conoscenza presentano un indice di natalità più elevato di quelle in cui la conoscenza è più sviluppata, proprio perché debbono sopperire ad una minore capacità di sopravvivenza.

La mancanza di scambio o socializzazione è un elemento ostativo alla capacità riproduttiva.

Nelle sue forme questa carenza può minacciare anche la sopravvivenza stessa degli esseri viventi di ogni specie: senza socializzazione la riproduzione sessuata non è cosa possibile.

I bisogni materiali ed immateriali derivanti da questo istinto sono gli stessi legati all’istinto alla sopravvivenza.

Il sesso, come espressione dell’ambiente umano, non ha nessun legame con l’istinto alla riproduzione. E’ un fatto puramente di cultura legato al raggiungimento di un vantaggio (il piacere fisico) che l’istinto alla riproduzione pone negli organi genitali, proprio per facilitarne l’attuazione, senza averne gli svantaggi della procreazione.

 

 

c) L’istinto alla conoscenza

Quello alla conoscenza è l’istinto che spinge tutti gli esseri viventi ad acquisire esperienze che gli permettano di facilitare l’esercizio di tutti gli altri.

La riproduzione sessuata, in effetti, è una pratica basata sulla conoscenza. Nell’essere umano la facoltà conoscitiva non è utilizzata solo a livello istintivo come negli altri esseri viventi, ma anche sentimentale, in quanto la consocenza interagisce con i sentimenti per affinarne le capacità razionali stesse. Forse è prorpio una maggiore capacità istintiva di conoscenza che ha portato l’intelligenza umana a svilupparsi più di quanto non abbiano fatto le altre forme di intelligenza.

Questa differenza di potenziale naturale e la cultura che la supporta potrebbe, però, essere la causa di maggior contrasto ecosofico che l’uomo può generare con il suo ambiente. Un istinto di conoscenza troppo pronunciato potrebbe portare ad una cultura perversa che potrebbe alimentare sentimenti di edonismo morboso. Quello della conoscenza è un bisogno umano che non gode del requisito della soddisfacibilità. Più si conosce , più aumenta il desiderio di conoscere.

Conoscenza non è assolutamente sinonimo di cultura.

La conoscenza appartiene alla funzione intuitiva e dimostrativa del vero/falso, mentre la cultura appartiene alla funzione sentimentale del bene/male.

La prima è una funzione universale; la seconda una funzione particolare limitata nel tempo e nello spazio. La cultura è una funzione esclusivamente umana; la conoscenza è presente in tutto il mondo vivente.

La conoscenza è la funzione attraverso la quale gli organismi viventi sono progressivamente derivati da forme più semplici nel corso di un processo continuo nel tempo.

Un esempio di conoscenza nel mondo vegetale è quello che ha permesso a molti organismi di sviluppare resistenza, fino ad immunizzarsi, ad alcuni tipi di pesticidi, o a mutamenti di condizioni ambientali.

 

d) L’istinto alla libertà

L’istinto alla libertà è una condizione mentale guidata dal principio edonistico.

Per principio edonistico si intende una condizione individuale o collettiva che procuri condizioni di reciproci vantaggi. Indicata con la teoria dei giochi, questa condizione appertiene ad un gioco “a somma non zero”. La condizione opposta è quella caratterizzata da imposizione o costrizione, che porta a emarginazione o alienazione. Secondo la teoria dei giochi quest’ultima appartiene alla categoria dei giochi “a somma zero”.

L’uomo non è nato in una valle di lacrime, come la dottrina cristiana, ad es., vorrebbe far credere, ma in una “valle piacevole”, che è degenerata in valle di lacrime per fenomeni culturali di ambiente puramente umano.

L’edonismo è qui da intendere non come ricerca dell’utilitarismo, giacchè non è qualcosa di utile inteso in senso economico quello che l’istinto propone. Non è nenache eudemonismo, giacchè non è la ricerca della felicità intesa dai sofisti come successo o fortuna, o da Socrate come virtù. Piuttosto è razionalità aristotelica, dove per razionalità si intende intelligenza non condizionata, né imposta, ma libera di esprimere le sue capacità di natura.

Nell’ambiente umano è socializzazione nel rispetto dell’individualità.

Nell’ambiente animale, pur rivestendo forme e categorie meno diversificate (ma tutte connesse all’istinto edonistico), è la possibilità di esprimere senza imposizioni (ma con tutte le restrizioni naturali del caso) gli istinti alla sopravvivenza e alla riproduzione.

