Dossier: Crotone. La storia infinita della bonifica

Al tempo in cui lo Stato italiano prova a vendere tutto quello che gli rimane del patrimonio industriale e produttivo, torna alla mente quel periodo, abbastanza lungo, in cui erano le aziende statali a comprare oppure a rilevare, obbligatoriamente, dai privati attività imprenditoriali e comparti produttivi di ogni genere e fattezze. Ma quando si conducevano in porto tali acquisizioni, si trattava di vere e proprie operazioni di salvataggio; a partire dai livelli occupazionali. Il braccio operativo più possente per questo genere di operazioni è stato da sempre Eni, almeno sino a quando essa non è stata messa in vendita, quasi completamente. Perché l’Ente nazionale idrocarburi (con acronimo Eni, appunto) divenne azienda statale nel lontano 1953, quando presidente era Enrico Mattei, morto in un tragico incidente (o sabotaggio) aereo a Bascapè a fine ottobre del 1962. Far intervenire l’Eni in soccorso di aziende non più produttive e addirittura decotte, era un modo per differenziare gli interventi dello Stato in materia di politica industriale in parallelo con le funzioni svolte dall’IRI (istituto per la ricostruzione industriale) a partire dal 1933 allorché quell’organismo fu istituito da Mussolini. L’IRI ha cessato di esistere nel 2002, accompagnato nella sua discesa verso il dissolvimento da Romano Prodi; l’Italsider e tutto il comparto della siderurgia italiana di proprietà Iri, per esempio, furono ceduti alla famiglia Riva (quella che opera a Taranto) ed ai tedeschi della ThissenKrup. Però quella dell’ Istituto per la ricostruzione industriale è una storia lunga e controversa, meriterebbe approfondimenti a parte, anche se essa non si incrocia direttamente con quello che fu l’apparato industriale crotonese. Quella dell’Eni invece si. A partire dal 1980, anno in cui lo stabilimento chimico “Montedison” di Crotone fu assegnato all’Eni (tramite Enichem) per legge, secondo quella politica di acquisizioni e salvataggi di altre realtà produttive da parte di aziende a partecipazione (maggioritaria) statale. E già che c’era, l’Eni, dovette rilevare anche Pertusola Sud- S.p.a. (attraverso “Nuova Samim” nel 1988 ed “Enirisorse” nel 1997) che fu messa in liquidazione nel 1998, cessando le produzioni metallurgiche l’anno seguente. A sua volta “Enichem” fu trasformata in “EniChem Società di partecipazioni S.r.l.” e “EniChem S.p.a.” sino a divenire “Syndial S.p.a.” ovvero l’azienda che deve mettere in atto la bonifica dell’ex sito industriale di Crotone. Quando a capo di questa azienda c’era Leonardo Bellodi, in merito alle attività industriali del gruppo ebbe a dire che essa è la bad-company dell’Eni, in quanto ha avocato a se, per legge, tutte quelle attività che provengono da fallimenti e insuccessi; insomma, tutte la “case cadute” dell’industria italiana, tanto per dirla in crotonese. Per la verità tale concetto era stato affermato nel 2010 da Sergio Polito, predecessore di Bellodi nell’azienda dell’Eni, durante un’audizione presso la Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. Così egli si espresse: “Syndial si sta facendo carico di rilevanti progetti di bonifica a fronte di una situazione ambientale ad essa non riconducibile, ma è stata anche chiamata dal Ministero dell’ambiente e dalla Regione Calabria al risarcimento del danno ambientale per centinaia di milioni di euro…” Non si può dare torto a entrambi gli ex manager di Syndial su tale punto; in effetti “il pesce puzza dalla capa”. E il pesce ha cominciato a puzzare davvero tanto tempo fa; quando tra rilevamenti di aziende, fusioni, acquisizioni e dismissioni fra pubblico e privato, il cerino della deindustrializzazione e degli esuberi di personale rimase in mano allo Stato. La sola Enichem era passata dai 30 mila addetti del 1993 ai circa 13 mila del 2001. Eppoi c’era stata di mezzo la drammatica vicenda delle tangenti, delle ruberie, degli sporchi imbrogli, culminata con arresti eccellenti e clamorosi suicidi di alcuni tra i protagonisti delle grande aziende italiane, sia pubbliche che private. Si dice che il passato non ritorna (non per tutti i casi), ma di sicuro aiuta a comprendere il presente ed a costruire meglio il futuro. Quando all’Enichem di Crotone scoppiò la rivolta operaia, era l’8 settembre del 1993, il piano di ristrutturazioni aziendali avviato da Eni aveva coinvolto pesantemente l’impianto, ma chi quel piano lo aveva dovuto porre in essere, era morto nel carcere di San Vittore, a Milano, il 20 luglio di quello stesso anno. Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, in carcere ci era finito per un presunto coinvolgimento nel caso “EniMont” che in quegli anni era ritenuto il filone più congruo della corruttela tra politica e mondo delle grandi imprese. Egli era in carcere già da quattro mesi; lo trovarono nelle docce con un sacchetto di plastica calato sulla testa. Non c’era dubbio che si trattasse di suicidio, non fosse altro che per una lettera struggente che il manager aveva fatto recapitare qualche giorno prima ai suoi cari. Un brano di quella lettera, che fu pubblicata integralmente da “Il Giorno” quotidiano di proprietà Eni, in qualche modo si riallaccia al discorso delle grandi aziende di Stato utilizzate a guisa di bad-company; come Syndial lo è oggi, appunto. I magistrati di “mani pulite” avevano ravvisato in quelle operazioni di fusione e compravendita una alterazione al rialzo o al ribasso di valori e di prezzi il cui relativo spread finiva appannaggio di partiti e di singoli individui. Ma eccolo un brano di quella lettera di Gabriele Cagliari: “…La responsabilità per colpe che posso avere commesso sono esclusivamente mie e mie sono le conseguenze. Esiste certamente il pericolo che altri possano attribuirmi colpe non mie quando non potrò più difendermi. Affidatevi alla mia coscienza di questo momento di verità totale per difendere e conservare al mio nome la dignità che gli spetta. Sento di essere stato prima di tutto un marito e un padre di famiglia, poi un lavoratore impegnato e onesto che ha cercato di portare un po’ più avanti il nostro nome e che, per la sua piccolissima parte, ha contribuito a portare più in alto questo paese nella considerazione del mondo. “ . Ma cosa c’entra tutto questo col prezzo del grano in Cina, si domanderà l’attento lettore. La risposta è semplice: da quanto tempo si parla di bonifica dell’ex area industriale ? Almeno dal 2001 in termini di progettualità, ma dal giorno dopo l’8 settembre del 1993 per quanto riguarda il futuro dell’ex area industriale di Crotone. Perché nel 2001 quel sito è stato riconosciuto come SIN (Sito di interesse nazionale) da bonificare, da parte del Ministero dell’Ambiente. Da subito l’incarico fu affidato a Syndial; che presentò progetti e ipotesi. Non andarono bene, intervennero ricorsi e rimostranze da parte di enti pubblici e autorità territoriali, e il sito fu commissariato, ogni iniziativa sospesa e rinviata a decisioni di là da venire. Le decisioni alla fine arrivarono : il Commissario per la bonifica decise che la bonifica medesima andava riaffidata a Syndial, l’unica azienda in Italia che possegga il necessario know-how per intraprendere un lavoro di quella portata. Erano trascorsi però 7 lunghi anni; queste le parole di Sergio Polito a discarico di ogni addebito inerente ritardi: “Nei sette anni di gestione commissariale non si è data esecuzione al progetto presentato dalla società Syndial prima approvato e poi ritenuto senza ragioni tecniche non più adeguato. Non sono stati posti in essere altri interventi in grado di porre rimedio alla situazione ambientale… Infatti nel gennaio 2008, a fronte della disponibilità ancora una volta dimostrata dalla Syndial è stata nuovamente assegnata alla Syndial la conduzione progettuale dell’iter amministrativo relativo a procedimenti di risanamento ambientale e siamo agli inizi del 2008. Ancora una volta ci siamo confrontati con gli enti pubblici dimostrando ulteriore sensibilità su un tema, la bonifica e anche chiaramente la gestione dei rifiuti…”. I nuovi progetti furono presentati nel 2009 e il Ministero autorizzò l’esecuzione dei lavori; si cominciò con le demolizioni che ancora vanno avanti (dopo sette anni). Nel corso di oltre quindici anni è successo di tutto e si è detto di più in merito alla bonifica, e l’azienda incaricata ad attuarla ha dovuto affrontare pure un processo per disastro ambientale, intentato dalla Regione Calabria e dal Ministero per l’Ambiente, soccombendo e uscendo condannata a un risarcimento di 70 milioni di euro in favore dei danni causa (la richiesta risarcitoria partiva da un miliardo e settecentomila euro). In merito a tale porzione della vicenda, Michele Bianco,il legale di Syndial, sentito dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti nel 2010 insieme a Sergio Polito, ebbe a dire che in sostanza si andava a duplicare dei costi già sostenuti dall’azienda, nonché quelli da sostenere in futuro. L’avvocato Bianco sostenne, inoltre, che non è condivisibile l’idea che un danno ambientale vada risarcito monetariamente laddove ci si