Enrico Furia: SCIENCE, TECHNIQUE or ART

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E’ arte quando l’artista sente con i sensi o con la mente quello che poi esprime attraverso la sua tecnica scultura, musica, ecc.).

E’ scienza quando lo studioso cerca di capire la realtà fisica attraverso l’osservazione e la ricostruzione dell’evento, oppure attraverso una prova convincente.

E’ tecnica quando qualcuno rappresenta con le mani un oggetto o un’immagine, o quando costruisce un qualcosa di una qualche utilità.

Mentre lo scienziato osserva solo la realtà fisica, l’artista osserva anche quella metafisica, sia essa reale o immaginaria, mentre il tecnico, dal canto suo, inventa, crea o perfeziona prodotti, strumenti, o procedure che ritiene di utilità immediata o futura.

La scienza ha come scopo la dimostrazione di verità di quello che descrive, anche se troppe teorie sono indimostrate e rappresentano solo un bla-bla per mettere qualcosa nella pentola tutti i giorni.

Si, caro lettore, e’ proprio così. Einstein ebbe ad affermare che la scienza è una gran bella cosa quando chi la pratica non lo fa per mestiere, per viverci, cioè per mettere anche lui qualcosa nella pentola tutti i giorni. Né l’artista né lo scienziato conoscono la verità di cui vanno in cerca; “Io son colei che mi si crede” fa affermare la genialità di Pirandello alla protagonista di “Così è se vi pare”, quando tutti le chiedono qual è la verità sul suo conto. Ora, mentre l’artista cerca la verità nella bellezza del mondo, anche se attraverso eventi tristi e dolorosi, lo scienziato la cerca attraverso l’uso di macchine, che non cercano la verità, ma quello che il ricercatore dice di cercare. Quando la macchina trova una qualsiasi cosa che soddisfi i parametri di ricerca impostati, afferma di aver trovato, ma non dice se quello che ha trovato è vero e reale, oppure falso e illusorio. E’ il “sedicente scienziato” che dice che quello che la macchina ha trovato è vero, perché deve dare un qualche risultato alla sua ricerca, per mettere la pentola tutti i giorni. Vedete, nelle università, luogo di perdizione della verità, docenti e ricercatori sono obbligati a fare delle pubblicazioni per dimostrare la loro efficienza. Questi, quindi, pubblicano finanche le più assurde stupidità, pur di dimostrare che stanno lavorando e che sono produttivi.

La più grande delle stupidità l’ha pubblicata qualche anno fa Margherita Hack, che a 90 anni non aveva ancora imparato a parlare bene l’italiano, e che ebbe la faccia tosta di dire che il bosone di Higgs è Dio. Lo scrivente ebbe modo di rispondere che secondo il suo modesto parere, lei dimostrava di sapere poco di fisica e niente di Dio. Ma vedete, lei esercitò proprio il mestiere del sedicente scienziato: affermare e pubblicare qualsiasi cosa che gli dia accesso alla rinomanza, non la dimostrazione di una verità. Questa, purtroppo, è oggi la scienza; per fortuna c’è anche l’arte. La vera tecnica, infine è quel lavoro che permette di trasformare verità scientifiche in prodotti utili per l’umanità. Edison bruciò centinaia di lampade prima di arrivare al prodotto finale.

La medicina non è certo migliore della fisica. Se andate dal medico, costui non ha interesse a farvi guarire, ma a curarvi il più a lungo possibile; anche lui deve mettere la pentola tutti giorni. E così, il paziente è trascinato tra un’analisi e l’altra, tra una medicina e l’altra, mentre la classe medica campa sul suo malessere, reale o presunto.

Riportiamo di seguito un articolo da L’Espresso del 24 dicembre 1998 “Più istruiti, quindi più vecchi: le cause storiche dell’aumento della longevità”.
“Homo longevus; è questa la definizione linneana che si potrebbe dare dell’uomo del Novecento. In questo secolo si è assistito ad un fenomeno unico nella storia dell’evoluzione dell’uomo. La vita media, di 20-25 anni per l’uomo preistorico, è aumentata lentamente fino alla fine del secolo scorso, fino a sfiorare i cinquant’anni. Da allora, è balzata fino a sfiorare gli ottanta, almeno in Occidente. Merito della natura o della cultura? La natura non c’entra affatto. L’uomo non è cambiato: casi di centenari si sono contati anche in epoche remote. Semplicemente l’ambiente in cui si trova a vivere permette ad un sempre maggior numero di persone di esprimere le potenzialità genetiche. Del resto i biologi sostengono che il limite massimo previsto del nostro orologio molecolare è di circa 120 anni. Ma c’entra poco anche la medicina. Decisivo è stato l’ambiente, anche se è complicato fare una graduatoria dei fattori ambientali che hanno determinato l’allungamento della vita. Il principale è legato ad una drastica riduzione della mortalità infantile. Nei primi dell’Ottocento la mortalità perinatale -dalla nascita al primo anno di vita- era intorno al 10%, oggi è meno del 10 per mille. In parte ciò fu dovuto al miglioramento delle condizioni igieniche dei parti: l’ambiente ospedaliero cominciò a diventare più igienico e meno mortifero per madri e bambini solo negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando si diffuse fra medici e ostetrici la pratica di lavarsi le mani tra un intervento e l’altro. Ma ci sono altri fattori cruciali. Il Britannico Thomas Mckeown, uno dei più importanti storici della medicina, sostiene che le ragioni più importanti sono legate all’alimentazione. Cominciò alla metà dell’Ottocento l’inizio della diminuzione della mortalità da tubercolosi in Gran Bretagna, ma non per motivi medici giacché allora non esistevano rimedi. E’ probabile invece che una migliore alimentazione, associata ad elevate condizioni economiche, abbia contribuito in maniera decisiva a rendere gli organismi più reattivi di fronte alle infezioni. Fin dal Settecento poi, in Europa si cominciò a costruire le abitazioni in muratura, ma fu all’inizio del Novecento che si diffusero anche nelle case dei ceti popolari i servizi igienici, e solo a partire dagli anni 40-50 il riscaldamento. Di questo secolo è poi il miglioramento delle condizioni di lavoro –la giornata di otto ore e l’obbligo scolastico istituito nei più importanti paesi europei negli ultimi decenni dell’Ottocento che permise una maggiore diffusione della cultura ma anche una protezione per i bambini, altrimenti costretti al lavoro. Poi, finalmente, ci sono fatti più legati alla prevenzione delle malattie infettive come il tifo e il colera. La depurazione delle acque, che cominciò a praticarsi su larga scala fin dal secolo scorso, mise un freno al diffondersi delle infezioni. Poi la creazione di reti fognarie fu uno strumento d’igiene pubblica. E la medicina? Se si interpella un epidemiologo e gli si chiede quanti anni di vita in più l’uomo occidentale debba alle scoperte mediche lo si metterebbe in imbarazzo. Forse tre-quattro anni: in gran parte un guadagno dovuto alle vaccinazioni –specie contro il vaiolo- in misura inferiore agli antibiotici –entrati nella pratica alla fine degli anni Quaranta. E’ il comportamento dell’uomo, fortemente legato alla cultura, a determinare le condizioni che consentono di non ammalarsi e di vivere a lungo. Quello che può fare la medicina, quando le malattie sono arrivate, è proporzionalmente ben poca cosa”.

Enrico Furia

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