Tuttavia, in animali più semplici si hanno esempi in cui, ad una quasi totalità di casi in cui la libertà è da giudicare come condizione di natura, si contrappongono alcuni casi sbalorditivi in cui, ad. es., formiche impongono la schiavitù ad animali simili, come se questi insetti avessero seguito lo stesso percorso culturale dell’uomo.

La libertà è una forza di natura, un’energia vitale che gestisce l’ordine, o meglio il disordine sociale (entropia sociale), vale a dire il grado di organizzazione spontanea di ogni società vivente.

Quando l’energia caoticamente ordinata della libertà, che ha pur sempre un ordine naturalmente precostituito, viene compressa a causa dell’imposizione di un potere, la tensione sociale aumenta, perché l’entalpia del potere aumenta inevitabilmente l’entropia del sistema.

Chi ha dimestichezza con la scienza fisica avrà l’impressione che si stia cercando di applicare il secondo principio della termodinamica alla scienza sociale, così come Nicolas Georgescu-Roegen ha fatto con la teoria economica.

Vediamo!

La teoria fisica proibisce la diminuzione dell’entropia di un sistema completo: neppure la macchina più efficiente è in grado di recuperare l’energia dissipata nell’ambiente come attrito, per cui in ogni processo termico si genera una dispersione di energia nell’ambiente.

La teoria entropica dell’economia sottolinea che i processi economici non sono circolari, ma irreversibili, e che lo stock di risorse utilizzabili tende ad esaurirsi, così come ripreso da allcune teorie ecologiste.

Applicando strettamente la teoria fisica e quella economica alla nostra indagine, si deve concludere che in ogni scambio una parte dell’energia che lo alimenta (libertà) venga dissipata  per effettuare lo scambio, e che non esista nessun sistema organizzativo seppur efficiente che possa recuperare tutta l’energia impiegata nello scambio, per cui, per deduzione, dovremmo affermare che, più aumenta il numero degli scambi, più diminuisce la libertà.

Il ricercatore, però, sentiva che dovevano esistere metodi d’organizzazione sociale che, sfruttando l’istinto edonistico alla società, permettono di conservare i livelli iniziali di libertà, o di aumentarli. Questo è stato l’obiettivo finale della ricerca.

In effetti, ogni qualvolta il genio creatore produce un’opera, consuma dell’energia; egli, quindi, consuma (sacrifica) parte della sua libertà. Se l’artista riesce a scambiare poco la sua arte, si sentirà sempre più incompreso ed emarginato, per cui la sua vena artistica tenderà ad inaridirsi, in mancanza di incitamento. Se egli, invece, riuscirà a scambiare molto con gli elementi del suo insieme, si sentirà incitato a produrre molto di più, consumado certo più energia (libertà), ma sentendosi al contempo ancor più libero (meno emarginato), quindi più attivo e con più energia di quando è incompreso.

Questa è una delle tante condizioni che spinge il ricercatore a supporre che l’energia vitale presente in ogni individuo non solo non può ridurre il suo grado di disordine naturale (entropia sociale), ma può anche riprodursi, se opportunamente “coltivata” da un opportuno sistema di organizzazione sociale.

Il secondo principio della termodinamica è, in fodno, una teoria empirica, cioè troppo strettamente legata alla capacità tecnica del tempo in cui è stata formulata, per poter dimostrare l’esistenza di nuna ipotesi oppposta. Altrettanto empirica è la teoria economica di Georgescu-Roegen, ed allo stesso modo sono empiriche tutte le ipotesi sul disordine sociale che circolano attualmente nelle varie discipline umane.

La sensazione, del resto, è suppportata dalla constatazione che il secondo principio della termodinamica è stato dedotto alla metà dell’Ottocento, per una varietà piuttosto limitata di processi aventi a che fare con macchine termiche e che, anche se ha avuto in seguito un ambito d’applicabilità molto maggiore, e oggi viene considerato il regolatore più generale dell’attività naturale noto alla scienza, manca di un requisito essenziale per poter godere del titolo di universalità. Questa, in effetti, è una teoria empirica su cui la scienza si potrebbe essere adagiata per mancanza di una possibilità di controdimostrazione. Potrebbe essere uno di quei concetti di comodo che per lungo tempo possono inibire la conoscenza.

Il disordine sociale (definito caoos dalle discipline sociali), connesso alla mancanza di un potere che generi un ordine, è un concetto di comodo usato per non dover ammettere che le società umane non vivono attualmente in condizioni fisiologiche, bensì patologiche, e che il virus che le ha infestate si chiama proprio “potere”.