è impegnati a porvi rimedio, accollandosi anche i guasti causati dai vecchi padroni dell’area industriale. Perché è vero, quanto inconfutabile, che ai tempi in cui non c’erano tutte le prescrizioni e le leggi che esistono ora in materia ambientale, i rifiuti e gli scarti delle lavorazioni venivano depositati a soli 5 metri dalla riva del mare. Bastava attraversare i binari, stare accorti che non passassero treni (quando ne transitavano da queste parti) e con la carriola si ammonticchiava lì quella monnezza velenosa. Così è venuta su, nel corso degli anni, la cosiddetta discarica a mare di cui oggi tanto si discute. Quando si prendeva un treno per andare verso Taranto, già all’uscita dalla stazione dove cominciava il perimetro degli impianti industriali, era come se si attraversasse la gola di un canyon costituito da due collinette di rifiuti. Ma quanti sapevamo che era tutto veleno quella roba lì, e quanti di coloro che facevano il bagno o andavano a pescare lungo “Spiaggia delle forche” alias “Spiaggia vecchia” potevano immaginare che quello fosse un mare avvelenato. I pesci c’erano, cefali per lo più. Chi lo ha mai detto ai ragazzini di una volta che si riempivano le tasche con le pepite di blenda cadute dai camion che quella roba non aveva nulla a che spartire con dei metalli preziosi o delle pregiate gemme ? Una storia infinita, che dura oramai da troppo tempo,con una parentesi di “felicità” dal 1928 sino al 1993 . Adesso che non è rimasto nulla degli insediamenti industriali, non si riesce ad accontentare nessuno; a mettere d’accordo chi deve fare le cose e chi deve verificare a che vengano fatte bene. Qualificati esperti di politiche ambientali; luminari delle tecniche di bonifica; epidemiologi di levatura internazionale; semplici scienziati specializzati in tuttologia, vanno unendosi a premurosi politici locali e regionali che, come puerpere senza latte, porgono le vuote mammelle per assistere la gracile città dei veleni. Questo “squadrone della morte” si è assunto il compito di preservare l’inerme popolazione esposta alle angherie che (come il “Cicerampa” di Lewis Carrol) il “cane a sei zampe dell’Eni” riserva anche alle nuove generazioni di crotonesi. Ma c’è da crederci veramente che costoro abbiano a cuore il destino di Crotone e che siano all’altezza di costruire il suo futuro ? Ebbene, è tempo che questa pagina delle “sacre scritture” sia girata e che si passi, possibilmente, a un capitolo nuovo del libro. Sarebbe ora che si lasciasse fare a Syndial quello che ha detto di voler fare e che lo Stato italiano ha autorizzato a fare già nel 2008. Se poi non lo avrà fatto bene, si potrà sempre ritornare in un’aula di tribunale, perché la controparte non è un soggetto pericoloso, di quelli che ti fanno trovare una testa di cavallo nel letto e che non ti faranno mai offerte che non si possono rifiutare. Pertanto è facile, per niente rischioso, gonfiare il petto dinanzi una azienda di Stato; non lo è per niente, invece, se davanti c’è una di quelle imprese private che pure stanno infliggendo disastri ambientali, quelli si, irreparabili, a questa tormentata città. E dunque non hanno credibilità coloro che sono come il “Muto di Zorro” davanti al disastro di Scifo, manco una parola che sia una, seppure sia in gioco la cementificazione dell’intera costa sud dell’Area marina protetta. Silenzio di tomba, ben sapendo, loro per primi, poiché sono al governo del territorio, che la devastazione cementizia di Scifo sarà la prima di una lunga serie se non sarà fermata e demolita in tempo. Perché risale al 2005 una richiesta di edificare un grande albergo in località “Alfiere” a poche decine di metri da Scifo. Quella richiesta è arrivata nientemeno che da Bassano Del Grappa, il committente è “Iniziativa Capocolonna S.r.l” e riguarda la lottizzazione di ben 61.550 mq. Nella relazione preliminare presentata dal committente per ottenere le autorizzazioni a costruire in una zona come quella di Località “Alfiere” sul promontorio Lacinio, che è poi l’ultimo scrigno paesaggistico di Crotone, è detto così: “…accanto al principale aspetto della protezione ambientale c’è l’esigenza di salvaguardare anche le vocazioni di sviluppo economico del territorio che si affaccia sullo specchio del mare protetto. L’esigenza cioè che questa parte di territorio non sia solo un pezzo di mare racchiuso in una bolla di vetro destinato ad appagare solo la passione ecologista ma che sia anche occasione di sviluppo per la gente del posto.” . Sviluppare il turismo nelle zone belle ma depresse, è dunque l’ardore patriottico che anima il generoso slancio imprenditoriale di chi vuol trarre profitto dal cemento laddove è opportuno non alterare lo stato dei luoghi così come ce li ha dati la natura. Ma loro, questi altri “palazzinari del paradiso” che (almeno sulla carta) vengono da Bassano Del Grappa, ritengono che la sintesi tra paesaggio e sviluppo economico del territorio: “…è il turismo naturalistico che tradotto in opportunità di sviluppo economico,significa strutture ricettive, servizi, figure professionali nuove da formare in loco.”