Le patologie dell’istinto alla libertà sono di natura composita, anche se molto spesso sono ricollegabili ad una preminenza dell’istinto di sopravvivenza su quello di libertà negli animali, ed in fenomeni di tipo culturale nell’uomo, dove le cause essenziali delle patologie sono il potere, la licenza, l’emarginazione e l’alienazione.

 

– L’Ambiente Naturale

 

 

3.2 – Gli argomenti degli istinti

 

L’istinto alla riproduzione è direttamente proporzionato all’istinto alla sopravvivenza.

Più l’essere vivente si riproduce più sopravvive geneticamente.

Nell’ambiente animale le specie appartenenti alla parte inferiore della catena alimentare sono più prolifiche di quelle appartenenti alla parte superiore. Nell’ambiente umano, il minore indice di riproduzione dei paesi ricchi rispetto a quelli poveri può essere giustificato con l’elevato costo della crescita e dell’educazione dei figli.

 

L’istinto alla conoscenza è direttamente proporzionato alla condizione di libertà.

Più si è liberi, più si è naturalmente spinti alla conoscenza. Nella condizione di schiavitù la perdita di istinto alla conoscenza è massimo.

 

L’istinto alla libertà è inversamente proporzionato alla probabilità di espressione degli altri argomenti dell’insieme.

Al diminuire della possibilità di sopravvivenza aumenta la voglia di essere libero dall’ambiente in cui si vive.

Al diminuire della possibilità di riproduzione diminuisce la volontà di appartenere all’ambiente in cui si vive.

Al diminuire della possibilità di conoscenza, aumenta l’istinto alla libertà.

Al diminuire della possibilità di socializzare aumenta la volontà di essere libero.

 

L’istinto allo scambio è direttamente proporzionato alla possibilità di sopravvivenza e di riproduzione, di libertà, di conoscenza.

 

 

3.2 – L’insieme ecosofico

“Insieme” è un concetto primitivo, non riconducibile ad altre idee più semplici, legato alla possibilità di considerare oggetti distinti, definiti elementi dell’insieme, come costituenti essenziali di un tutto unito.

L’insieme ecosofico è composto da tutti gli elementi, naturali e umani, che costituiscono l’ambiente individuale e sociale degli esseri viventi, dove per umanità si intende il conoscibile umano.

Gli elementi dell’insieme ecosofico sono:

la sopravvivenza

la riproduzione

la conoscenza

la libertà

la socializzazione

 

L’ambiente umano è un sottoinsieme che ha elementi endogeni comuni all’insieme ecosofico, ed elementi esogeni (disgiunti) che entrano nell’insieme ecosofico quando la cultura umana li genera.

Gli elementi esogeni del sottoinsieme umano sono:

il potere

l’emarginazione

la licenza

l’alienazione

 

Argomento di indagine dell’ecosofia è il valore degli elementi dell’insieme nella soddisfazione dei bisogni morali ed etici tangibili e intangibili in un contesto non impositivo.

La necessità di produrre, consumare, innovare quanto più razionalmente possibile le risorse disponibili in natura per soppravvivere, riprodursi, consocere, scmbiare ed essere liberi nel proprio ambiente costituisce quindi l’oggetto dell’indagine ecosofica.

Quando le risorse di natura sono disponibili in quantità sufficiente a soddisfare i bisogni umani, e la loro soddisfazione non altera in nessun modo l’equilibrio dell’ambiente naturale, l’uomo vive con il suo ambiente in rapporto passivo.

Si dice che i grandi fiumi siano stati il latte della cultura e invero il Nilo, l’Eufrate, il Tigri ed i maggiori fiumi dell’India e della Cina ne sono un esempio, giacchè le prime comunità si formano sulle loro rive. La scienza, la letteratura e l’arte vi ebbero origine.

Una delle teorie antropologiche, che interpretano il perché dello sviluppo umano in determinate zone o località del globo invece che in altre, giustifica questo sviluppo proprio con il fatto che, l’uomo che si è trovato in zone in cui la natura offriva in abbondanza risorse atte a soddisfare i suoi bisogni, non ha sviluppato un senso innovativo, ma ha vissuto in rapporto passivo con l’ambiente, senza cercare di modificarlo, produrre, perché quello che la natura gli offriva era per lui sufficiente.

Infatti, in alcune isole dei mari del sud gli oumini sono ancora oggi ad uno stadio evolutivo molto primitivo, in quanto non hanno avuto bisogno di ingegnarsi per adattare la natura alle loro necessità.