. Tuttavia, il committente “Iniziativa Capocolonna S.r.l.” nella propria relazione preliminare alla realizzazione dell’insediamento turistico in Località “Alfiere, pare che mai avrebbe immaginato l’audacia di altri colleghi imprenditori che di lì a poco avrebbero voluto impossessarsi addirittura di “Punta Scifo” precisando che :“…L’intervento appartiene al progetto di potenziamento e articolazione dell’offerta turistica della costa sud e del suo entroterra che prevede di conservare l’attuale carattere della costa tra Capocolonne e Torre Scifo e di introdurre nuove attrezzature turistiche e ricettivo alberghiere in località Alfiere.” Bontà loro, dunque. Per concludere; le grandi questioni vecchie e nuove del territorio crotonese sono: bonifica; aeroporto ed eco-mostro di “Punta Scifo”. Sulle prime due, le controparti sono enti pubblici, Syndial per la bonifica ed Enac per l’aeroporto. Per la terza non si sa bene quale sia la parte che avversa e tormenta la città, seppure cominciano ad essere svelati i primi nomi, si teme che altri ce ne siano nell’ombra. La battaglia sino ad ora l’hanno condotta i cittadini e la magistratura. E’ singolare che per fermare la realizzazione dell’eco-mostro di Scifo sia stato chiesto l’intervento del ministro per i beni culturali e per il turismo, Dario Franceschini il quale si è guardato bene dall’intervenire. Forse avrà pensato che avrebbe potuto sostituirlo, in una doverosa presa di posizione, il suo vice che, pur essendo nata a Pisa, è crotonese di fatto. Lei sicuramente avrebbe avuto a cuore i problemi della città in cui è cresciuta e da dove ha preso il volo verso la carriera parlamentare. Ma la vice di Dario Franceschini sulla vicenda di “Scifo” si è guardata bene dal pronunciare parola. Tante, addirittura di pleonastiche, la vice ministra ne ha invece dette sulla questione bonifica, su quella dell’aeroporto e infine sulla vocazione turistica del territorio. Risultati: non si vola, non si bonifica; non si cresce ed è in atto una spoliazione sistematica del territorio in nome di quella presunta alternativa di sviluppo che dovrebbe essere il turismo. Per la verità c’era da aspettarsi una ferma condanna del disastro ambientale di “Scifo” anche dagli assessorati regionali preposti alle politiche di tutela del patrimonio ambientale e culturale, ma niente, anche loro troppo impegnati nel defatigante confronto con Syndial sul tema della bonifica. Non hanno pronunciato una sola sillaba sullo scempio del Lacinio le associazioni di categoria; i club, e tantomeno il partito che è al governo nazionale. Sulle altre questioni, invece, fiumi di parole; contro i terribili nemici (Syndial ed Enac) sproloqui a dire basta. Scena muta da parte dell’intero Consiglio comunale, sindaco in testa. E dunque: se tutti costoro dicessero, come in un vecchio spot di “Carosello”: “Or che bravo sono stato posso fare anche il bucato”. La risposta non potrebbe essere diversa da quella contenuta nel mitico slogan della lavatrice “Candy”, ovvero: “No, il bucato in casa c’ è chi lo fa meglio di te.”. Loro non sono stati bravi affatto; non possono esserlo per costruire il futuro, tantomeno sono in grado di tracciare linee di sviluppo per la collettività e per le nuove generazioni. Alle pulizie ci hanno pensato la magistratura; i cittadini; le associazioni ed i movimenti politici; gli uomini e le donne che hanno veramente a cuore le sorti di questa tormentata città. Tutti costoro avrebbero voluto e quindi hanno potuto (almeno sino alla fase del nuovo sequestro dell’eco-mostro di Scifo); è un segnale fortissimo che arriverebbe anche al più duro d’orecchio, tranne che a coloro che non sentono proprio, che non vedono quando c’è da vedere , ma che di parlare parlano, anche troppo, soltanto quando i fatti sarebbero l’unica forma di comunicazione efficace e credibile.

Dossier: Crotone. La storia infinita della bonifica was last modified: maggio 9th, 2017 by Antonella Policastrese

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