Invece, l’uomo che si è trovato in zone meno ricche e prospere, ma non proibitive, ha dovuto ingegnasi per procurarsi da vivere, per cui non si è limitato a raccogliere quello che la natura gli metteva a portata di mano, ma ha modificato la natura stessa per avere ciò che gli era più utile, attraverso la conoscenza. Le popolazioni che si trovavano lungo la valle del Nilo hanno sviluppato le loro attività non solo perché la terra era partocolarmente fertile, ma perché dovettero coordinare un lavoro comune per ricavare i frutti dalla terra. Prima che l’uomo ne curasse l’irrigazione, la valle nilotica si riduceva ad una fascia paludosa ricca di una vegetazione da giungla nella quale proliferava la selvaggina minuta. Costretti tra la foresta e le sabbie aride, i primi egizi dovettero bonificare gli acquitrini e ricavarne, metro per metro, terreni arativi.

L’entità delle opere necessarie per creare canali e serbatoi non impegnaba soltanto l’energia di tutta la collettività, ma richiedeva altresì un gioco coordinato, cioè una società accuratamente organizzata. Fin dai primordi della loro evoluzione culturale gli Egizi si convinsero della necessità di un ordine sociale, ed ecco come il Nilo venne ad essere la fonte della società egiziana.

In effetti, per capacità innata, ogni essere vivente volge la sua azione verso ciò che gli è più utile. Il suo comportamento mira a soddisfare nel modo più razionale tutti i suoi bisogni. In questa situazione egli opera le sue scelte in conseguenza della scarsità delle risorse utili a disposizione. Egli impiega il principio utilitaristico dell’impiego del minimo sforzo (costo) per il conseguimento del massimo risultato (beneficio), in modo da ottenere il profitto massimo.

 

 

3.4 – Gli argomenti dell’insieme ecosofico

 

Per essere tale un insieme ha bisogno dell’esistenza di tutti i suoi elementi; se uno solo di essi è nullo, tutto l’insieme è nullo.

Questa affermazione è una tautologia; la negazione di una tautologia è una contraddizione.

 

2) Più aumentano le probabilità di conservazione, più diminuisce l’indice di riproduzione.

 

3) Più aumentano le possibilità di conoscenza, più aumenta la soddisfazione dei bisogni (tangibili e intangibili).

 

4) La sopravvivenza, la riproduzione, la conoscenza e lo scambio sono in rapporto diretto con la libertà.

Più aumenta la libertà, più aumentano le possibilità di sopravvivenza, riproduzione, conoscenza, e di socializzazione.

 

5) In un insieme ecosofico l’ambiente umano non è mai in contrasto con l’ambiente naturale.

 

6) Più aumentano le possibilità di scambio (socializzazione), più aumentano le possibilità di conservazione, riproduzione, di conoscenza, e di libertà.

 

7) L’insieme ecosofico da un’energia di fondo capace di procurare da sola valore aggiunto.

L’energia di fondo genera valore aggiunto dagli istinti individuali. Pertanto, se la somma di tutti gli istinti è uguale a zero, il prodotto della forza per la somma zero è uguale a zero.

 

L’insieme ecosofico può essere definito come:

 

a) Ente matematico primitivo (la cui nozione ha origine dall’intuizione del vivere), da cui risulta la successione degli elementi dell’insieme stesso.

 

b) Ente parzialmente ordinato, in quanto è impossibile definire una relazione d’ordine, denotata dal segno <, tale che per ogni coppia di elementi distinti, a,b risulti a<b, oppure b<a. Inoltre, vale la proprietà transitiva: a<b, b<c implica a<c.

 

c) L’insieme è completo rispetto all’ordinamento: ogni elemento o sottoinsieme inferiormente limitato è dotato di estremo inferiore.

 

d) L’insieme è dotato di operazioni additive (+) e di operazioni moltiplicative (.), che godono delle seguenti proprietà:

– a+b = b+a (commutativa)

(a+b)+c = a+(b+c) (associativa)

ab = ba (commutativa)

(ab)c = a(bc) (distributiva di . rispetto a +1)

a1 = a (esistenza del neutro moltiplicativo)

 

Queste proprietà indicano i modi in cui gli elementi dell’insieme interagiscono tra di loro.

 

L’insieme esclude le seguenti proprietà:

 

a+0 = a (esistenza del neutro additivo)

aa-¹ = 1 (esistenza dell’inverso per a diverso da zero)

a+(-a) = 0 (esistenza dell’opposto)

 

In effetti:

un numero additivo (elemento qualsiasi nullo dell’insieme) non può esistere, perché annullerebbe l’insieme;

non esiste l’inverso, anche per valore diverso da zero, perché anch’esso annullerebbe l’insieme;

in effetti, l’opposto interviene solo con l’ingresso nell’insieme del sottoinsieme “ambiente umano” (cultura), e questi annulla l’insieme.

 

 

 

 

enricofuria@usa.net

Cf. “Entropia e Processo Economico”

 In effetti, questo principio è stato dedotto in origine nella seconda metà dell’Ottocento per una varietà piuttosto limitata di processi aventi a che fare con macchine termiche, anche se oggi viene considerato il regolatore più generale dell’attività naturale noto alla scienza.

 

G. Devoto, Dizionario Etimologica, Le Monnier, Firenze, 1968

I successi conseguiti dalla meccanica newtoniana avevano indotto i fisici del secolo scorso a cercare un modello meccanico per ogni fenomeno, e si cercò a lungo di trovare un mezzo materiale (l’etere) le cui vibrazioni trasversali potessero spiegare meccanicamente la propagazione delle onde elettromagnetiche. Il fallimento dei tentativi portò all’abbandono del modello meccanico e alla formulazione della teoria della relatività. Tra l’altro venne abbandonato anche il concetto di tempo assoluto (e di assoluta compemporaneità) suggerito dal tempo naturale psicologico, e venne accettao il nuovo modello (relativistico) del concetto operativo di tempo. La meccanica quantistica ha costretto poi i fisici ad abbandonare il modello puramente corpuscolare della materia e quello puramente ondulatorio della radiazione: i fenomeni su scala atomica possono essere descritti in maniera non contraddittoria solo facendo uso di un nuovo modello (corpuscolare ed ondulatorio assieme) perfettamente chiaro dal punto di vista matematico, ma assolutamente astratto e non intuitivo. I fisici tendono oggi ad ammettere l’uso di modelli parziali (meccanici, elettromagnetici, ecc.) che vanno tuttavia adoperati con particolare cautela

Enrico Furia

A questo scopo sono state proposte diverse definizioni alternative di ricorsività:

a) in termini di sistemi di equazioni (K. Godel);

b) in termni di definibilità (A. Church);

c) in termini di automi ideali (A. Turing).

L’equivalenza riscontrata fra questi differenti approcci è stata interpretata come prova del fatto che la teoria forniva davvero una caratterizzazione adeguata della nozione informale (tesi di Church).

 

Un insieme A di numeri naturali si dice definibile (ricorsivo) qualora esista un algoritmo per decidere, dato un qualunque numero naturale n, se questi appartiene ad a oppure no, giacchè all’interno di ogni sistema formale contenente la teoria dei numeri esistono proposizioni che il sistema non riesce a “decidere” (non riesce cioè a dare dimostrazione né di esse, né della loro negazione).

Un insieme di numeri naturali si dice semidecidibile (ricorsivamente enumerabile) quando esiste un algoritmo che permette di “generare” l’uno dopo l’altro tutti i suoi elementi. Si dimostra con facilità che ogni insieme è decidibile e semidecidibile, ma non viceversa.

 

Il mondo doveva attendere diciotto secoli prima che la logica matematica greca trovasse dei successori. Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo della nsotra era, in particolare Leonardo da Vinci e Galileo Galilei riscoprirono il segreto, noto ad Archimede, di mettere in relazione i concetti matematici astratti con la ricerca seprimentale dei fenomeni naturali.

Nel frattempo, il lento progresso della matematica e l’accumulazione di più accurate conoscenze astronomiche avevano posto i filosofi della natura in posizione molto più vantaggiosa per la ricerca.

Anche l’autoritarismo molto individualistico, caratteristico di quel periodo, e l’avidità di esperienza personale, indussero i pensatori a voler indagare per conto proprio in ciò che succedeva; e venne in pratica scoperto il segreto della relazione tra la teoria matematica e l’esperimento del ragionamento induttivo. Fu un gesto molto tipico di quel periodo che Galileo, un filosofo, facesse cadere dei pesi dalla torre pendente di Pisa. Ci sono sempre uomini di pensiero e uomini d’azione: la fisica matematica è il prodotto di un’epoca che riuniva negli stessi uomini gli impulsi a pensare con gli impulsi ad agire. Inoltre, l’invenzione del calcolo differenziale ha segnato una svolta decisiva nella storia della matematica.

 

Georgescu-Roegen Nicolas, Entropia e processo economico.

 

 

 

 

 

 

Enrico Furia
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